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Santa Maria di Galeria

Santa Maria di Galeria è il nome della quarantanovesima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XLIX.

Il toponimo indica anche una frazione di Roma Capitale e la zona urbanistica 19h del Municipio Roma XIX.

Si trova nell’area nord-ovest di Roma, a ridosso del confine con i comuni di Fiumicino e Anguillara Sabazia.

Storia

Nei pressi del vecchio borgo di Santa Maria di Galeria, vicino al fiume Arrone, si trovano le rovine della antica città di Galeria Vecchia.
Questa si formò in epoca etrusca, trovando il suo massimo sviluppo nel periodo che va dal medioevo fino al XVII secolo, quando la popolazione cominciò a trasferirsi nel vicino casale Celsano (Celisanum) e nel borgo di Cesano, fino a svuotarla completamente verso il XIX secolo.
A ridosso del casale Celsano vi è la chiesa di Santa Maria in Celsano [2] che, tramite un accordo definito con Bolla del 30 novembre 1860 del Cardinale Mario Mattei con la Compagnia di Gesù, venne eretta a parrocchia e ridenominata in Santa Maria di Galeria.

L’8 ottobre 1951 fu siglato un accordo [3] tra lo Stato italiano e la Santa Sede per l’assegnazione di una vasta area (424 ettari) nel territorio di Santa Maria di Galeria, per la costruzione di un nuovo Centro Trasmittente per la Radio Vaticana. I lavori cominciarono nel 1954 e il centro fu inaugurato il 27 ottobre 1957 da Papa Pio XII.

L’area di Santa Maria di Galeria, ampia quasi dieci volte il territorio dello Stato della Città del Vaticano, gode del privilegio dell’extraterritorialità a favore della Santa Sede. Ciò significa, come per le altre zone “immuni” a Roma o nelle vicinanze (Castelgandolfo, Castel Romano), che in dette aree, che pur rimangono territorio italiano, a seguito di speciali accordi tra le parti, la sovranità è riservata ad altro stato. Proprio la stessa situazione che esiste, in tutto il mondo, per le ambasciate di Paesi stranieri nelle capitali delle varie Nazioni.

Il caso elettrosmog

Dal luglio 2000 è stata istituita una Commissione bilaterale tra l’Italia e la Santa Sede per la soluzione dei problemi legati all’intensità delle emissioni elettromagnetiche della stazione radio.

Il 4 giugno del 2007 la Corte d’appello di Roma ha assolto i due imputati, padre Pasquale Borgomeo, dimessosi da direttore generale di Radio Vaticana l’11 novembre 2005 e il cardinale Roberto Tucci, all’epoca presidente della Radio, dall’accusa di “getto pericoloso di cose”.

In seguito al ricorso presentato dalla Procura di Roma, da alcune associazioni ambientaliste e dalle famiglie di Santa Maria di Galeria interessate dalle emissioni, il 13 maggio 2008 la Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione dei due imputati.

Il 14 novembre 2010 si è concluso l’incidente probatorio richiesto nel 2006 dalla Procura della Repubblica di Roma nell’ambito del procedimento penale nei confronti dei responsabili della Radio Vaticana. I risultati indicano una associazione «coerente, importante e significativa» di rischio di morte per leucemia o di rischio di ammalarsi di leucemia, linfoma e mieloma per lunga esposizione residenziale ai ripetitori dell’emittente della Santa Sede fino a12 chilometridi distanza da questa. L’accertamento è stato condotto da Andrea Micheli, dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Responsabile dell’inchiesta è il pm Stefano Pesci.

Galeria

Nei pressi del vecchio borgo di Santa Maria di Galeria, vicino al fiume Arrone, si trovano le rovine della antica città di Galeria.
Questa si formò in epoca etrusca, trovando il suo massimo sviluppo nel periodo che va dal medioevo fino al XVII secolo, quando la popolazione cominciò a trasferirsi nel vicino casale Celsano (Celisanum) e nel borgo di Cesano, fino a svuotarla completamente verso il XIX secolo.
A ridosso del casale Celsano vi è la chiesa di Santa Maria in Celsano che, tramite un accordo definito con Bolla del 30 novembre 1860 del Cardinale Mario Mattei con la Compagnia di Gesù, venne eretta a parrocchia e ridenominata in Santa Maria di Galeria.

Per la totale assenza di costruzioni moderne il borgo di Santa Maria di Celsano è stato scelto talvolta come set cinematografico. Galeria Vecchia nelle vicinanze è una città fantasma anch’essa visitata in passato dai registi, e oggi riconosciuta come Monumento Naturale dalla Rete Natura 2000, seppure si trovi in stato di degrado per problemi di attribuzione dei lavori di ripristino.

Primavalle

Primavalle è il nome del ventisettesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXVII.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 19b del XIX Municipio.  

Si trova nel quadrante ovest-nord-ovest della città, all’interno del Grande Raccordo Anulare (GRA), tra la via di Boccea e via Trionfale.

Dal punto di vista dell’offerta culturale e sportiva, nella zona si contano circa 9 società calcistiche, 23 palestre private, 6 piscine, due grossi impianti sportivi polivalenti (di cui uno pubblico, gestito dal Comune), 31 associazioni culturali registrate, 5 teatri e 24 sale cinematografiche attive.

Storia

Primavalle è una delle dodici borgate ufficiali edificate durante il periodo fascista per accogliere la popolazione allontanata dal centro storico a seguito dell’attuazione del PRG del 1931, per la realizzazione delle grandi arterie stradali del centro storico. Gli abitanti di Primavalle provenivano dalle zone dove vennero realizzate via della Conciliazione e via dei Fori Imperiali. L’edificazione del nuovo insediamento fu iniziata a partire dal 1936 dall’allora IFCP (Istituto Fascista Case Popolari). La borgata venne inaugurata nel 1939 e si sviluppava lungo l’asse viario centrale di via di Primavalle (oggi via Federico Borromeo).

La borgata viene completata negli anni cinquanta. Il nucleo originario del quartiere andrà sempre più ad assumere un ruolo di centralità nei confronti delle aree limitrofe, in parte caratterizzate da uno sviluppo edilizio abusivo, soprattutto nella parte nord del quartiere. Tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta si assiste ad uno dei primi interventi di riqualificazione che determineranno l’attuale assetto del quartiere.

Il quartiere veniva soprannominato “la montagna del sapone” per via dell’estrema povertà del quartiere e degli abitanti.

Torrevecchia

Torrevecchia è un’area urbana dei municipi XVIII e XIX del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXVII Primavalle.

La via principale è via di Torrevecchia, da cui prende il nome.

Storia

Il nome “Torrevecchia” è, presumibilmente, dovuto alla originaria esistenza di una vecchia “torretta” settecentesca, andata distrutta nel corso degli anni e oggi non più visibile.
La zona, fino agli anni ’60, era essenzialmente parte dell’Agro Romano, con piccole casupole sparse qua e là, ma nel corso degli anni ’60 e, soprattutto, agli inizi del decennio successivo, la zona fu interessata ad una forte urbanizzazione e si saldò con la vecchia borgata di Primavalle a sud, andando a formare l’odierno quartiere.
Torrevecchia ancora risente di questa sua origine “rurale”.

Caratteristiche geografiche

La superficie del quartiere è delimitata a sud da via di Boccea, a ovest da via di Casal del Marmo, a est da via Mattia Battistini e a nord da via Trionfale.
La zona può essere considerata come l’estrema propaggine occidentale del territorio di Monte Mario, di cui condivide alcune caratteristiche idrogeologiche.
Nonostante numerose distese verdi, ancora non intaccate dall’urbanizzazione a macchia di leopardo tipica di questa parte della città, il quartiere è di fatto sprovvisto di parchi pubblici veri e propri (essendo le uniche due zone di verde attrezzato quelle della Riserva naturale dell’Insugherata e del Parco regionale urbano del Pineto, piuttosto fuori dai suoi confini).
La zona di Torrevecchia conserva, tutt’ora evidenti, i segni della passata vocazione agreste. La vallata compresa tra il complessi IACP (scherzosamente denominato “Bronx” dai suoi stessi abitanti, per via del suo aspetto poco aggraziato) e il Quartaccio, si presenta comunque come la parte meno urbanizzata del quartiere (qui è ancora visibile l’ultimo tratto scoperto del Fosso dei Fontanili, un tempo alimentato da alcune risorgive naturali ed oggi ridotto a canale di scolo).
Nella vecchia cartografia IGM è comunque possibile constatare direttamente quali radicali modificazioni hanno via via interessato il quartiere nel corso degli ultimi decenni.

Quartaccio

Quartaccio è il nome del piano di zona 13V del XIX Municipio di Roma. Fa parte del suburbio S.X Trionfale.

Storia

Il quartiere “Quartaccio” nasce negli anni ottanta come piano di zona di Edilizia Economica e Popolare (lg.167/69).

Secondo i propositi iniziali, il quartiere sarebbe dovuto sorgere con edifici non superiori  ai 4 piani per un totale di 649 alloggi, circondato da una vasta area verde, fornito di una chiesa, un mercato ed una serie di attività commerciali che si sarebbero sviluppate lungo l’arteria principale del quartiere, l’attuale via Andersen. Il progetto originario è però naufragato e la nascita di un ulteriore insediamento urbano noto come Nuovo Quartaccio, ha aggiunto difficoltà in una zona di Roma già afflitta da problematicità ataviche.

Torresina

Torresina è un piccolo comprensorio del XIX Municipio di Roma. È situati a nord-ovest della capitale all’interno del Grande Raccordo Anulare, a nord delle zone di San Giusto/Podere Zara e Quartaccio, nel suburbio S.X Trionfale.

Prende il nome dalla omonima via di Torresina, al fianco della quale è stato costruito.

Storia

Il comprensorio è stato ufficialmente definito il 27 gennaio 2003.
Il primo insediamento è sorto sull’altipiano del Fico (Torresina 1). Nel febbraio 2006, è stato realizzato il piano di zona B32 “Torresina 1” per un totale di circa 3300 abitanti, in attesa della realizzazione del piano di zona B44 “Torresina 2”, di circa 2200 abitanti.

Il primo albero piantato è stato un abete nel periodo di Natale 2004.

Parco

Torresina ha un parco protetto dal WWF. È una zona protetta che collega il quartiere con Ottavia in cui il passaggio, fino ad ora, è consentito a tutti i pedoni. Tra la flora troviamo soprattutto querce e pini, mentre nella fauna troviamo: volpi, istrici, ricci, bisce, biacchi, vipere, rane, rospi, orbettini e molte specie di uccelli come aironi, germani reali, piccoli falchi e altri uccelli di città.

Palmarola

Palmarola è una frazione di Roma Capitale (zona “O” 10), situata in zona Z.L Ottavia, nel territorio del Municipio Roma XIX.

È situata a nord-ovest della capitale fra il Grande Raccordo Anulare a ovest e via di Casal del Marmo a est.

Selva Candida

Selva Candida è un’area urbana del XIX Municipio di Roma Capitale. Si estende sulla zona Z.XLVIII Casalotti. Si estende sul suburbio S.X Trionfale

È situata a nord-ovest della capitale all’esterno del Grande Raccordo Anulare, a nord della zona di Selva Nera.

Prende il nome dal luogo del martirio delle sante Rufina e Seconda.

Storia

Le sorelle Rufina e Seconda, figlie del senatore Asterio e di Aurelia, furono promesse in sposa rispettivamente ad Armentario e Verino. Questi, però, apostatarono il cristianesimo in seguito alla persecuzione di Valeriano e di Gallieno e chiesero alle due sorelle di abiurare anche loro. Inorridite da tale richiesta, fuggirono in Toscana, ma vennero fatte inseguire dal conte Archesilao, che le fermò al 14º miglio della via Flaminia e le consegnò al praefectus urbis Gaio Giunio Donato. Sottoposte a diverse pressioni, interrogatori e torture, le sorelle si rifiutarono sempre di apostatare, venendo così condannate a morte dal prefetto.

Riportate in prigione, nella cella fu bruciato del letame per farle soffocare dal fumo puzzolente, ma dal fuoco comparve “splendida luce” e si sentì un “soave odore”.
Indispettito, il prefetto le fece immergere in acqua bollente, dal quale però, uscirono illese. Quindi ordinò di gettarle nel Tevere dopo averle legate con delle grosse pietre al collo, ma un angelo le prese, le liberò e le condusse a riva.
Allora Giunio le consegnò di nuovo ad Archesilao perché, a suo arbitrio, le facesse morire o le liberasse. Il conte le condusse in una selva folta e buia, chiamata Selva Nera, nel fondo di Busso o Buxo o Bucea o Boccea, al 10º miglio della via Cornelia, dove decapitò Rufina e bastonò a morte Seconda, lasciando i corpi, come d’uso all’epoca, esposti alle bestie. Le sorelle comparvero in visione alla matrona romana Plautilla, invitandola a convertirsi e a seppellire i loro corpi. Trovati i corpi incorrotti, li seppellì onorevolmente.

Per i miracoli alle due sorelle, la loro venerazione da parte dei fedeli e del successivo martirio subito anche dai Santi Marcellino e Pietro nello stesso luogo, questo fu denominato Silva Candida’. Nel 336 papa Giulio I vi fece costruire una basilica a loro dedicata e vi fece riporre i corpi. La chiesa fu terminata da papa Damaso I nel 367.

Attorno alla Basilica delle Sante Rufina e Seconda o di Selva Candida si formò una vera e propria città poi distrutta. Dopo le vicissitudini medioevali con le devastazioni saracene, dei pirati e l’abbandono delle terre, nel 1153 il Cardinale Conrado, futuro Papa Anastasio IV, rinvenne sotto l’altare della Basilica restaurata i resti delle due Martiri, che fece trasportare nel battistero lateranense dove fu loro dedicata una Cappella.
L’ubicazione dell’antica Cattedrale, pur con qualche difficoltà, è da individuare sul colle della Porcareccina, ove vi è una piccola Cappella restaurata e custodita gelosamente dalla famiglia Marsicola.

Selva Nera

Selva Nera è il nome del piano di zona B16 del XIX Municipio di Roma Capitale. Si estende sulla zona Z.XLVIII Casalotti.

È situata a nord-ovest della capitale all’esterno del Grande Raccordo Anulare, a sud della zona di Selva Candida.

Anticamente era presente nel luogo una fitta boscaglia, talmente buia da darle il nome di Selva Nera. Qui furono martirizzate le sante Rufina e Seconda.

Valle Aurelia

Valle Aurelia è il nome di un’area urbana situata nella zona nord-ovest di Roma, poco distante dal
Vaticano e adiacente a via Baldo degli Ubaldi. Si trova nel territorio di competenza del Municipio XVIII. È chiamata da sempre anche con il pittoresco nome “Valle dell’Inferno” a causa delle fornaci (ormai dismesse) che un tempo riempivano di fumo la vallata.

Storia

Le fornaci erano utilizzate per la fabbricazione di mattoni,
laterizi, embrici e campigiane. Per parecchi decenni la Fornace Veschi e le altre diciassette presenti nella zona hanno modellato milioni e milioni di mattoni sfruttando l’argilla estratta dalle cave dei Monti di Creta, in funzione fin dall’antichità. Con il passare del tempo, i prati tutt’intorno sono diventati quartieri in un’esplosione edificatoria innescata parossisticamente nell’ultimo dopoguerra. La Valle oggi ha un aspetto caratterizzato da palazzoni popolari da dodici piani che fanno ombra ai resti industriali. Attualmente sono rimaste in piedi solamente due fornaci, sepolte dalle erbacce; in particolare
il comignolo della Fornace Veschi svetta nei pressi della vicina stazione metropolitana. La via principale del quartiere è via di Valle Aurelia, che si inoltra all’interno della vallata
all’ombra di Monte Ciocci, spingendosi vicino ai confini con il quartiere Balduina e il Parco del Pineto. Nel quartiere è
ancora presente il borgo costituito dalle antiche case a due piani (per lo più ormai diroccate) appartenute ai “fornaciari” (ossia a coloro che lavoravano presso le fornaci) dislocate tra strade con nomi caratteristici riecheggianti le attività di un tempo. In questo borghetto venne costruita nel 1917 la chiesa di Santa Maria della Provvidenza, ma già dal 1905 Don Luigi Guanella portò il suo apostolato tra i fornaciari.

Negli anni venti del secolo scorso si trovavano nella Valle circa un centinaio di famiglie. In pochi anni la popolazione si incrementò: negli anni cinquanta, alla chiusura delle fornaci
(l’ultima nel 1960), risiedevano nella zona oltre duemila persone, poi ridottesi a meno di mille negli anni settanta fino alla storica estate del 1981, quando la ruspa comunale rase al suolo la gran parte del tessuto abitativo della parte più antica del quartiere, fatta eccezione per la vecchia chiesetta di Santa Maria della Provvidenza e una parte del sopracitato borghetto ad essa adiacente.

Il 10 dicembre 1962 venne istituita la parrocchia di San Giuseppe Cottolengo. A Valle Aurelia è presente una biblioteca comunale.

Attualmente è previsto un piano di riqualificazione del quartiere che prevede il recupero della Fornace Veschi e la costruzione di un centro commerciale.

Aurelio

Aurelio è il nome del tredicesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XIII.

Aurelio è il nome del nono suburbio di Roma, indicato con S.IX, ed è omonimo del quartiere Q.XIII.

Si trova nell’area ovest della città, a ridosso delle Mura Vaticane e delle Mura Aureliane.

Storia

L’Aurelio è fra i primi 15 quartieri nati nel 1911, ufficialmente istituiti nel 1921 e prende il nome dalla via Aurelia.

Siti archeologici e monumenti

Borgo delle Fornaci

Il nome deriva dalla presenza di numerose “fornaci” per laterizi da costruzione qui impiantate in considerazione del particolare terreno argilloso. Esse furono intensamente sfruttate già nel periodo della Roma Imperiale. Anche Teodorico e Belisario se ne servirono per i restauri alle Mura Aureliane-Onoriane.

Con i papi rinascimentali, dopo Avignone, riprese in pieno il loro utilizzo raggiungendo il massimo sviluppo con l’apertura del cantiere per la costruzione della Basilica di S. Pietro.

Le “fornaci” hanno continuato a funzionare fino all’inizio degli anni ’60 per poi cessare definitivamente la loro attività in seguito alla massiccia e dilagante urbanizzazione del territorio adiacente.

Alla metà del secolo XVI il territorio occupato dalle fornaci prese il nome da questa attività assumendo il toponimo di “Vallis Fornacum” (Valle delle Fornaci).

Tra il 1570 e il 1580 nacque il vero borgo con la costruzione disposta in modo ordinato. Le fornaci, separate tra di loro da muri di cinta, si allineavano lungo la strada diretta a “Porta de’ Cavalli Leggeri” e, risalendo il declivio retrostante, occupavano tutto lo spazio disponibile per arrestarsi davanti alle cave di creta.

Sentieri campestri assicuravano i collegamenti all’interno del borgo.

Nei primi decenni del XVIII secolo l’asse stradale di via delle fornaci, l’antica “Via Posterula“,era delimitato da un alto muro di cinta, nel quale si aprivano gli accessi alle varie proprietà, simile a quello che ancora oggi delimita il tratto più antico e meglio conservato.

La sopravvivenza del borgo è accertata fino ai primi del ‘900 quando, con la trasformazione in quartiere urbano, perderà purtroppo i suoi connotati di sobborgo industriale. Attualmente, in fondo a via della Cava Aurelia, troviamo l’ultima fornace della zona (la fornace Aurelia), abbandonata, ma ancora in discrete condizioni.

Il collegamento tra borgo e la Fabbrica di San Pietro avveniva attraverso due porte delle mura vaticane: Porta Cavalleggeri e Porta Fabbrica.

Chiesa di Santa Maria delle Grazie alle Fornaci

Il monumento più imponente del territorio intorno a Porta Cavalleggeri è la chiesa di S. Maria delle Grazie alle Fornaci.

Collocata al centro del quartiere la sua costruzione iniziò nel 1694 grazie all’abbondanza delle offerte e l’appoggio del Cardinale Carpegna.

Presenta una facciata realizzata nel 1727 sotto il pontificato di Benedetto XIII, forse su disegno di Filippo Raguzzini, scandita da lesene, articolate in due ordini sovrapposti, separati tra loro da un cornicione aggettante e conclusa da un coronamento mistilineo. E’ possibile notare il riferimento stilistico con la facciata dell’oratorio dei Filippini del Borromini senza tuttavia arrivare alla tensione strutturale tangibile nell’edificio borrominiano. Il rilievo sul portale di ingresso, realizzato in stucco, materiale molto usato nel ‘700, rappresentava la “liberazione degli schiavi”. Il cartiglio che racchiude la scena è avvolto nel manto e sormontato dalla corona della Vergine sotto la cui protezione è posta la chiesa.

Lo schema planimetrico adottato è a croce greca con quattro cappelle inserite nell’incrocio dei bracci. Questa scelta nasce e dalla volontà di rifarsi alla tradizione architettonica romana, in particolar modo del cinquecento, e dalla particolare collocazione dell’edificio, costruito sopra un rilievo del terreno, e dalla notevole dimensione dello stesso.

L’assetto della pianta centrale è però in contraddizione sia con la facciata esterna, la quale, con il suo alto prospetto, nasconde la volumetria complessiva della chiesa, sia con l’interno per la mancata costruzione della cupola, mai realizzata a causa di difficoltà economiche e architettoniche. Infatti, la notevole profondità dell’abside e la disposizione delle cappelle, collegate tra loro, suggeriscono già l’idea di una divisione in navate dello spazio. La presenza, infine, della sagrestia e del campanile, eretto nel XX secolo, accentuano la sensazione di longitudinalità dell’assetto planimetrico.

Nell’interno della chiesa, sull’altare maggiore, è custodita l’immagine della Vergine commissionata al pittore di Liegi Gilles Hallet (Egidio Alet 1620/1694). La tela rappresenta la Madonna con il bambino benedicente che stringe nella mano sinistra il globo. La convenzionalità del soggetto, dipinto a scopo devozionale, è compensata dallo studio cromatico e dalla riuscita rappresentazione del bambino.

Accanto alla facciata della chiesa sorge il convento costruito tra il 1721 e il 1725 per ospitare il Collegio Apostolico per le Missioni. Il portale, di chiara ispirazione borrominiana, è collegato al livello stradale da una scalinata a doppia rampa simile a quella costruita ai piedi della chiesa.

Chiesa della Madonna del Riposo

Le prime notizie della chiesa si hanno dal diario di Antonio Pietro del Schiavo, cronista romano del primo ‘400, dove viene citata la cappella di S. Maria del Riposo. E’ probabile, comunque, che assai prima della nascita della cappella, ci sia stata un’edicola con l’immagine della Madonna posta forse in quel luogo in memoria di un antico cimitero sacro, divenuta poi un’immagine miracolosa per le molte grazie esaudite ai viandanti ed ai pellegrini che qui sostavano per rinfrancarsi e dire una preghiera prima di proseguire il proprio cammino.

Fu allora che si volle costruire la cappella dedicata alla Madonna del Riposo. Nella seconda metà del 500 i Papi Pio IV e Pio V provvidero al restauro e all’ampliamento della costruzione originaria (avancorpo, secondo locale, per la sagrestia e, forse, le due stanze sovrastanti la sagrestia). Papa Pio V fece adattare a proprio uso un casale che sorgeva alle spalle della chiesa, fatto demolire, in seguito ad una intensiva urbanizzazione, nel 1953, del quale ci rimane soltanto lo splendido potale bugnato di travertino visibile sul lato sinistro.

All’interno della piccola chiesa troviamo, sopra l’altare, l’affresco della Madonna col Bambino, probabilmente di epoca rinascimentale, mentre le pitture di contorno, compresi il trono e gli angeli che fanno da sfondo, sono sicuramente di epoca successiva. Gli angeli ai piedi delle nicchie possono essere opera di allievi di bottega manieristica.

La volta a cupola sopra l’altare presenta un affresco di stile sei-settecentesco raffigurante l’incoronazione della vergine.

Non è possibile invece datare il paliotto dell’altare realizzato con marmi pregiati con agli angoli i gigli Farnese.

Villa Carpegna

Costruita forse su di una preesistente palazzina cinquecentesca, sorge su una antica area cimiteriale romana, desumibile dai numerosi reperti che si potevano ancora ammirare all’inizio del XX secolo: sarcofagi vari, un’urna cineraria, una lunga iscrizione dedicata ad un eques romano, capitelli, colonne e bassorilievi.

I Carpegna entrarono in possesso della villa alla fine del ‘600 quando, sotto il pontificato di Clemente X, il Cardinale Gasparre Carpegna fu nominato Vicario del Papa.

La villa fu destinata dal Cardinale a contenere le sue numerose collezione artistiche e, in special modo, quella numismatica ceduta poi, alla sua morte, ai musei vaticani.

La Famiglia Carpegna fu proprietaria della villa fino alla fine del XIX secolo. Fu poi acquistata da un certo Achille Piatti che la vendette successivamente alla baronessa Caterina Scheynes la quale, a sua volta, la lasciò in eredità alla nipote baronessa Emma Sofia Stocher.

La baronessa Stocher nel 1941 vendette la proprietà alla società immobiliare dei Beni Stabili, all’istituto dei Fratelli Ospitalieri (1955), al Pontificio Collegio Spagnolo (1956) e alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide (1961).

A loro volta i Beni Stabili hanno venduto la loro proprietà alla Domus Mariae che ha lottizzato 8 dei 15 ettari acquistati. La Domus Mariae lascerà l’edificio disabitato e il parco in completo abbandono.

Dall’1 Aprile 1981 il complesso è divenuto parco pubblico. L’attuale proprietario è il Comune di Roma.

Dalla piazza omonima si accede alla villa attraverso un portale, fatto erigere dal Cardinale Carpegna, decorato a bugnato di travertino avente sulla sommità lo stemma dei Carpegna e ai lati due finestroni decorati anch’essi di travertino e chiusi da una grata in ferro battuto. La parte interna è decorata con spuma di travertino, ghiaia, tufelli e stucco.

Percorrendo poi uno stretto viale, fiancheggiato da pini secolari e siepi di alloro, si arriva ad uno spiazzo semicircolare fronteggiante il lato est della Villa.

L’edificio ci appare privo di unitarietà risentendo sicuramente delle trasformazioni successive ad esso apportate.

Il Cardinale Carpegna ampliò la parte abitativa già esistente, composta da un corpo centrale ed un torretta – elemento caratteristico delle Ville Laziali – costruendo due nuove ali sormontate entrambe da torrette ed emulando in questo modo i modelli delle ville Medici e Borghese.

La parte certamente più interessante è costituita dal salone principale dell’edificio decorato con affreschi in stile pompeiano raffiguranti soggetti allegorici, colonne decorate a finto marmo, con basi, capitelli e frammenti di architravi, arricchiti con festoni sorretti da putti. Le colonne, poste sulle pareti laterali in prossimità degli accessi al piano superiore, sono collegate tra loro da balaustre dipinte e disposte, secondo uno schema modulare, ad intervalli regolari. Sulle due rimanenti facciate, ai lati delle porte-finestre, troviamo le stesse colonne, ma più numerose, a creare una prospettiva di cui le stesse porte-finestre costituiscono i punti di fuga. Il salone in questo modo viene movimentato dalle decorazioni che troviamo anche sugli stipiti delle porte-finestre, anch’esse dipinte in finto marmo.

Negli intercolunni del salone della Villa compaiono paesaggi con figurine di soldati, animali, file di carri, di minuscole dimensioni dipinti a tempera.

Partendo dalla parte posteriore dell’edificio, lungo il viale principale, si trova la prima fontana. Di qui parte una cordonata a doppia rampa di mattoni a spina e brecce battute che scende verso la seconda fontana per poi risalire fino al ninfeo. Il ninfeo reca sulla volta lo stemma dei Carpegna in paste vitree bianche e azzurre: le pareti interne sono decorate con mosaici policromi di sassi e lapilli. Il terrazzamento nel retro della Villa sfrutta la naturale pendenza del terreno per creare effetti di movimento e di colore prendendo come modello l’analoga disposizione a giardino del Casino di Pio V.

Recentemente la villa è stata restaurata ed il casino di caccia è stato destinato a spazio museale

 

 

 

Pantan Monastero

Pantan Monastero è una frazione di Roma Capitale, situata a cavallo di via di Casal Selce, sulle zone Z.XLV Castel di Guido sul lato ovest e Z.XLVIII Casalotti sul lato est, nel territorio del Municipio Roma XVIII.

La zona intorno alla frazione è detta anche Casal Selce (zona “O” 66), il cui nome deriva da una antica cava di selce ivi presente.

Casal Selce

Oltrepassata l’area di Casalotti troviamo la zona denominata Casal Selce per via dell’abbondanza di basalti, comunemente detti selci, nel terreno. Qui anticamente sono registrati i Fondi Gratinianus e Rosarius, il nome di quest’ultimo dovuto al ricordo della antica coltivazione delle rose nella regione.

Nata come zona rurale, Casal Selce è oggi caratterizzata da una forte espansione urbanistica residenziale, soprattutto sul lato sinistro della strada, prima disabitato o quasi.

Borgo Monastero

Borgo Colle Monastero è un bellissimo comprensorio che sorge indisturbato su di una verde ed appartata collina, giusto nel mezzo tra la Via Aurelia e la Via Boccea.
Al suo interno vi sono quasi trecento ville ed appartamenti, disseminati su di un territorio di 30 ettari interamente recintati. Enormi spazi verdi e strade collegano tra loro i sette borghi che formano il comprensorio, un vero e proprio piccolo paesino in cui vivono più di mille abitanti.
All’interno vi sono anche comodissimi servizi quali un piccolo centro estetico, un dentista ed una scuola di lingue e subito fuori, ma sempre facente parte della struttura, si trova uno splendido asilo nido. Insomma un vero e proprio paradiso subito alle porte di Roma, ad un passo dal mare e dall’aeroporto di Fiumicino, un luogo dove decine di ragazzi di ogni età trascorrono le loro giornate tra partite di pallone, corse in bicicletta e pattini, piscina, lezioni di inglese e quant’altro, tutto in estrema sicurezza disponendo di un servizio si sorveglianza privata 24h.
A far da cornice al comprensorio vi sono tutt’intorno delle splendide colline verdi su cui, passeggiando, si possono incrociare greggi di pecore, cavalli ed addirittura mucche al pascolo.

Porcareccia Vecchia

Percorrendo la via Cornelia-Boccea, all’altezza del Km. 5,500, si arriva a Porcareccia Vecchia. La tenuta, un tempo molto vasta, arrivava a comprendere anche Montespaccato, Pantan Monastero ed altre località limitrofe. Il suo territorio è irrigato da parecchi fossi, il principale dei quali è chiamato Magliana.

Attualmente Porcareccia Vecchia comprende il casale ed il castello: il centro abitato è un grazioso agglomerato che riproduce quasi fedelmente l’aspetto del borgo cinquecentesco.

Il tutto fu quasi sicuramente costruito sopra i ruderi di qualche antica villa rustica, perché risalgono ad epoca romana molte iscrizioni, delle quali alcune databili ad età repubblicana, colonne di granito, un bassorilievo con due grifi posti l’uno di fronte all’altro, un’ara con ghirlanda ed una serie di frammenti di marmo lavorati e inseriti nelle facciate del castello e della chiesa. Dai sotterranei del castello si diparte una fitta rete di cunicoli con sfiatatoi all’altezza del terreno, da mettere in relazione al percorso sotterraneo dell’acquedotto traianeo che percorreva questa parte di campagna.

Il nome Porcareccia deriva dai numerosi allevamenti di maiali che l’Ordine ospedaliero S. Spirito, proprietario della tenuta, teneva per sfamare principalmente i più poveri, secondo lo statuto della congregazione.

Casalotti

Dopo il bivio per Palmarola si arriva in località Casalotti dove la via Cornelia, abbandonato il suo corso quasi parallelo alla via Boccea, si riunisce ad essa sovrapponendosi a tratti sul suo tracciato verso il casale di Boccea. Qui, fra il Km 5 e 6 della via Cornelia-Boccea, per caso fu riportato alla luce, all’inizio del secolo, un magazzino, dotato ancora di grandi “dolii” affioranti dal terreno che doveva appartenere ad una villa rustica dei dintorni. Il particolare dei dolii (le cui misure sono: altezza mt.1,60, circonferenza massima mt.4,50, diametro della bocca mt. 0,53), aventi corpo interamente affondato nel terreno, si può riscontrare anche in magazzini simili di Ostia e Pompei. A circa600 metri di distanza sono stati trovati resti di un pavimento a mosaico bianco e nero rappresentante Nereidi e mostri marini, insieme a molluschi e pesci. Non lontano è stata rinvenuta una tomba a camera di pianta singolare e molti frammenti marmorei e suppellettili.

Casalotti è il nome della quarantottesima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XLVIII.

Il toponimo indica anche una frazione di Roma Capitale.

La zona prende il nome dalla via principale, via di Casalotti, nome dovuto probabilmente ai numerosi casali che erano presenti nel territorio.

Circondato da colline verdeggianti, il centro della frazione di Casalotti (piazza Ormea e chiesa di S. Rita da Cascia) è situato ad un’altitudine di circa110 ms.l.m.

Storia

Nel maggio del 1944, Casalotti venne distrutta dai bombardamenti alleati insieme alla vicina Grottarossa, durante l’avanzata degli stessi Alleati per cacciare gli insediamenti tedeschi[2].

Il vero e proprio boom edilizio risale agli anni settanta, quando numerosissime imprese edili iniziarono a costruire la parte più antica, ovvero la piazza e la zona compresa da via Trofarello. Tuttora è ancora in fase di espansione.

Il 29 settembre 2009 è stato presentato, dalla presidente della AS Roma Rosella Sensi, il progetto di costruzione di un nuovo stadio per il calcio nella parte sud della zona, a ridosso della via Aurelia.

Edifici storici

La Villa Romana di via di Casalotti è stata rinvenuta casualmente nel 1930 durante dei lavori agricoli. I successivi scavi della Sovrintendenza hanno messo in luce un deposito di dolia e un ambiente termale. Gli scavi sono stati ripresi poi nel periodo 1983-85 e nel 2000. La costruzione della villa risale al II secolo d.C. e risulta utilizzata fino al IV secolo d.C.Oggi è gestita dal Gruppo Archeologico Romano Onlus.

La Fontana delle Carrozze in via di Boccea, località “La zoppa”.

Monte Spaccato

Dopo l’Acquafredda,la via Cornelia arriva in località Montespaccato. Il nome deriva dalle “spaccature” dei monti provocate appunto dalla via Cornelia Antica che si intersecava sul primo monte con via dell’Acquafredda e sul secondo con l’attuale via Cornelia. In questa area sono state trovate molte testimonianze sia Etrusche che Romane consistenti, per lo più, in tombe e ville.

Montespaccato, già Borgata Fogaccia, è una frazione di Roma Capitale (zona “O” 13), situata nel territorio del Municipio Roma XVIII.

Si estende sul suburbio S.IX Aurelio, a ridosso del Grande Raccordo Anulare, tra la via di Boccea e la via Aurelia.

Storia

La borgata ebbe le prime tracce di insediamento moderno negli anni trenta, sui terreni lottizzati dal Conte Fogaccia e sugli appezzamenti del Vaticano.

Si espande sulla via Cornelia (nuova), che nulla ha a che vedere con l’antica via Cornelia, una delle strade più antiche di Roma il quale destino resta ancora per la maggior parte sconosciuto, di essa si sa solo che fu una strada alternativa alla via Aurelia (il percorso è quasi parallelo ed in parte sovrapposto) che partiva dall’attuale zona dell’Ospedale S. Spirito fino a raggiungere la campagna romana fino all’antica città Caere (attuale Cerveteri).

Montespaccato ospita una grande quantità di popolazione di origini del sud Italia.

Nella piazza Cornelia è presente, oltre ad un edificio dei primi del ‘900 e alla parrocchia di Santa Maria Janua Coeli, la torre serbatoio che raccoglieva l’acqua proveniente dall’Acquedotto del Peschiera.

A Montespaccato c’è uno dei più grandi centri sportivi d’Italia, ci sono uffici di importanti aziende e multinazionali, e un grande centro commerciale.

Gli abitanti del quartiere sono soliti a suddividere, amichevolmente, la zona in tre parti: Monte (l’anello di via Enrico Bondi e via Antonio Pane), Valle (la valle che percorrela via Cornelia) e Caserma (la zona intorno a Largo Re Ina dove ora c’è la caserma dei Carabinieri, una volta casa del Fascio).

Casale Fogaccia

Sempre in via dell’Acquafredda troviamo il casale Fogaccia, fatto costruire dal conte Piero Fogaccia su progetto di Marcello Piacentini nel periodo compreso tra il 1922 ed il 1929. In questo edificio è possibile trovare delle soluzioni architettoniche di varia provenienza: elementi tipici delle ville insieme a quelli dei casali dell’Agro romano, riferimenti alle fortezze con bastioni, finestre e portali di chiara ispirazione cinquecentesca e moderna, pareti a copertura liscia e rustica con l’uso di materiali come la pietra incerta ed il tufo.

L’arch. Marcello Piacentini volle sperimentare, per la prima volta in questa villa, la collocazione della sala destinata a soggiorno a metà tra il piano terreno rialzato ed il primo piano. La soluzione veniva praticata perché con una sola rampa di scale era possibile collegare i due livelli: una concezione costruttiva completamente innovativa per le case private.Gli interni furono realizzati con materiali pregiati ma conformi allo stile del casale rustico.Sopra il portone principale è posto lo stemma dei conti Fogaccia, che ritroviamo realizzato in ceramica, anche nel pavimento d’ingresso.

Acquafredda

Proseguendo per la via Cornelia incontriamo la località Acquafredda. Prende il nome dalla freschezza delle acque del fosso della Magliana dove si fermò, secondo lo storico latino Procopio nel suo ” Bellum Ghoticum, il re dei Goti Totila quando, nell’anno 547, invase Roma.

Valcannuta

Partendo da via Madonna del Riposo si può percorrere la via Aurelia Nuova, il cui tracciato si sovrappone a quello della via Cornelia arrivando in località Valcannuta.

Il suo nome deriva da “cannutulum” per l’abbondanza di canneti che esistevano sul territorio, ormai completamente urbanizzato: è qui che avveniva l’incontro tra la via Aurelia Vecchia e la Nuova oltre il quale, le due vie ormai unificate, si dirigevano in direzione Civitavecchia, esattamente all’altezza della Torretta Troili, dal nome degli ultimi proprietari, torretta che strategicamente ne sorvegliava l’incrocio.

La via Cornelia, lasciata la via Aurelia Nuova, si inoltrava nel territorio di Boccea seguendo il tracciato della moderna via Boccea, il cui nome deriva, oltre che dalla presenza del castello omonimo al Km. 14+500, anche dalle numerose piante di bosso, “buxsus”, attraverso cui si snodava.

Castel di Guido

Castel di Guido è il nome della quarantacinquesima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XLV.

Il toponimo indica anche una frazione di Roma Capitale.

Si trova nell’area ovest di Roma, in piccola parte a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

La zona, con il nome di Lorium, era ampiamente popolata già nei primi anni del secondo secolo a.C., come recentemente scoperto grazie ad alcuni ritrovamenti nella necropoli vicino Massimina.

Nell’anno 846 Guido I di Spoleto, chiamato da Papa Sergio II, sconfigge i saraceni a Lorium, e la zona prende il nome di Terra di Guido il Saraceno. Secondo un documento datato 1073, un certo Robertus, dona il castrum quod cognominatur de Guido al cenobio di San Gregorio.

Qui si trova una delle oasi della LIPU, estesa per 250 ettari e, in località Malagrotta, la più grande discarica d’Europa, con un’estensione di poco inferiore.

Lorium

Lorium era una località situata sulla via Aurelia, nei pressi dell’odierna Castel di Guido (nel XVI municipio di Roma). La località era citata nella Tabula Peutingeriana come prima stazione di posta sulla via, al suo XII miglio da Roma.

Vi si trovava una villa costruita dall’imperatore Antonino Pio, che vi morì nel 161 e nelle quale risiedettero anche Adriano e Marco Aurelio.

Nella località si sono rinvenute tracce di un borgo di epoca romana che attraversò una fase ricca di costruzioni nel corso della seconda metà del I secolo a.C. Resti di costruzioni ai lati della strada e di tombe furono rimessi in luce in scavi condotti nel 1823-1824.

Lorium fu sede di una antica diocesi, con il titolo di Santa Rufina, unificata sotto papa Callisto II con la diocesi di Porto nell’attuale sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina.

Sulle vicine colline esistono numerose tracce di ville romane suburbane residenziali. Gli scavi della Soprintendenza archeologica di Roma presso la villa dell’Olivella nel 2006, condotti dopo iniziali scavi clandestini di tombaroli scoperti dalla Guardia di finanza nel 2005, hanno riportato in luce un impianto termale con pavimenti a mosaico, pertinente ad una grande villa residenziale del II-III secolo. Altri due nuclei residenziali erano già stati individuati nei pressi sul monte delle Colonnacce (“villa delle Colonnacce”, già depredata dai tombaroli negli anni settanta), e sul monte Aurelio.

 

Malagrotta

Malagrotta è una frazione di Roma Capitale, situata lungo la via Aurelia nella zona Z.XLV Castel di Guido, nel territorio del Municipio Roma XVI, zona urbanistica Pantano di Grano.

È posizionata tra Fiumicino, Ponte Galeria e Piana del Sole, in prossimità della nuova Fiera di Roma: ospita quella che da più parti è definita la più grande discarica d’Europa.

Storia

Il toponimo della zona deriverebbe dal latino Mola Rupta (“mola rotta”), nome originato da una mola presente sul vicino rio Galeria che si ruppe, tramandando così ai posteri l’attuale toponimo. La prima menzione di Mola Rupta risale al 955, in merito alla cessione di una parte della tenuta da parte di una certa Costanza nobildonna romana; nel 1242 in una bolla di papa Innocenzo IV è menzionato un castrum Molaruptae, dove erano presenti due chiese, Santa Maria e Sant’Apollinare; nel 1299 papa Bonifacio VIII confermò il casale come possesso dei monaci benedettini di San Gregorio al Celio in Roma. Nel XIX secolo Malagrotta faceva parte della tenuta di Castel di Guido, di proprietà dei principi Borghese, ed ospitava un casale, un granaio, una chiesa ed un fontanile.

Una leggenda popolare vuole che il toponimo tragga invece origine da una grotta nella quale abitava un minaccioso drago, contro il quale il Papa indisse una crociata a cui parteciparono i principali baroni romani: questa storia fiabesca è stata narrata dal poeta romanesco Augusto Sindici nel componimento Malagrotta.

La discarica

La località è nota per la presenza della discarica di Roma e di parte della sua provincia, che secondo alcuni è la più grande d’Europa: 240 ettari, tra le 4500 e le 5000 tonnellate di rifiuti scaricati ogni giorno, 330 tonnellate di fanghi e scarti di discarica prodotti ogni anno: a Malagrotta, che è di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni di Pisoniano, arrivano anche i rifiuti speciali degli aeroporti di Ciampino e Fiumicino.

Tra il 2003 ed il 2004 la produzione di rifiuti nella provincia di Roma e il conseguente conferimento in discarica è aumentato del 6%: questa percentuale grava quasi interamente su Malagrotta, poiché gli altri tre impianti di smaltimento dei rifiuti della provincia, ovvero Albano Laziale, Bracciano e Guidonia, di cui peraltro uno in chiusura (Albano), non hanno un peso fondamentale nello smaltimento. Nel 2004 così la discarica di Malagrotta avrebbe raggiunto la saturazione, tuttavia l’amministrazione regionale provvide ad ampliare il terreno della discarica.

La discarica di Malagrotta avrebbe dovuto chiudere il 31 dicembre 2007 inforza della normativa europea che vieta di conferire in discarica rifiuti allo stato grezzo: tuttavia il Governo ha autorizzato l’apertura della discarica fino al dicembre 2008, anche se il Commissario Straordinario per l’Emergenza Rifiuti del Lazio, Piero Marrazzo il 25 luglio del 2007, ha prorogato l’apertura della discarica solo fino al maggio 2008.

In luogo della discarica, il gruppo CO.LA.RI. (Consorzio Laziale Rifiuti) di proprietà dello stesso Manlio Cerroni, e proprietario del sito di trattamento e smaltimento di Malagrotta, sta costruendo due gassificatori di CDR (Combustibile derivato da rifiuti) a Malagrotta, la cui costruzione è stata decisa dalle ordinanze n° 14 e 16 del 2005 firmate dall’allora Commissario Straordinario per l’Emergenza Rifiuti del Lazio Verzaschi, tuttavia posto sotto sequestro. Questi impianti, avrebbero dovuto cooperare con gli inceneritori già in funzione nel Lazio a Colleferro e San Vittore e con quelli in progettazione ad Albano Laziale, sulla via Appia, tuttavia, proprio a Colleferro sono stati posti sotto sequestro. Successivamente dissequestrato, al pari degli impianti di Colleferro, è oggi in esercizio una linea di gassificazione ed in via di realizzazione altre due.

L’invaso di discarica è attualmente in esercizio in proroga, nonché oggetto di una procedura di bonifica per l’accertato inquinamento delle acque sotterranee accertato da ARPA LAZIO.

Massimina

Massimina è il nome della zona urbanistica 16e del XVI Municipio di Roma Capitale. Si estende sulla zona Z.XLV Castel di Guido.

La zona è anche chiamata “Massimilla” (dal nome di una delle vie principali della borgata: via della Massimilla) oppure “Casal Lumbroso” (nome preso dalla via del Casale Lumbroso, una via circondata da ville e che collega la via Aurelia con il Grande Raccordo Anulare), e si sviluppa sul lato sud della via Aurelia, poco fuori il Grande Raccordo Anulare, su un territorio alternato da fondovalle e crinali.

L’asse insediativo principale può essere suddiviso in tre zone fondamentali, divise tra loro da zone commerciali e terreni privati:
1) Zona del 13° (nome derivato dal chilometraggio corrispondente sulla via Aurelia), il cui nucleo insediativo principale è costituito dalla sequenza di via Giuseppe Vanni, via Alessandro Santini e via Casal Lumbroso; zona costituita maggiormente da piccole palazzine e villette bifamiliari e quadrifamiliari.
2) Zona della Massimilla (come già accennato, il nome deriva da una delle vie principali dell’intera borgata), il cui nucleo insediativo è costituito dalla sequenza di via della Massimilla, via Serafino Belfanti e via Ciro Trabalza (tre vie collegate tra loro ma parallele in diversi punti; zona costituita esclusivamente da piccole palazzine.
3) Zona Ildebrando (dal nome della via che ne costituisce la spina dorsale, poiché la zona si estende per l’intera lunghezza di tale via: via Ildebrando Della Giovanna), il cui nucleo insediativo e maggiormente costituito dalle abitazioni lungo l’intera via (è da notare che la suddetta via non è più privata dal 2001, anno in cui è stata allargata a vantaggio di entrambe le corsie di marcia e dotata di ampi.privata dal 2001, anno in cui è stata allargata a vantaggio di entrambe le corsie di marcia e dotata di ampi parcheggi in prossimità delle abitazioni, degli uffici e delle aree di ristoro); è una zona costituita da ville e piccole palazzine.
La struttura della zona non presenta luoghi con caratteri di centralità, quali possono essere una piazza o un viale commerciale. L’unico fronte commerciale presente si trova, infatti, in prossimità della via Aurelia.
Sono comunque previsti lavori per la costruzione di un sistema di luoghi centrali, che utilizza l’asse insediativo principale quale elemento di aggancio di nuove piazze e/o giardini integrati ad edifici pubblici o di uso pubblico.

Curiosità

Nel maggio del 2009 si fece l’ipotesi di costruire uno stadio per il calcio per la A.S. Roma.

La Pisana

La Pisana è il nome della quarantaquattresima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XLIV

Pisana è il nome della zona urbanistica 16c del XVI Municipio di Roma Capitale. Si estende sul suburbio S.VIII Gianicolense.

Prende il nome dalla omonima tenuta “la Pisana”.

Con l’espressione “la Pisana” si è soliti anche indicare il Consiglio regionale del Lazio che ha sede proprio in via della Pisana, in zona Ponte Galeria, all’altezza della nuova frazione di Ponte Galeria-La Pisana.
Via della Pisana si estende lungo numerosi chilometri e parte da via Aurelia Antica arrivando fino al confine con il comune di Fiumicino, collegando quindi la parte ovest della città dietro il quartiere Aurelio fino alla campagna.

Si trova nell’area ovest di Roma, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare

 

Portuense

Portuense è il nome dell’undicesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XI.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 15b del XV Municipio.

Esiste anche un suburbio omonimo, indicato con S.VII.

Si trova nell’area sud della città, a ridosso delle Mura Aureliane e del fiume Tevere.

Storia

Il Portuense è fra i primi 15 quartieri nati nel 1911, ufficialmente istituiti nel 1921 e prese il nome dalla via Portuense.

Durante l’occupazione nazista fu teatro di assalti ai forni ed episodi di resistenza

Monteverde Nuovo

Monteverde Nuovo

La zona detta Monteverde Nuovo, invece, si estende oltre via di Donna Olimpia, che è una sorta di fondovalle tra due rilievi, occupato un tempo dal fosso di Tiradiavoli, oggi interrato.

Monteverde Nuovo ebbe origine dalla lottizzazione della settecentesca villa Baldini. Ciò che rimane della villa è il giardino di largo Alessandrina Ravizza, mentre l’edificio padronale della villa oggi ospita la scuola elementare “Oberdan”.

Intorno ad essa e soprattutto lungo via Giulia di Gallese, rimangono dei bellissimi villini di inizio Novecento, tutti con giardino privato, che costituiscono un insieme di grande qualità urbana e ambientale, simile ad altre zone a villini della Capitale, come per esempio Monte Sacro, i Parioli, e alcune zone del quartiere Nomentano.

Ma non ci sono solo i ricchi: in seguito alle demolizioni operate nel centro della città per volontà del Fascismo, vengono costruite le Case Popolari di via di Donna Olimpia per gli sfollati del Rione Borgo, soprannominate sarcasticamente dagli inquilini “i grattacieli”. Queste contrastano anche con l’edilizia successiva, che sarà soprattutto signorile, anche se di pessima qualità.

L’insediamento poi dell'”Ospedale del Littorio”, oggi “San Camillo”, contribuirà ad attrarre il ceto medio borghese fatto soprattutto di medici, impiegati statali e professionisti.

I confini del quartiere sono: via di Donna Olimpia, piazzale Dunant, circonvallazione Gianicolense, via Ramazzini, via Portuense da via Ramazzini a via del Casaletto, via del Casaletto, via Vitellia, via di Donna Olimpia.

Da un punto di vista amministrativo, Monteverde fa parte del XVI Municipio di Roma, che comprende una porzione di territorio stretto e lungo del comune di Roma compreso nel “lato corto” tra la via Aurelia antica e la via Portuense e nel lato lungo va dalle mura gianicolensi, fino al confine con il comune di Fiumicino.

Monteverde Vecchio

Monteverde Vecchio è una zona del quartiere Gianicolense, incluso dal nuovo Piano regolatore del 2002 nella “città storica”.

Il quartiere di Monteverde Vecchio è sorto intorno a strade previste dal Piano Regolatore del 1909. Si snoda intorno al rettifilo di via Carini che inizia quasi davanti alla storica porta San Pancrazio e arriva con diverse denominazioni nei pressi di Ponte Bianco, ponte ferroviario degli anni Venti, ai confini del quartiere. A un certo punto,la via Carini si allarga nella Piazza Rosolino Pilo, vero centro del quartiere, dove sorge la chiesa parrocchiale “Regina Pacis”.

Inquadramento territoriale e confini

Il nucleo più vecchio della zona occupa la collina tufacea di Monteverde. Essa fa parte delle ultime colline che si trovano sulla sponda destra del Tevere.

Le altre colline sulla sponda destra sono: Monte Mario, il Vaticano e il Gianicolo, mentre i celeberrimi sette colli storici si trovano sul lato sinistro del fiume.

La zona è sorta intorno a due nuclei inizialmente distinti: Monteverde Vecchio, che occupa principalmente la sopra citata collina, e Monteverde Nuovo, che incominciò a formarsi a valle di questa, verso i Colli Portuensi.

Curiosamente, a dispetto del nome, i due nuclei, ormai saldati tra loro, sono praticamente contemporanei: entrambi furono decisi, nei principali assetti viari, dal piano regolatore del 1909.

Sta di fatto che mentre Monteverde Vecchio ebbe quasi subito la consistenza di “quartiere”, Monteverde Nuovo rimase fino al dopoguerra in prevalenza campagna e fu completato nelle sue parti negli anni settanta.

I confini sono: via di porta San Pancrazio, via Vitellia, via di Donna Olimpia, circonvallazione Gianicolense, viale Trastevere, mura gianicolensi e porta San Pancrazio.

L’origine del nome “Monteverde”

La collina di Monteverde costituisce le propaggini del colle Gianicolo, dal quale è separata dalle mura gianicolensi, che cingono il rione storico di Trastevere. Questo giustifica il toponimo ufficiale del quartiere, che non è Monteverde, ma “Gianicolense”.

Il toponimo “Monteverde”, comunemente usato da chi vi abita, ha un’origine molto antica; potrebbe far riferimento al tufo di colore verde-giallognolo, che veniva estratto dalle cave di tufo che un tempo costellavano la zona.

Un altro toponimo antichissimo, addirittura di epoca romana, che designava la zona era “Mons Aureus“, ossia “Monte d’oro”, che faceva riferimento sempre al colore del tufo, ma stava ad indicare oltre all’attuale Monteverde anche il Gianicolo. (Le Mura che oggi separano Monteverde dal Gianicolo non esistevano in epoca romana; furono erette nel Seicento da Urbano VIII (1633 – 1644).) Tracce di questo toponimo rimangono oggi nel titolo della chiesa di San Pietro in Montorio (Montorio = Mons Aureus), che si trova sul Gianicolo.

Gianicolense

Gianicolense è il nome del dodicesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XII.

Esiste anche un suburbio omonimo, contrassegnato con S.VIII.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 16d del XVI Municipio.

Si trova nell’area sud-ovest della città, a ridosso delle Mura Aureliane e del fiume Tevere.

Il Quartiere 

Comunemente chiamato dagli abitanti “Monteverde”, il quartiere è compreso tra la via Aurelia Antica e la via Portuense e si estende dalle mura gianicolensi, che cingono Trastevere, fino a via del Casaletto. Oltre via del Casaletto vi è il suburbio Gianicolense, nel quale vi è il Parco della Valle dei Casali e borgate popolose come Bravetta (o Borgata Villini).

Gli abitanti, però, non lo percepiscono come un unico quartiere, ma ne distinguono molti: Monteverde Vecchio (che comprende anche Ponte Bianco, poco prima di viale Trastevere), Monteverde Nuovo e Colli Portuensi.

Il nome deriva dal colle Gianicolo, compreso nel rione storico di Trastevere, intorno al quale, agli inizi del Novecento, è avvenuta la prima espansione urbana di Monteverde (via Carini e piazza Rosolino Pilo).

Emergenze monumentali e ambientali

Il quartiere è ricco di testimonianze storiche; in primo luogo le catacombe cristiane di San Pancrazio, che si trovano al di sotto dell’antichissima Basilica di San Pancrazio, situata poco fuori dell’omonima porta. Vi erano anche delle catacombe ebraiche, il cui ingresso, probabilmente all’altezza di Via Paolo Segneri, fu seppellito sotto una colata di cemento che permise poi la costruzione su un terrapieno di alcune palazzine. Di grande importanza storica il cimitero di Ponziano, il cui ingresso principale è in via alessandro Poerio: cimitero che però non è mai stato aperto al pubblico.

A nord del quartiere si apre un grande polmone verde: è la villa Doria Pamphilj, il parco pubblico più grande di Roma. La villa, che si è originata dalla fusione di diverse vigne nel Seicento ad opera della nobile famiglia romana dei Doria Pamphilj, che la possedette fino agli anni settanta del Novecento. Degno di menzione è l’edificio principale della villa: il Casino Seicentesco, progettato dall’architetto Alessandro Algardi. Di grande valore storico, artistico e ambientale è anche la Villa Sciarra: sette ettari di verde in cui gli ultimi proprietari, gli americani George Wurts e sua moglie Henriette Tower, trasferirono numerose statue in arenaria provenienti provenienti dal castello visconteo di Brignano d’Adda, dando al parco l’aspetto attuale.

Villa Bonelli

Villa Bonelli è un parco urbano di 4,5 ettari, dove risiedono la presidenza del Municipio XV Arvalia-Portuense, gli uffici Cultura, Sport e Scuola e lo Sportello per le imprese.

Storia

Un documento fiscale del 1693 nomina l’abate Cenci e monsignor Pallavicini, proprietari della vigna “in contrada Vicolo Inbrecciato”, per la quale pagano le tasse più alte del comprensorio.

Un secolo dopo e oltre, il Catasto gregoriano (anno 1818, mappa 159, particella 235) attesta una “casa con corte per l’uso del Vignarolo”, primo nucleo della moderna Villa Bonelli, su una superficie di 32 centesimi catastali.

La proprietà è ancora ecclesiastica – precisamente della chiesa di S. Maria in via Lata – ma su di essa il vignarolo Giuseppe Pagani vanta il diritto di “enfiteusi perpetua”, una sorta di affitto a basso canone, riscattabile, molto vicino al moderno contratto di “leasing”.

Non solo. Pagani ha in enfiteusi anche l’intera “vigna” (particella catastale 234) che misura 8 quadrati, 8 tavole e 27 centesimi, e il “fienile” (particella 233) che misura 6 centesimi.

Verso il 1839 l’operoso vignarolo aggiunge al casale un corpo perpendicolare (visibile nella mappa della Congregazione del Censo), ma verso metà Ottocento l’attività deve conoscere un rapido declino: nelle mappe la nuova ala è crollata, e un documento del 1878 annota che il fienile è ormai “diruto”.

L’enfiteusi sarà “riscattata” (pagando il valore capitalizzato del canone) verosimilmente intorno al 1870, anno in cui la piena proprietà passa a Giuseppe Balzani.

 I Balzani (e poi i Trinchieri) sono proprietari di Villa Bonelli per mezzo secolo, dal 1870 al 1926. Le loro vicende familiari sono state ricostruite dagli studi attenti di Carla Benocci.

Alla morte del capostipite Giuseppe Balzani, nel 1885, ereditano congiuntamentela vedova Virginia Ciocci-Balzanie i figli Saverio, Giuseppe e Silvia.

Virginia Ciocci-Balzani muore due anni dopo, nel 1887, e la proprietà si consolida nei tre figli. La comproprietà non deve essere stata facile, tanto che il 28 gennaio 1900 si arriva ad una spartizione:la tenuta Balzaniviene assegnata in via esclusiva alla figlia femmina, andata sposa ad Emilio Trinchieri.

Alla morte di Silvia Balzani-Trinchieri, nel 1902, la proprietà passa in eredità congiuntamente al marito Emilio e alla numerosa figliolanza: Virginia, Giuseppe, Emma, Giovanna, Giovan Battista e Marcello.

Intorno al 1906 sono attestati degli abbellimenti che portano la dimora ad assumere carattere signorile e “forma ad L”, e ad essere indicata nelle mappe come “Casa Balzani” o già “Villa Balzani”. La sua estensione, delimitata dalle attuali vie Montalcini, Fuggetta, Baffi, Ribotti e Valli, è di 113 mila mq.

Gli eredi Trinchieri vendono la proprietà a all’agronomo ing. Michelangelo Bonelli, già proprietario della paludosa Piana Due Torri il 29 ottobre 1925.

La sua opera avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava un ramo artificiale del Tevere (l’attuale via Pian due torri) e con vasche e chiuse porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendio collinare di vigna pregiata e frutteto.

Al casino nobile si aggiungono un nuovo corpo di fabbrica ela serra-studio. Ilparco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, con querce, pini e cipressi.

Mussolini nel 1938 chiederà la tenuta per ampliare l’EUR: Bonelli gli dirà di no.
La tenuta di Bonelli, alla sua morte, fu ereditata dal conte Tournon, che ne aveva sposato una delle figlie.
Il conte iniziò a lottizzare e costruì le prime case, distruggendo gran parte degli alberi circostanti.
Tra gli anni ’60 e ’70 venne costruita la maggior parte dei ‘casermoni’ della Magliana.
Tutta la zona, situata sette metri sotto l’argine del Tevere, doveva essere reinterrata sino a raggiungere il livello dell’argine stesso.
Il Comune diede il permesso di costruire, alla sola condizione di sottoscrivere un atto d’obbligo che impegnava i costruttori a reinterrare i due primi piani dei palazzi in epoca successiva, accordo che non fu mai rispettato.
Furono così realizzati due piani in più rispetto a quelli previsti. Non si costruirono invece strade, fogne, scuole, campi sportivi e soprattutto niente verde.

Negli anni ’80 la villa passa al Comune; nel 2004 gli arch. Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Un’area bimbi e spazi culturali completano la villa.

Dal dopoguerra ad oggi la periferia di Roma ha cambiato fisionomia: via della Magliana Nuova è una sorta di diramazione di via della Magliana, creata per smaltire il grosso traffico della strada principale.
La costruzione della stazione ferroviaria di Villa Bonelli ha reso più agevoli i collegamenti col centro della città.
Tuttavia nonostante il traffico, la viabilità in tilt, il cemento armato dei palazzi costruiti uno addosso all’altro, c’è un ricco patrimonio artistico ed ambientale da rivalutare.

Borgata Petrelli

Largo Petrelli, dedicato alla figura di Giuseppe Petrelli (1883-1937), rappresenta il centro ideale del quartiere. Ogni anno a metà giugno ospita l’“Isola Verde”, festa popolare con danze e fuochi d’artificio. Vi fa capolinea la navetta 711, dopo un giro che tocca la Magliana nuova, via Lenin e largo La Loggia.
Il parco, di 3100 metriquadri, contiene specie arboree miste piantumate a partire dal 1992, tra cui alcuni pini dalla bella ombreggiatura su panchine e area giochi per bambini.

La cappella all’interno del parco, dedicata a Papa Giovanni XXIII, ha interni sobri con una doppia fila di banchi, l’organo e il confessionale. La crocifissione, due statue e le mattonelle della via crucis completano le decorazioni. La chiesetta dipende dalla parrocchia Nostra Signora di Valme.

Il Programma di recupero urbano della Magliana prevede nella piazza la realizzazione di un sottopasso ferroviario. Un progetto, da ritenersi ormai tramontato, proponeva in passato di trasformare la banchina ferroviaria presso il passaggio a livello nella fermata “Newton” della FM1.

Storia

Borgo agrario del Settecento, a cavallo fra Portuense e Magliana, su un territorio ricco di memorie archeologiche. Di qui passava la via Campana, e poco distanti si trovano il Bosco sacro degli Arvali, le Catacombe, Santa Passera, la Villa papale e Villa Bonelli.

Nel 1884 una trincea difensiva taglia in due il Petrelli. L’8 settembre 1943 vi si combatté la furibonda battaglia di Ponte della Magliana, in cui i Granatieri resistettero 20 ore agli assalti tedeschi. In ricordo di quei tragici avvenimenti il Piano regolatore del ’62 ha mantenuto la trincea lì dov’era, e salvato il quartiere dal cemento.

Oggi il Petrelli è “isola verde”, parte del parco Valle dei Casali. Nel futuro prossimo arriveranno il nuovo ponte sul Tevere, nuove strade e spazi verdi, e forse una buona protezione per le tracce archeologiche e di un recente passato rurale”.

La città dei Ragazzi

La Repubblica dei Ragazzi di Civitavecchia

Nel gennaio del 1945 Monsignor Carroll-Abbing, fondando “L’Opera per il Ragazzo della Strada”, diede inizio alla sua attività assistenziale a favore dell’infanzia del dopoguerra.
Insieme a Don Antonio Rivolta, Monsignore fondò una comunità tra S. Marinella e Civitavecchia, quella che poi prese il nome di “Repubblica dei Ragazzi di Civitavecchia”.
Nacquero così i “Villaggi”: quello Marinaro, quello Agricolo e quello Industriale.
Cominciò a prendere corpo l’Autogoverno, frutto della vita quotidiana dei ragazzi e dei loro sforzi di regolare la comunità.
L’Assemblea diventò il fulcro organizzativo della vita cittadina.
La vita comunitaria venne perfezionata dall’introduzione di uno specifico sistema monetario: i “Meriti”, monete metalliche appositamente coniate e studiate, che ogni ragazzo riceveva come ricompensa per i compiti svolti.

La Città dei Ragazzi di Roma

Avviata la Repubblica dei Ragazzi a S. Marinella, Monsignore decise di fondare un’altra Comunità per giovani bisognosi, più vicina a Roma. Acquistò così una landa di terreno in Via della Pisana, due chilometri fuori del Grande Raccordo Anulare, ed il 6 ottobre 1953, alla presenza delle Autorità italiane ed estere, venne posta la prima pietra della futura “Città dei Ragazzi di Roma”, dove Monsignore passerà il resto della sua vita.
Anche il sistema dell’Autogoverno venne trasferito alla Città dei Ragazzi, con l’unica differenza che qui saranno gli “Scudi” e non più i “Meriti” a regolare la vita cittadina

Portuense

Portuense è il nome dell’undicesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XI. Il toponimo indica anche la zona urbanistica 15b del XV Municipio.
Esiste anche un suburbio omonimo, indicato con S.VII.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso delle Mura Aureliane e del fiume Tevere.

Storia
Il Portuense è fra i primi 15 quartieri nati nel 1911, ufficialmente istituiti nel 1921 e prese il nome dalla via Portuense.

Si estende tra Via Portuense, Via del Casaletto, Via Aurelia Antica e le Mura Aureliane. Durante l’occupazione nazista fu teatro di assalti ai forni ed episodi di resistenza.

 

Muratella

Muratella è un’area urbana (piano di zona B38) del XV Municipio di Roma. Si estende sulla zona Z.XL Magliana Vecchia.

È situata lungo la via della Magliana, in prossimità della omonima stazione della linea FR1, che collega l’aeroporto “Leonardo da Vinci” a Roma ed a Fara in Sabina/Orte/Poggio Mirteto.

Si tratta di una zona importante soprattutto per la posizione che occupa e per la questione mobilità. Si trova nel quadrante sud-ovest della città; è collegata, grazie alla linea metropolitana FR1, l’A91 (Roma – Fiumicino Aeroporto) ed il Grande Raccordo Anulare sia con l’aeroporto che con il resto della regione e con Roma.

È vicina anche al Parco de’ Medici, dove è da anni in fase di sviluppo un nuovo quartiere amministrativo, con uffici, centri direzionali, sedi legali di importanti aziende italiane.

Sempre nelle vicinanze, per la precisione nel comune di Fiumicino, c’è il nuovo polo fieristico e già da qualche anno sono stati costruiti il centro commerciale Parco Leonardo e il multisala Ciné Cité, i più grandi d’Italia.

Situato a Sud-Ovest del centro della città, il comprensorio Muratella-Collina Alitalia si colloca strategicamente lungo uno dei più importanti assi di sviluppo della città, tra l’autostrada Roma-Fiumicino e il GRA.
Dal punto di vista morfologico-paesaggistico l’area è definita da tre importanti aree naturalistiche che determinano un’importante valore ambientale da integrare con i nuovi interventi e in generale con le strategie progettuali proposte.
A Nord il Parco regionale istituito dal Piano Territoriale Paesistico ‘Valle del Tevere’, ad Ovest la Valle Lupara e ad Est la Valle Bufalino.

Il quartiere sarà in grado, in futuro, grazie alla sua continua espansione, di ospitare gli uffici che attualmente si trovano nel centro di Roma, così da decentrarli e dare un futuro migliore al centro storico della Capitale.

In quest’area è prevista la costruzione di due grattacieli: il grattacielo di Richard Rogers (152 metri, in progettazione) e la Torre Verde di Jean Marc Schivo (130 metri, approvato).

Di fronte alla stazione si trova il “Canile Comunale Muratella”.

Piana del Sole

Piana del Sole è una frazione di Roma Capitale (piano di zona B40), situata in zona Z.XLI Ponte Galeria, nel territorio del Municipio Roma XV.

Sorge al confine col comune di Fiumicino, racchiusa fra l’Autostrada A12 “Autostrada Azzurra” a ovest, l’Autostrada A91 “Roma-Fiumicino” a sud e via della Muratella a nord-est.

Storia

Piana del Sole è un nucleo edilizio abusivo spontaneamente sorto, mai perimetrato né soggetto ad alcun tipo di pianificazione attuativa.

L’Amministrazione Comunale ha individuato nell’ambito di Piana del Sole aree destinate all’Edilizia Residenziale Pubblica per le quali, insieme alle aree del nucleo edilizio abusivo circostante, intende coordinare interventi pubblici e privati ai fini di ottimizzare i costi per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.

Scavi archeologici nell’area della Piana del Sole, hanno consentito di scoprire 300 tombe di una necropoli romana risalente al II secolo d.C.
Nell’area si possono trovare siti dell’età preistorica e dell’età del ferro nonché di epoca etrusca e romana.

Ponte Galeria

Ponte Galeria è il nome della quarantunesima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XLI.

Il toponimo indica anche una frazione di Roma Capitale e la zona urbanistica 15g del Municipio Roma XV.
A Ponte Galeria è situato un centro di identificazione ed espulsione (CIE).

Si trova nell’area sud-ovest di Roma, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare

Storia

Ponte Galeria, oltre al fiume Tevere, è attraversata da un piccolo fiume che per la dimensione ridotta viene classificato come ‘rio’ e ha dato il nome alla valle che attraversa, il rio Galeria, appunto.
Oggi di questo corso d’acqua non ci accorgiamo quasi più, chiuso com’è tra argini poderosi. E’ comunemente definito ‘marana’, declassazione o confidenza che ignorano le vetuste origini ed antiche vestigia e funzioni, quando era solcato da barche, o quando era temuto per le inondazioni o quando era usato come barriera naturale alle invasioni.

Il rio Galeria era chiamato dagli etruschi ‘Careiae’ o ‘Careia’ o ‘Cereja’, e veniva utilizzato per il trasporto del sale fin sotto le mura di Veio. Il nome ‘Careja’ venne poi trasformato in Galeria (=abitanti del rio Careia), quando Roma venne divisa in 16 tribù nella riforma dell’agro ad opera di Servio Tullio (quarto re di Roma).
Il nome fu poi esteso a tutta la valle del rio. Il nome Galeria appare in numerosi testi classici, fra cui Tito Livio e Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia.

Il rio e la valle Galeria erano noti per la loro importanza strategica, militare e alimentare.
Ciò risulta dall’opera di Papa Adriano I (772-795), che volle qui una domusculta, cioè una grande masseria ‘con campi e casali, vigne, mulino, ..’ per dare rifornimento di grano alla città.
Dopo cinquant’anni, un altro Papa, Gregorio IV (827-844) fece costruire qui un castello adibito a villa e fortilizio. Era una torre a tre piani, circondata da un robusto antemurale. Tra le varie vedette che difendevano il castello, una era di particolare importanza, per il fatto che racchiudeva il ponte con cui si superava il rio Galeria.

Anche i Papi successivi ebbero a cuore il ponte sul Galeria. Papa Benedetto VIII, nel 1018 ordinala restaurazione. Stessa cosa fece il 12 agosto 1526 Papa Clemente VII, incaricando il prefetto dell’alveo e delle sponde del Tevere a restaurare il ponte sul Galeria. Lo stesso Papa gli ingiunge poi di mantenerlo in buono stato e, per trovare i fondi per la manutenzione, lo autorizza a riscuotere una tassa dalle navi che risalgono il Tevere.

Nell’arco della storia la valle Galeria vede un alternarsi di periodi floridi con periodi di abbandono; di fioritura o di squallore, come agli inizi del 1900.
Con l’espansione verso il mare voluta dal fascismo e con la costruzione della vetreria, inizia l’urbanizzazione della valle Galeria.
Ponte Galeria non era una tenuta, ma un piccolo centro, nodo di due importanti arterie stradali (via Portuense e via Magliana) e di due vie fluviali (Tevere e Rio Galeria).

Sin dall’antichità fu un centro abitato. Ciò è dimostrato anche dalle tombe neolitiche (cioè dell’età della pietra e del bronzo) rinvenute.
E’ durante il paleolitico che i primi uomini arrivarono in questa zona. Trecentomila anni fa nella zona si aggirava l’elefante, l’ippopotamo, il rinoceronte il cavallo il bue, il cervo, il cinghiale, ed altri animali di taglia minore, prede della caccia utile al sostentamento della popolazione.

La valle, in via di formazione, era ingombra di acquitrini e paludi, e nel suo insieme appariva come una steppa nella quale si distendevano, senza argini, il fiume Tevere ed il Galeria.
Proprio la presenza dei due fiumi riduceva il bisogno idrico del centro, perché a quel tempo l’acqua del fiume si beveva.

Marconi

Marconi (in antico Piana di Pietra Papa) è il nome della zona urbanistica 15a del XV Municipio di Roma Capitale. Si estende sul quartiere Q.XI Portuense, sulla piana delimitata dalla ferrovia Roma-Pisa e il tratto di fiume Tevere tra Ponte di ferro e Ponte Marconi.

L’abitato moderno, sviluppatosi a partire dal Dopoguerra, si sviluppa lungo l’asse stradale di viale Guglielmo Marconi e lungo l’asse secondario di via Quirino Majorana (c.d. Nuovo Trastevere).

I siti di interesse archeologico presenti a Marconi sono: Necropoli, magazzini romani e struttura arcaica alla Mira Lanza; Necropoli di via Blaserna; Necropoli e murature romane di viale Marconi; Villa romana di Pietra Papa; Drenaggi di via Biolchini; Tombe 1 e 2 di via Ravizza; Strutture arcaiche alla Casa di riposo ebraica; Terme, tratto di Via Campana, Cisterna romana e Necropoli Portuense a Pozzo Pantaleo; Tempio della dea Fortuna I miglio; Darsene di Pietra Papa.

I siti di interesse storico sono: Casa Vittoria; Asilo nido Fantasia; Case operaie di via dei Papareschi; Società Colle e concimi; Scuola Pascoli; Mira Lanza (edifici vari); Autoparco della Croce Rossa; Teatro India; Molini Biondi.

Vi sono due ponti (Ponte di ferro o dell’Industria e Ponte Marconi); di un terzo ponte (Ponte della Scienza) si è iniziata la costruzione.

Storia

Sviluppatosi a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60 con la costruzione di edifici a carattere intensivo, che raggiungono anche gli otto piani, il quartiere ha assunto rapidamente il ruolo di ‘centro commerciale’ del Municipio, soprattutto intorno alle due principali vie che l’attraversano, viale Marconi e via Oderisi da Gubbio.

I due importanti ponti che lo collegano con i quartieri limitrofi ed il mare, ponte Marconi e dell’Industria, ne hanno accentuato il carattere di zona ad altissima intensità di traffico, in cui si concentrano gli spostamenti quotidiani di molti cittadini romani.

In origine l’area situata a ridosso del Tevere, chiamata Piana di Pietra Papa, probabilmente dal nome di una famiglia nobile di Trastevere, era soprattutto paludosa e solo in parte coltivata, sottoposta al continuo pericolo delle inondazioni del fiume. Alla fine dell’800 si venne sviluppando lungo le due rive del Tevere l’area industriale e chiamata Porto Fluviale, che poteva sfruttare come mezzi di comunicazione, oltre il fiume, anche la ferrovia Roma-Civitavecchia ed il vicino ponte dell’Industria, conosciuto come il Ponte di ferro, fatti costruire dal papa Pio IX nel 1859.

Fra le attività industriali che si svilupparono nell’area agli inizi del ‘900, spiccavano soprattutto lo stabilimento della Mira Lanza, dove si producevano candele e saponi, ed il Molino Biondi.

I due complessi industriali, situati l’uno a via Blaserna e l’altro a via Pacinotti, costituiscono oggi per le loro qualità architettoniche e costruttive, una testimonianza importante di archeologia industriale a Roma.

Se il Piano regolatore del 1909 prevedeva nella zona la costruzione di villette a due piani, e ne confermava il carattere industriale, nel piano del 1931 fu prevista invece per l’area di Pietra Papa la costruzione di edifici intensivi.

La realizzazione del ponte Marconi agli inizi degli anni ‘50, voluta per facilitare l’espansione edilizia verso l’EUR ed il mare, contribuì in maniera decisiva allo sviluppo del quartiere, così che intorno al 1965 l’edificazione di Marconi può dirsi completata.

Alta densità di abitanti, assenza di verde pubblico, alta concentrazione di traffico, inquinamento ambientale ed acustico, sono i problemi che affliggono attualmente il quartiere, la cui soluzione non appare certo facile.

Nell’ambito del progetto ‘Centopiazze’ l’amministrazione comunale ha riqualificato piazza della Radio, con un grande giardino attrezzato, così da trasformare la piazza in un piacevole punto d’incontro per il quartiere.

Una risposta ai problemi di Marconi è stata data dalla sistemazione dell’area di lungotevere dei Papareschi, aperto nel 2005 intitolandolo all’attore Vittorio Gassmann.

Inoltre è stata completato il collegamento di via Blaserna con la realizzazione di un ampio numero di parcheggi gratuiti per i cittadini.

Il lungotevere Vittorio Gassman, già lungotevere dei Papareschi, è il tratto di lungotevere che collega via Antonio Pacinotti a via Pietro Blaserna, a Roma, nel quartiere Portuense. Il lungotevere è dedicato all’attore e regista genovese Vittorio Gassman, trasferitosi da giovane a Roma e ivi morto nel 2000; è stato istituito con delibera della giunta comunale del 29 dicembre 2006. In precedenza il lungotevere prendeva nome dalla nobile famiglia dei Papareschi (o de Papa o Paparoni).

Parrocchietta

Il Cimitero della Parrocchietta è un luogo di sepoltura dell’Ottocento, sito in viale Isacco Newton, già tratto di via Portuense, al Trullo.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Sovrintendenza comunale ai Beni Culturali (scheda inventariale presso l’Ente).

Storia

Nel 1762 il Capitolo di Santa Maria in Trastevere conosce una grave crisi finanziaria, dovuta all’abolizione delle congrue urbane e alle spese di una vorace corte di parroci, viceparroci e preti confessori. Il principe rettore, cardinal Pamphili, corre ai ripari, nominando amministratore uno straniero stimato e rigoroso, don Giuseppe Aluffi da Pavia. Il nuovo amministratore orienta il risanamento in due direzioni: riduce gli organici della corte (ad 1 curato, 2 vicari e 4 confessori), e, soprattutto, riordina produttivamente le vigne tra Portuense e Aurelia, unica ricchezza del Capitolo.

Fin dalle prime ricognizioni, don Aluffi è accolto dalla fiera ostilità dei vignajoli portuensi, i quali lamentano un insostenibile abbandono. Don Aluffi chiede loro di scrivere una petizione, e il suo stupore è grande quando legge che i vignajoli non chiedono denari, ma una chiesa: “Se chiedessimo beni temporali e licenze meritaressimo rimproveri e negative”; invece chiedono “cibo spirituale e aiuti per la salvezza delle anime”, cioè un curato che dica messa, somministri i sacramenti e faccia un po’ di scuola

Autorizzato dal principe Pamphili, don Aluffi provvede. Compera a Bravetta, nel 1770, una “vigna con casa e cappella”,3 migliafuori Roma. Ma Bravetta è lontana, e la soluzione non piace agli irrequieti vignajoli, “riconoscendo tal sito non adatto”.

Nel 1772 don Aluffi compera il terreno sullo sperone roccioso “in località Fogalasino”,3 migliae 1/3 fuori Roma. Stavolta l’acquisto è felice, e l’ostilità dei vignajoli si tramuta in favore. In breve don Aluffi vi edifica, attingendo a capitali personali, un “casaletto” di campagna, che destina a chiesa. La piccola chiesa, scrivono i vignajoli, “per privata, non ha l’uguale nella campagna, ben corredata di sacri arredi e di tutto il bisognevole”. Era appena natala “Parrocchietta”.

Nel 1777, in pieno scontro tra i “secessionisti” portuensi e i capitoli di S. Maria e S. Cecilia,la Sacra Rotasi pronuncia, in favore dei primi. Il tribunale ecclesiastico era stato chiamato in causa da un quarto contendente, il cardinal Rezzonico vescovo di Porto e S. Rufina, che vantava un’antica giurisdizione sulle vigne portuensi. Da tempo tollerava che S. Maria vi riscuotesse le congrue, facendosi in cambio carico dei mantenimenti civili, ma il vescovo aveva impugnato l’accordo.

La delegazione rotale, nominata dal cardinal Colonna, vicario di Pio VI per Roma, soggiorna lungamente sul posto, per verificare a chi spetti la cura delle anime vignajole. In meno di due anni i giudici pronunciano sentenza e danno ragione al Vescovo di Porto, suggerendo allo stesso tempo comporre la disputa “liquidando” in denaro il vescovo e costituendo il territorio portuense in parrocchia autonoma. “Troppo necessaria è ivi l’erezione di una nuova parrocchia”, scrivono.

Pio VI e il Sacro Collegio approvano la sentenza dagli evidenti riflessi politici, “come unico mezzo per sedare le controversie e come vero rimedio per accorrere alli bisogni spirituali della campagna”. Colonna scrive allora ai Vignajoli: “Il SS.mo Signor nostro Pio VI, è venuto a sapere che i fedeli abitanti nelle vigne, nei casolari e nelle campagne fuori Porta Portese, a causa delle difficoltà di accedere alle loro chiese parrocchiali di S. Maria e S. Cecilia, sono quasi del tutto privati del cibo spirituale…”.

Sembra fatta. E alla Parrocchietta si canta vittoria. Ma in quel momento sopraggiunge l’incidente: il paladino don Aluffi si ammala gravemente, e lascia la Parrocchietta a un vice-curato, di cui Santa Maria ottiene facilmente ragione, richiamandolo all’obbedienza. In breve, proprio quando il Papa è pronto a concedere l’autonomia, la chiesetta al Portuense si svuota. Occorrerà attendere ancora due anni

Corviale

Corviale è il nome della zona urbanistica 15f del XV Municipio di Roma Capitale. Si estende sul suburbio S.VIII Gianicolense.

Con il nome “Corviale” o più correttamente “Nuovo Corviale” (il “Serpentone” per i romani) si identifica un gigantesco edificio costruito lungo la via Portuense. Doveva essere il primo quartiere satellite o città satellite in grado di offrire ai suoi abitanti tutti i servizi necessari. La logica dell’intervento, rivelatasi ben presto visionaria, si ispira alle soluzioni residenziali del primo razionalismo e presenta chiari riferimenti, sviliti da un’attuazione non corretta nel momento della realizzazione dell’opera, alle teorie sulle “Unités d’Habitation” di Le Corbusier, di cui un esempio solo in parte attuato si trova a Marsiglia

L’edificio

Di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari, è stato progettato nel 1972 da un team di architetti: Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini, e Michele Valori, coordinati da Mario Fiorentino. Rappresenta probabilmente il più lampante errore di programmazione architettonica nella storia dell’urbanistica italiana. Non è mai stato completato totalmente. Le prime abitazioni furono consegnate nell’ottobre 1982, ma già qualche mese dopo avvennero le prime occupazioni abusive delle abitazioni da parte di settecento famiglie. Costituito da due stecche, una verticale ed una più piccola e bassa orizzontale, conta un totale di 1200 appartamenti.

Anni di occupazione e totale abbandono hanno ridotto l’edificio in condizioni di degrado e fatiscenza anche se recentemente è diventato oggetto di un tentativo di riqualificazione che interessa anche il territorio circostante. La parte centrale o “spina servizi” che si trova tra le due stecche è stata completata ed accoglie alcuni uffici del municipio XV, e un centro per il disagio mentale della ASL Roma D. All’interno del palazzo sono presenti l’incubatore d’impresa del comune di Roma, un ambulatorio ASL, un centro anziani, un supermercato. Poco distante dal terminale della seconda stecca, sul luogo dove sorgeva un’area verde, è stato recentemente costruito un centro commerciale[2].

Caratteristiche

È formato da due palazzi lunghi un chilometro per nove piani di altezza (stecche), uno in fronte all’altro, con all’interno ballatoi lunghissimi, cortili e spazi comuni, e da un altro edificio lineare più piccolo che orizzontalmente si unisce al primo edificio tramite un ponte.

All’interno dei cortili vi sono per tutta la lunghezza un’altra fila di abitazioni (“case basse”) di due o tre piani che si affacciano sui cortili e sulla campagna retrostante. È interamente costituito di setti in cemento armato. Ospita ben 1200 appartamenti di diverse dimensioni, più una innumerevole serie di abitazioni sorte abusivamente negli spazi comuni e in quella che doveva essere una galleria dei negozi al 4º piano.

Nel progetto iniziale il palazzo era diviso in sei lotti: ognuno doveva essere dotato di sala condominiale per le attività comuni. Inoltre erano previsti una sala per le riunioni, un anfiteatro all’aperto, scuole, laboratori artigianali e un piano, il quarto, dedicato agli esercizi commerciali. Alcune sale condominiali andranno all’università di architettura.

Corviale nella cultura popolare

Nel 1983 il gigantesco edificio fu fatto conoscere a tutta Italia dal film Sfrattato cerca casa equo canone, con protagonista Pippo Franco, un’opera molto modesta della commedia all’italiana, dove vengono derisi i principi urbanistici e ideologici che avevano portato alla sua costruzione. Al Corviale è stata anche dedicata la canzone Serpentone dal misconosciuto gruppo romano di rock demenziale Santarita Sakkascia e la canzone “Eclissi Di Periferia” di Max Gazzè.

Secondo una leggenda metropolitana, l’architetto responsabile del progetto si sarebbe suicidato una volta vista l’opera compiuta; il fatto, privo di alcuna verità, testimonia tuttavia il mancato apprezzamento dei romani per il risultato ottenuto, per quanto basato su soluzioni in se stesse non dannose, ma inficiate dalle fasi di realizzazione. La verità però vede Fiorentino morire di arresto cardio-circolatorio a seguito di una riunione di condanna da parte dei colleghi romani e da parte dell’amministrazione che aveva commissionato il progetto. Non è escluso che la terribile riunione abbia potuto causare l’infarto, ma certo non morì suicida.

Nuovo Corviale è un complesso edilizio romano, un intervento integrato costruito negli anni settanta dall’Istituto Autonomo Case Popolari, che si colloca a sud-ovest della città, nel territorio della XV circoscrizione, a destra della via Portuense e in direzione di Fiumicino (a circa2 Kmdal raccordo anulare).

Il comprensorio si sviluppa per la lunghezza di circa un chilometro è alto nove piani, più due cantine e seminterrato, 1202 appartamenti, in cinque corpi, un edificio più basso in parallelo ed una terza costruzione posta trasversalmente, proiettato verso il quartiere esistente di Casetta Mattei, come ‘una mano allungata per un’integrazione tra vecchio e nuovo tessuto urbano’. Una strada pedonale lo attraversa, fiancheggiata da qualche negozio.

Al di là dell’anello stradale principale c’è un centro scolastico con una materna, un’elementare ed una media. Il complesso comprende un anfiteatro all’aperto (terzo lotto), una sala per le riunioni (quarto lotto) e cinque sale condominiali; il quarto piano, per tutta la sua lunghezza, è destinato a botteghe artigiane e servizi, doveva essere, infatti, quel piano riservato a impianti collettivi e invece è rimasto per anni inutilizzato, a parte qualche sporadica iniziativa immediatamente rientrata.

Il progetto

L’originale edificazione, oggetto di innumerevoli, spesso inopportune, attenzioni da parte della stampa romana, si richiama, come radice culturale, alle teorie dell’architetto francese degli anni venti, Le Corbusier.

Lo IACP della Provincia di Roma ha affidato il disegno all’équipe di 23 progettisti diretta dall’architetto Mario Fiorentino.

La parte più rivoluzionaria di Corviale sono i servizi e gli impianti collettivi, progettati per un’estensione tre volte più ampia degli standard minimi fissati per legge: teatri all’aperto, uffici, sala per riunioni, sale condominiali, biblioteca, scuola d’arte, palestra coperta, asili nido, scuole materne, elementari e medie, consultorio pediatrico, farmacia, mercato coperto, ristorante con sala banchetti e self-service, un gruppo di esercizi commerciali, cinque grandi spazi verdi, alcune decine di locali destinati a botteghe artigiane, studi professionali, ambulatori.

Il tutto sovradimensionato perché doveva servire anche il quartiere circostante ed altri 20 palazzi che avrebbero dovuto sorgere nel piano zona per un totale di altri 1500 abitanti.

La storia

La prima pietra viene posta il 12 maggio del 1975, mentre le prime case vengono consegnate nell’ottobre del 1982.

Fin dall’epoca della sua edificazione il complesso di Nuovo Corviale, viene preso di mira da più cittadini con impellente necessità di un’abitazione.

L’iniziale occupazione risale al 1983, quando 700 famiglie prendono d’assalto il palazzo ed entrano con la forza negli appartamenti e si conclude con l’attendamento nel piazzale sottostante di 150 nuclei per circa un anno e mezzo.

La seconda è quella conclusasi oramai dal Natale del ’95: i circa 200 peruviani che si erano insediati nei manufatti abbandonati della spina centrale sono stati fatti evacuare con uno ‘sgombero morbido’ organizzato dall’assessore alle Politiche Sociali con l’Istituto di Studi Latino Americani.

La terza occupazione è quella relativa al quarto piano, occupato da ‘autocostruttori’ che, per insediarsi, hanno approfittato del disservizio delle istituzioni. Si tratta di una sessantina di famiglie, perlopiù giovani coppie, spesso figli dei regolari assegnatari, che hanno occupato un negozio, uno slargo, una sala condominiale del piano lasciato libero.

Numerosi altri, infine, sono i tentativi di occupazione che quasi mensilmente vengono segnalati alle istituzioni, di un locale restituito allo Iacp di ambienti per uso sociale.

Il Municipio Roma XV ha stabilito a Corviale sede del Consiglio Municipale e degli uffici tecnici.

Trullo-Montecucco

Trullo è il nome della zona urbanistica 15d del XV Municipio di Roma Capitale. Si estende sul suburbio S.VII Portuense.

Storia

La presenza di un sepolcro romano del I secolo alto 5 metri posto lungo l’argine del Tevere la cui forma ricorda quella dei trulli pugliesi, da l’attuale nome alla borgata.

Il sepolcro, inizialmente chiamato Turlone, Torraccio ed, infine, “Trullus de Maximis”, risulta essere stato proprietà di un certo Massimo “Donne Rogata” nel XIII secolo.

La Borgata fu costruita a partire dal 1939, col nome di “Costanzo Ciano”, quale “residenza temporanea” dei cittadini del Rione Monti, sfollati per la demolizione e costruzione di Via dei Fori Imperiali, per poi, dopo la guerra, assumere il nome di “Duca d’Aosta”.

Il nome

Il nome attuale fu assegnato nel 1946.

Attorno agli anni Sessanta, in alcuni ambienti del Quartiere si sviluppò un dibattito sul Trullo, dal quale scaturì la proposta di chiedere il cambiamento del nome della Borgata. Una rappresentanza di abitanti del Trullo recatasi alla Toponomastica del Comune di Roma, propose due nuove denominazioni: ‘Valle Portuense’, oppure ‘Borgata San Raffaele’, dal nome dell’angelo patrono della Parrocchia.

L’esito fu negativo. Effettivamente non c’erano validi motivi per questo cambiamento. Sembrerà curioso, ma alla richiesta delle ragioni che spingevano molti a chiedere questa modifica, la risposta più frequente era: ‘Trullo fa rima con citrullo’.

Esaminiamo allora questo nome.
Bisogna innanzitutto consultare il dizionario della lingua italiana per vedere cosa dice di questo sostantivo, per la verità abbastanza singolare. Cominciamo dunque con lo Zingarelli, il quale dà, del nome ‘trullo’, questo significato: ‘sorta di abitazione di forma rotonda a tetto conico, nella penisola Salentina’. Bene. E’ un bell’esempio di architettura; chi non conosce o non ha visto almeno una volta una cartolina illustrata di Alberobello, con le sue piccole e graziose costruzioni di pietra che si distinguono appunto per la caratteristica del tetto a forma conica? Perfino la chiesa di questa bella cittadina ha il tetto formato da numerosi coni che danno l’impressione di tanti gelati capovolti. Oltretutto i trulli di Alberobello sono monumento nazionale e formano il vanto degli abitanti di questa città pugliese. Nella stessa Borgata vivono alcune stimate e laboriose famiglie di Alberobello, le quali sentono molto vivo l’attaccamento a quel lembo di terra del meridione d’Italia.

Ma procediamo nella consultazione dello Zingarelli. Come aggettivo ‘trullo’ ha significato di grullo, che lo stesso Zingarelli traduce a sua volta con: stordito, stupido, melenso, minchione, ingenuo e credulone. Andiamo a vedere qualche altro testo, per esempio il Novissimo Melzi, il dizionario enciclopedico linguistico italiano. Come per il citato Zingarelli, il Melzi dà all’aggettivo ‘trullo’ un significato quasi analogo: citrullo, in senso di sciocco e stolido. La stessa cosa fa il dizionario Garzanti, il quale, dopo aver precisato che l’origine etimologica del termine trullo deriva dal greco ‘troulloe’ (trullòs), conferma i significati sopra annotati di sciocco, stupido, ecc. Anche un altro diffusissimo dizionario, il Palazzi, ci ripete le stesse cose poco simpatiche appena esposte. Si consiglia poi di non dare mai del ‘trullo’ ai toscani, poiché nel loro dialetto è un termine ancora più offensivo.

L’origine di questo vocabolo risale probabilmente al periodo Megalitico come le ‘Nuraghe’ della Sardegna, ma aveva anche diversi altri significati. Veniva usato in passato per indicare il tuorlo dell’uovo, ed era chiamata trullo, un’antica macchina guerresca, una specie di catapulta usata in battaglia per lanciare sassi e saette. In vecchi trattati di architettura, infine, venivano indicati con il termine tru}lo alcuni elementi architettonici tra cui gli archi, i fornici ed alcune costruzioni a pianta circolare. Nel Medio Evo, a Roma, erano noti con il nome di trullo, molti edifici e monumenti. Nel ‘Liber Pontificalis” per risalire ad una delle più antiche citazioni che si conoscano dell’epoca di Papa Sergio (687-701), viene usato questo vocabolo allorché si parla di una copertura di piombo effettuata sul trullo della Basilica dei Santi Cosma e Damiano al Foro Romano. Per trullo si intendeva, evidentemente, la cupola della chiesa.

Molti altri edifici curvilinei o rotondi furono pure indicati con questo nome. Val la pena di citare almeno i più importanti, o quantomeno quelli di maggior grandezza, che vanno individuati principalmente tra i circhi, i teatri e le torri. Nei secoli XI e XII, nel Circo Massimo esisteva una costruzione detta ‘trullo’ di cui però non abbiamo nessuna descrizione. Un ‘Trullus Joanpes de Stacio’ era localizzato vicino la chiesa di Santa Caterina dei Funari. Il celebre teatro di Pompeo, monumentale edificio ad emiciclo che si trovava nei pressi dell’attuale Campo de’ Fiori, nel Medio Evo era anch’esso comunemente chiamato Trullo. Ancora con il nome di trullo, era indicata un’altra torre visibile da piazza del Popolo e che sorgeva lungo la via Flaminia; questa torre, a pianta circolare, dava il nome alla campagna circostante, che fu nota come ‘Vigna del Trullo’.
Un’altra costruzione ad emiciclo, che sorgeva nelle adiacenze della Torre delle Milizie, fu detta ‘Trullo degli Arcioni’. L’attuale piazza di Pietra, era chiamata piazza del Trullo. Qui si trovavano due edifici che portavano il nome di Trullo; il primo era di forma poligonale e riceveva luce dall’alto attraverso un’apertura praticata nella volta a calotta, ed il secondo era una chiesina dedicata a ‘Sancto Stephano de Trullo’, la quale fu officiata per parecchi secoli. Attualmente purtroppo tutte queste costruzioni sono scomparse.

Per terminare ricordiamo che tale nome in antico non era usato soltanto a Roma, ma era conosciuto e utilizzato anche in paesi molto lontani.

Nei documenti della Chiesa, si legge che nell’anno 680, nel Sacro Palazzo Imperiale di Costantinopoli si tenne un Concilio Ecumenico che fu detto ‘Trullano’, dal luogo di riunione che era una grande sala a cupola; un successivo Concilio, sempre tenuto a Costantinopoli nel secolo seguente, fu pure detto ‘Concilio in Trullo’ per la stessa ragione. Come si vede, questo nome ha avuto anche un significato sacro e un passato illustre.

Montecucco

La collina ad Occidente dei Monti del Trullo e’ quella cosiddetta dei Diamanti o di Montecucco.

E’ una terrazza panoramica sull’ansa del Tevere che va dall’Eur a Ponte Galeria.

Molto importante dunque dal punto di vista ambientale e paesaggistico, la collina e’ inoltre l’area principale di verde a servizio dei quartieri limitrofi.

La Torre Righetti ne domina la cima.

Procedendo sull’autostrada Roma – Fiumicino in direzione Roma o seduti sul trenino da Ostia o su quello dall’aeroporto, si nota una singolare costruzione cilindrica sulla sommita della collina poco prima della Magliana. E’ un insolito edificio formato dall’intersezione di due cilindri. Un corpo rotondo piu ampio a terrazzo, racchiude un agile fabbricato cilindrico in laterizio, di diametro minore.

Sulla porta d’ingresso, di quello che doveva essere un belvedere o una casina di caccia, una scritta datata 1825 ricorda il committente dell’opera, tale “Cavalier Righetti”.

Parco de’ Medici

Parco de’ Medici è un’area urbana del XV Municipio di Roma. Si estende sulla zona Z.XL Magliana Vecchia.

È un quartiere prettamente amministrativo, con uffici, centri direzionali e sedi legali di importanti aziende italiane.
Negli ultimi anni ha conosciuto un forte sviluppo di strutture ricreative (cinema multisala) e residenziale (appartamenti ed hotel), dovuti principalmente alla contemporanea costruzione della nuova Fiera di Roma sulla direttrice del quartiere.

È ben servita, inoltre, da uno svincolo del tratto urbano dell’Autostrada Roma-Fiumicino.

Pian Due Torri

Pian due Torri è il nome della zona urbanistica 15c del XV Municipio di Roma Capitale. Si estende sul quartiere Q.XI Portuense.

Storia

A Pian due Torri, la zona in cui sorge il fortilizio, erano nell’antichità due monumenti sepolcrali accanto alle sponde del Tevere – sui quali, secondo il Nibby, sorsero due torri gemelle appartenenti al cardinale Orsini — che fornirono il nome ai terreni circostanti coltivati a vigne.

La zona era infestata da zanzare e poco salutare a causa delle frequenti alluvioni del Tevere.

Il ricordo delle due costruzioni gemelle è affidato a questa Torre superstite che si erge accanto alla pista ciclabile dalla quale si può osservare il suggestivo spettacolo offerto dalle rive del Tevere e dall’ambiente palustre, caratterizzato ancor oggi dalla massiccia presenza di fitti canneti.

La Torre-Casale di Teodora o del Giudizio, a cui si accede lungo la piccolissima via Teodora, sorge sopra i resti di una tomba monumentale del I secolo d. C. di cui conserva un’ampia camera sepolcrale.

Difficile risulta l’esatta motivazione del nome di Teodora dato al viottolo, dal momento che ben tre Teodore sono ricollegabili con la vicina chiesa di Santa Passera (corruzione del XIV sec. del nome del Santo Ciro o Abbacero, qui venerato insieme a Giovanni). Due monaci orientali, che avevano traslato da Alessandria le reliquie dei due santi, sarebbero stati ospitati, al tempo di Innocenzo I (401-417), da una Teodora nella sua casa di Trastevere, dopo breve tempo trasformata in chiesa. Le reliquie sarebbero state trasferite definitivamente da Teodora in un piccolo edificio sacro fatto costruire vicino alla via Portuense.

Una seconda versione riferisce che le reliquie dei due santi, per essere sottratte ai musulmani che avevano conquistato Alessandria d’Egitto, vennero portate nel VII secolo a Roma, dove i due martiri sarebbero apparsi in sogno a Teodora, senatrice romana, che le avrebbe poste nella chiesa al Portuense, arricchita con la donazione di molti terreni adiacenti.

In un documento del 9 dicembre 1060 compare il nome di una terza Teodora che restituisce alla badessa del monastero dei Santi Ciriaco e Nicolò una vigna fuori Porta Portese, “vocabulum sancti Abbacyri “.

In epoca medievale venne realizzata una sopraelevazione sul sepolcro e di conseguenza la trasformazione del monumento in Torre d’avvistamento e difesa sul Tevere a un piano, non molto alta, presenta massicci contrafforti che ricordano l’originaria funzione di fortilizio. E dotata anche di una scala esterna.

Fin dall’epoca di Leone IV (847-855) era stata realizzata una lunga linea di punti di avvistamento, che da Porta Portese proseguiva fino alla foce del Tevere, costituita da quindici torri. Un sistema di fortificazioni adottato dopo l’incursione dei Saraceni nelle basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le mura. Inoltre, il Pontefice fece erigere una torre in pietra, collegata alla gemella (scomparsa) dall’altra parte del fiume da una catena di ferro tesa che, all’occorrenza, poteva sbarrare il percorso sul Tevere a qualunque imbarcazione, soprattutto a quelle saracene.

La Torre di Teodora, adibita a questo scopo, successivamente, in tempi più sicuri, sostituì la catena con una fune per rimuovere e guidare le merci dalle chiatte sulla terraferma. Un carattere commerciale che portò ad una rapida trasformazione della vasta area che si estendeva lungo la riva destra del Tevere. Questo tratto fluviale dal quale, provenendo dal mare, si poteva facilmente entrare a Roma continuò ad essere tenuto sotto controllo ancora per molto tempo, come conferma l’atto d’acquisto da parte di un certo Lentulo Lentuli, del 12 dicembre 1545, di un prato confinante con “il casale dei Doi Torri”.

Intorno agli anni ’20 la zona di Pian Due Torri, l’area venne acquistata da Bonelli, un ingegnere piemontese, il quale fece installare presso il Tevere una pompa per estrarre l’acqua dal fiume portandola, attraverso un canale scavato lungo via Pian Due Torri, all’interno di vasconi.
L’acqua veniva utilizzata durante il giorno dai mezzadri di Bonelli (ai quali l’ingegnere aveva affidato la coltivazione del terreno, ricavandone in compenso la metà del raccolto), mentre di notte serviva ad irrigare i prati. Si coltivavano carciofi ed ortaggi, sorsero frutteti e vigneti.
La tenuta di Bonelli, alla sua morte, fu ereditata dal conte Tournon, che ne aveva sposato una delle figlie.
Il conte iniziò a lottizzare e costruì le prime case, distruggendo gran parte degli alberi circostanti.

Il 9 dicembre 2007 è stato inaugurato il nuovo parco urbano “Pian due Torri”, su un’area verde bonificata successivamente allo sgombero di un insediamento abusivo avvenuto il 12 ottobre dello stesso anno.

Torre del Giudizio.

La Torre del Giudizio è una torre medievale, situata in via Teodora, tra via della Magliana e il fiume Tevere.

Essa poggia su un preesistente manufatto romano – un sepolcro circolare, probabilmente del I sec. d.C. – nelle vicinanze dell’insediamento portuale fluviale di Vicus Alexandri.

L’elevazione della torre, su pianta quadrata, risale verosimilmente al Milleduecento. Oltre alla tradizionale funzione di vedetta, la torre ha avuto a lungo anche quella di dogana.

La torre – insieme ad una seconda torre, situata sulla riva opposta – regolava la circolazione mercantile lungo il fiume. Una pesante catena, tesa tra le due vedette, apriva o ostruiva il passaggio come un moderno passaggio a livello, imponendo il dazio a quanti dal mare volessero raggiungere Roma o viceversa. Da ciò deriverebbe il toponimo di Doi torre (Due torri), sebbene le interpretazioni non siano unanimi.

La torre si trova su terreno demaniale e, per quanto noto, è occupata abusivamente da un privato. È stata oggetto di studi delle Belle arti (1997) e dalla Soprintendenza archeologica (2004) ed è in attesa del vincolo di interesse storico-artistico come “caratteristica dell’organizzazione difensiva dell’Agro Romano verso il mare”.

Borghetto Santa Passera

Il Borghetto di Santa Passera è un insediamento spontaneo, sorto agli inizi del Novecento nella golena tra via della Magliana e il Tevere, a ridosso della chiesina di Santa Passera, da cui prende il nome.

Durante il fascismo il Governatorato di Roma si occupò diffusamente delle condizioni miserevoli delle famiglie che vi dimoravano, con una serie di ispezioni e relazioni di visita.

Tale attività di studio fu portata avanti anche dal Comune di Roma, fino ad anni recenti.

L’area si estende in lunghezza per circa 1 km, e i limiti possono essere determinati per approssimazione fra le Idrovore di piazza Meucci e la Torre del Giudizio. La proprietà è in massima parte demaniale, trattandosi di riva e argine fluviale. L’edilizia presenta caratteri assai eterogenei. Ad un nucleo di preesistenti casali rurali si sono aggiunte case in pietrame di tufo e laterizio ad un unico piano e composte di un unico ambiente, per lo più prive di fondazioni e spesso addossate le une alle altre, o con fazzoletti di terreno intorno. Più recente è la costruzione di capannoni artigianali, ricavati negli spazi di risulta tra casa e casa.

In anni recenti il borghetto si è progressivamente spopolato e versa oggi in condizioni di abbandono.

La chiesa

Sorgeva lungo l’antica via Campana lungo la riva del Tevere ed oggi può essere vista prendendola via Magliana Nuovae poi il vicolo che prende la sua denominazione dalla chiesa in questione.

Costruita intorno al IX secolo, riutilizzando un antico mausoleo romano del II secolo d.C.

Il primitivo nucleo della chiesa fu edificata durante le persecuzioni di Diocleziano per ospitare le spoglie dei martiri cristiani Ciro e Giovanni che subirono il martirio a Canapo.

Anticamente la chiesa si chiamava S. Abbacurus, ma nel corso del tempo il nome si modificò in Appacero, Pacera e infine Passera.

La chiesa conobbe varie fasi edilizie e l’edificio attuale risale, in gran parte, al IX secolo.

Nella facciata esterna sono visibile ancora dei resti dell’antico mausoleo romano, mentre al  suo interno la chiesa è strutturata su un unica navata.

La programmata realizzazione del parco di S. Passera lungo il Tevere, con la relativa pista ciclabile, dovrebbe dotare il quartiere di una vasta zona attrezzata a servizi e a verde pubblico

Magliana

Magliana è il nome della zona urbanistica 15e del XV Municipio di Roma Capitale. Si estende sulla zona Z.XL Magliana Vecchia. Prende il nome dal corso d’acqua che ivi scorre, la Magliana.

L’attuale Magliana, che fu tra le zone più importanti della periferia di Roma antica, è il risultato di una incontrollata speculazione edilizia condotta nella capitale dal dopoguerra.

Il quartiere, che fu costruito a metà degli anni ’60, sorge su un ansa del Tevere al di sotto del livello degli argini del fiume; è di fatto esposto al rischio di inondazioni qualora il Tevere dovesse straripare.
La nascita di costruzioni abusive e di fabbricati industriali in una parte di territorio resasi sempre più popolosa, ha contribuito ad offuscare la memoria storica di una zona di notevole interesse storico-archeologico.

Particolare importanza rivestono le Catacombe di Generosa, un antico cimitero situato su un’altura della Magliana, in cui furono sepolti i corpi dei fratelli Simplicio e Faustino, uccisi durante la persecuzione di Diocleziano nel 303 d.C.
I due martiri sono i patroni di una cittadina tedesca, Fulda, che recentemente si è gemellata con la Magliana, a cui è stata dedicata una strada intitolata ‘Maglianastrasse’.

E’ anche interessante la chiesa medievale di S. Passera, lungo la riva del Tevere, costruita intorno al IX secolo, riutilizzando un antico mausoleo romano del II secolo d.C.

Secondo fonti storiche sull’origine del nome di Magliana, nell’XI secolo si parlava di un fundus manlianus posseduto dall’antica famiglia romana dei Manilii o Manlia, da cui molto probabilmente derivò il termine per una successiva corruzione in Magliana.

Risale al XV secolo la destinazione del luogo a territorio di caccia, quando il cardinale Girolamo Riario nel 1480 fece edificare una costruzione in onore del duca di Sassonia per riposarvi dopo le fatiche della caccia.
Innocenzo VIII, trovando il luogo gradito per l’amenità del terreno e la bellezza del paesaggio circostante, ristrutturò gli edifici esistenti e costruì una villa, conosciuta come Castello della Magliana.
I papi che si succedettero ampliarono il castello e lo abbellirono con un giardino e una cappella decorata con affreschi della scuola di Raffaello dedicata a S. Giovanni Battista, da cui il nome odierno del vicino ospedale dei Cavalieri di Malta.
Intorno alla metà del ‘700 la villa papale, in rovina, venne abbandonata.
Dal 1957 è di proprietà del Sovrano Militare Ordine di Malta, che ne ha curato il restauro.

Tra gli anni ’60 e ’70 venne costruita la maggior parte dei ‘casermoni’ della Magliana.
Tutta la zona, situata sette metri sotto l’argine del Tevere, doveva essere reinterrata sino a raggiungere il livello dell’argine stesso.
Il Comune diede il permesso di costruire, alla sola condizione di sottoscrivere un atto d’obbligo che impegnava i costruttori a reinterrare i due primi piani dei palazzi in epoca successiva, accordo che non fu mai rispettato.
Furono così realizzati due piani in più rispetto a quelli previsti. Non si costruirono invece strade, fogne, scuole, campi sportivi e soprattutto niente verde.

Dal dopoguerra ad oggi la periferia di Roma ha cambiato fisionomia: via della Magliana Nuova è una sorta di diramazione di via della Magliana, creata per smaltire il grosso traffico della strada principale.
La costruzione della stazione ferroviaria di Villa Bonelli ha reso più agevoli i collegamenti col centro della città.

Tuttavia nonostante il traffico, la viabilità in tilt, il cemento armato dei palazzi costruiti uno addosso all’altro, c’è un ricco patrimonio artistico ed ambientale da rivalutare.
La programmata realizzazione del parco di S. Passera lungo il Tevere, con la relativa pista ciclabile, dovrebbe dotare il quartiere di una vasta zona attrezzata a servizi e a verde pubblico.

Dagli ultimi anni novanta la zona ha acquisito nuovo valore grazie, soprattutto, ad un evidente calo del suo tasso di criminalità e ad una riqualificazione urbana che ne fa un quartiere vivibile.

Nell’ambito del progetto Centopiazze, è stata sistemata a giardino l’area tra via Sillano e via Castiglion Fibocchi.

Inoltre è stata creata la Piazza De André al centro del quartiere, sede del Premio Fabrizio De André dedicato alla musica italiana d’autore.

Magliana Vecchia

Magliana Vecchia è il nome della quarantesima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XL.

Il comitato Catacombe di Generosa, la più antica associazione culturale presente nel XV municipio che svolge da oltre trant’anni un’attività volta alla conservazione e divulgazione del patrimonio storico-culturale del territorio, organizza delle visite gratuite, effettuate dal presidente Nicola De Guglielmo, alla villa della Magliana e all’intero complesso, che ora comprende anche l’ospedale San Giovanni Battista, con il patrocinio del XV municipio e per gentile concessione del Sovrano militare dell’Ordine di Malta. “Si può riscoprire oggi la villa della Magliana, fuori dai consueti itinerari turistici, coi resti arborei di un’antichità rarefatta ed appena riconoscibili, dove il Rinascimento è arrivato sulla dirittura finale del viale del tramonto, attraverso una serie di visite guidate della durata di un’ora e mezza, una volta al mese di sabato pomeriggio, per riscoprire una delle gemme della periferia romana, per lo più sconosciuta a molti”, spiega il presidente del comitato. Circondata da una bellissima campagna, la villa è stata un antico casale, una tenuta di caccia, una residenza estiva per i papi, un castello al quale si accedeva attraverso una porta merlata, circondato da un profondo fossato per proteggersi dalle continue invasioni dei mori. In una bolla di Benedetto VIII del 1018, compare per la prima volta la notizia della proprietà di un casale agricolo “unum et integrum”, a9 chilometrida Roma. Intorno al 1471 il cardinale Girolamo Riario decise di destinare la tenuta a zona di caccia. Il suo successore, Innocenzo VIII, fece costruire il “palazzetto” della Magliana, affidando i lavori all’architetto Graziadeo Prata da Brescia. L’elezione nel 1503 di Giulio II della Rovere segnò una svolta, perchè il nuovo papa nominò, tra i cardinali di fiducia, Francesco Alidosi, vescovo di Pavia, che divenne il vero esecutore dell’ampliamento della villa, chiamando a sé Raffaello con la sua scuola. Venne così ristrutturata la vecchia cappella, dedicata a S. Giovanni Battista, da cui il nome odierno del vicino ospedale: originariamente ricca di decorazioni pittoriche, presentava nell’abside un affresco che, attualmente al museo del Louvre di Parigi, fu realizzato dagli allievi di Raffaello, secondo i disegni del loro maestro. Il pontificato di Leone X fu un altro periodo splendido per la villa: in quegli anni la sua corte ospitò i migliori artisti e le menti più eminenti dell’epoca, Raffaello, Bramante, Michelangelo, Pico della Mirandola; fece allestire la ‘sala delle Muse’, ricca di affreschi rappresentanti Apollo e le Muse, che attualmente si trovano presso il Museo di Palazzo Braschi. Con la fine del Rinascimento, anche la villa perse la sua importanza e sopravvisse a se stessa fino alla fine del ‘500; nell’800 fu data in beneficio alle monache di Santa Cecilia, che la affittarono a privati; è stata salvata ed è tornata, in parte, al suo antico aspetto grazie ai Cavalieri di Malta. Il 19 giugno del 1959 fu stipulato un atto ufficiale tra il consiglio di reggenza dell’associazione dei Cavalieri ed il presidente del C.d.A. della società finanziaria “La Magliana” che era divenuta proprietaria del monumento: la cessione era condizionata all’acquisto da parte dei Cavalieri di tutta la tenuta circostante e “all’impegno di provvedere a tutte le opere di conservazione, manutenzione e restauro” imposte dalle leggi in materia di tutela storica e artistica dei monumenti, impegno che l’Ordine ha adempiuto anche con la fondazione e la gestione dell’ospedale.

Castel Porziano

Castel Porziano è il nome della ventinovesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXIX.

Si trova nell’area sud del comune, separata dal complesso cittadino. Rientra nei territori amministrati dai municipi XII e XIII di Roma.

Tenuta Presidenziale

La Tenuta Presidenziale di Castelporziano, dista circa 25 Km dal centro di Roma e si estende su una superficie di 59 Km2 (5892 ettari)  comprendendo alcune storiche tenute di caccia quali “Trafusa, Trafusina, Riserve Nuove e Capocotta”, comprendendo circa 3,1 Km di spiaggia ancora incontaminata.

Castelporziano è in parte delimitata dalla via Cristoforo Colombo, che collega la capitale ad Ostia, dalla strada statale Pontina, che raggiunge la città di Latina ed in parte dalla strada statale litoranea che da Ostia conduce ad Anzio.

Territorio

Non è solo una Tenuta ma un mondo a sé stante: un posto bellissimo, naturale, di grande quiete a soli 16 chilometri da Roma, verso il mare, che si estende per 6.000 ettari: il suo perimetro è di quasi 50 chilometri. La sorveglianza è strettissima – anche se non si vede – per preservare questa che ormai è un’oasi verde, di così rara bellezza; dal 1979 nel territorio della Tenuta è stato imposto il silenzio venatorio; per questo non si caccia più.

La Tenuta è abitata solo nel Borgo dove risiedono stabilmente 44 famiglie tra Polizia, Carabinieri e Guardie Forestali e addetti alla manutenzione del territorio; il “Borgo”, quindi, è l’unico insediamento abitativo della Tenuta.

Storia

L’aspetto della Tenuta, come lo vediamo oggi, ricalca sostanzialmente l’assetto dato dalla Famiglia Grazioli che investì le sue ricchezze nella costruzione di strade e nella ricostruzione dell’intero castello facendo diventare il tutto un luogo signorile, un luogo ameno, dove poter ospitare il Pontefice, le personalità di Roma , d’Italia e dell’estero.

La storia della Tenuta, però, è molto più antica; il suo territorio risulta abitato dall’uomo fin dalla preistoria come dimostrano i ritrovamenti rinvenuti nel corso degli scavi per la costruzione della Via Cristoforo Colombo.

Numerosi reperti di ville di alto prestigio dell’età imperiale romana, poi, testimoniano che il luogo – corrispondente all’antico Fundus Procilianus (Agro Laurentino) – era stato scelto dall’antica aristocrazia romana per la vicinanza al mare giacché il territorio abbraccia la fascia litoranea che va da Ostia ad Anzio.

Le antiche ville romane erano collegate a Roma attraverso un capace sistema viario costituito dalla Via Ostiense, dalla Via Severiana e dalla Via Laurentina.

Nella stessa tenuta di Castelporziano ci sono ancora i resti di un acquedotto e della villa, con relative terme private fornite di calidarium, tepidarium, frigidarium e palestra, dell’imperatore Commodo (180 d. C.) che aveva scelto questa residenza in occasione della pestilenza a Roma ma che ne rimase rapito per la bellezza del paesaggio che, ora come allora, mostra un universo verde in modo così assoluto e totale da sentirsi sottratti alle leggi del tempo; se non ci fossero quei lunghi viali asfaltati si potrebbe credere di essere arrivati qua in un lontanissimo ieri perché tutto è identico a quell’età remota.

Nel piccolo museo delle Terme allestito all’interno della tenuta sono conservati parte dei reperti archeologici portati alla luce durante gli scavi: vi sono dei pezzi molto importanti e altri molto antichi di età preromana, come i frammenti di una volta dipinta e ricomposta in modo da poter testimoniare la moda del tempo.

Altro ritrovamento importante rinvenuto nella Tenuta è la statua di un discobolo;. oggi nel museo è presente soltanto una copia perché l’originale si trova al Museo delle Terme di Roma; la statua è a grandezza naturale, priva della testa, di una parte della gamba e di un braccio ma, è spettacolare.

Dopo la caduta dell’Impero romano e dopo le invasioni barbariche questa zona entrò a far parte dei beni della Chiesa, fu affidata, di volta in volta, ad alcuni feudatari di nomina del Vaticano e fu adibita sempre a tenuta di caccia perché la grande caratteristica era una flora meravigliosa tipica della macchia mediterranea e la grande quantità di animali.

Era un luogo molto amato dai nobili nel ‘700 e nell’’800 per le grandi battute di caccia.

Nel 1568 una famiglia di origine fiorentina i “del Nero” acquistano la Tenuta sostanzialmente per ricavarne del reddito. I “del Nero” ebbero grosse conflittualità con il popolo per l’inosservanza dei diritti acquisiti dalla popolazione con gli editti papali.

I contrasti si fecero ancora più accentuati e la popolazione diminuì sia a causa della malaria sia decidendo di andare altrove per le poche risorse a disposizione: il reddito derivava soltanto dall’allevamento degli animali allo stato brado, dall’utilizzo dei prodotti del bosco come il legname grosso e il legname da ardere.

La proprietà dei “del Nero” va avanti per circa tre secoli finché l’ultima rappresentante, Ottavia Guadagni, una vedova senza figli, aliena la proprietà (1824) ad una facoltosa famiglia romana i Grazioli che per l’acquisizione di meriti importanti da parte del vaticano – meriti economici – aveva bisogno di darsi un lustro, uno stemma; come già detto quest’ultima Famiglia promuove opere di varia natura per la rinascita del territorio.

Gli eventi precipitano e nel 1870 con la presa di Porta Pia i proprietari si trovano in difficoltà e vendono allo Stato italiano – tramite il Ministro delle Finanze pro tempore Quintino Sella – la Tenuta di Castelporziano; ciò per consentire al Re d’Italia Vittorio Emanuele II di coltivare la sua grande passione: la caccia che lo portava spesso ad allontanarsi da Roma per la lontana Tenuta in Toscana di S. Rossore; il territorio, quindi, entra, a far parte dei beni demaniali della Corona come riserva di caccia.

Dal 1948 è divenuta appannaggio del Presidente della Repubblica, che la utilizza sia come luogo di residenza e rappresentanza, sia come zona d’attività zootecniche, agricole e silviculturali nel rispetto dell’ambiente naturale. Totalmente recintata, è sottratta al pubblico e può essere visitata solo per speciale concessione.

Fauna e Flora

Nella zona a nord della Tenuta – lungo la valle di Malafede in un recinto di quasi 650 ettari– sono allevati i cavalli e i bovini maremmani che qui vivono quasi allo stato brado; tozzo ma forte, il primo è un mezzosangue vincitore di diversi premi dedicati alla razza; il toro, maestoso e possente con lunghe corna a forma di mezzaluna e le vacche maremmane con le tipiche corna a lira.

L’area, con i suoi circa 6.000 ettari d’ampiezza, si estende dalla spiaggia dunosa ora in gran parte aperta ai bagnanti (pur essendo uno dei pochi tratti di costa laziale in cui è quasi integra, anche se è un ambiente fragile che facilmente può essere distrutto da un eccessivo calpestio) fino ad una profondità di 9 Km. nell’entroterra.

Il 70% circa del territorio della tenuta è costituito da boschi con prevalenza di querce come la farnia, il leccio, il cerro e la sughera che comincia a fornire il sughero all’età di 25 anni con prelievi ogni sette anni – in media una sughera vive 200 anni; numerose sono anche altre piante di alto fusto: il pino domestico – più conosciuto come pino marittimo – il frassino, l’olmo, l’acero, l’ippocastano, il bagolaro, il melo e il pero selvatico, l’eucalipto introdotto per bonificare le zone paludose, nonchè tratti a  praterie, zone depresse allagate (le cosiddette “piscine”) e macchia mediterranea.

Nella zona di Capocotta la vegetazione cambia: si vedono tuje, noccioli, aranci, filliree e di notevole interesse sono le pinete, di cui la più vecchia risale al secolo scorso e una pianta di fillirea di circa 1200 anni abbraccia un rudere antico come volesse proteggerlo dallo scorrere dei secoli.

Il sottobosco è composto dalle piante tipiche della macchia mediterranea; il mirto, il lentisco, il corbezzolo, il cisto, l’erica, la ginestra, l’alloro, l’oleastro, la fillirea, il rosmarino, il rovo, il ginepro, il prugnolo, il biancospino, l’asfodelo, lo stramonio.

All’ombra di boschi si trovano un gran numero di animali che hanno resa famosa la tenuta, quali il cinghiale, il daino, il capriolo e il cervo reintrodotto nella tenuta negli anni ’50 dopo che era scomparso a seguito di avvenimenti bellici.

Ci sono anche i piccoli mammiferi quali la volpe, l’istrice, il tasso, la martora, le lepri, i conigli selvatici e tra i volatili stanziali: i fagiani, le ghiandaie e il barbagianni, i corvi, il nibbio bruno, l’airone rosso e il cinerino, le garzette, il gufo reale, alzavole e germani reali.

Le dune

Le dune, che fila dopo fila si spingono fino al mare sono ricoperte da piante erbacee come il cardo selvatico e cespugli di erbe striscianti che vivono sulla sabbia e resistono all’azione del vento salmastro.

E’ uno spettacolo che cambia con il fluire delle stagioni e che muta luce ed emozione durante la giornata; protagonista è la macchia mediterranea che si presenta su tre livelli: altofusti, arbusti e piante erbacee alternandosi con dune degradanti verso il mare.

Qui all’imbrunire è possibile udire il rumore sordo del cinghiale in corsa, gli scatti metallici degli aculei dell’istrice ed il verso dei rapaci notturni come il barbagianni.

Resti Antichi

All’interno della tenuta sono presenti numerosi resti di ville romane del tardo periodo repubblicano, per lo più utilizzate per l’attività rurale. Tra questi spiccano i ruderi della villa di Plinio il Giovane, in prossimità di quanto rimane dell’antica Via Severiana.

Villa di Plinio
All’interno della pineta di Castel Fusano, ad appena 200 metri dal confine con la tenuta di Castel Porziano e lungo quanto rimane dell’antica Via Severiana, sono stati rinvenuti i resti di una villa romana risalente all’ultimo periodo repubblicano. Gli scavi che hanno portato alla luce quella che da tutti è conosciuta come “villa di Plinio” furono condotti nel 1935, per localizzare, appunto, la bellissima residenza sul mare di proprietà di Plinio il Giovane, avvalendosi delle indicazioni per raggiungerla fornite dallo stesso in una lettera all’amico Gallo. In verità i suddetti resti non apparterrebbero alla villa di Plinio, che è invece situata a circa 1 Km. di distanza, all’interno della tenuta presidenziale (nei pressi della cosiddetta Villa Magna, in località Grotte di Piastre). I ruderi rinvenuti nell’area del Parco di Castel Fusano sarebbero attribuibili alla villa estiva dell’oratore Ortensio, vissuto tra il 114 ed il 50 a.C.
Il muro di cinta di tale villa (che è possibile visitare su appuntamento) è visibile in una vasta radura a fianco ai resti di una basilica paleocristiana, alla quale si accede allontanandosi dalla Via Severiana lungo il sentiero all’altezza del paletto numero 16. Purtroppo della struttura originaria, oggetto di scavi clandestini e spoliazioni fin dal 1700, è rimasto ben poco. Osservando i vari tipi di muratura utilizzati è stato però possibile dedurre che la struttura è stata edificata in varie fasi. Un primo impianto, costituito da blocchetti di tufo, risale all’età Giulio-Claudia. E’ poi presente un ampliamento in mattoni databile al II sec. d.C. Di particolare interesse sono una zona adibita a terme con mosaico rappresentante Nettuno circondato da fauna marina mentre guida un ippocampo, ed un altro mosaico a tessere bianche su sfondo nero, situato subito dopo l’arco d’ingresso alla villa.

Via Severiana
Ultima delle grandi strade imperiali romane, fu fatta costruire dall’imperatore Settimio Severo in un periodo molto florido per Roma, tra il 198 ed il 209 d.C., al fine di collegare Ostia e la città di Porto (la Fiumicino dell’epoca) con Anzio e Terracina. Il suo percorso costiero probabilmente seguiva il tracciato di una pista sterrata già esistente. Concepita per scopi commerciali ed in particolare per il trasporto della calce dei monti Lepini, la Severiana entrava ad Ostia da sud, passando di fronte alla sinagoga risalente al I sec. d.C. (ancora visibile lungo la strada che da Ostia Antica porta al Ponte della Scafa). Proseguiva poi, attraverso l’Isola Sacra ed il “pons Matidiae” (le cui tracce sono venute alla luce negli anni ’70, nel corso degli scavi effettuati dall’Istituto di Archeologia Cristiana dell’Università di Roma), sino a Porto (Portus Ostiensis Augusti).
Un percorso molto suggestivo, tuttora riconoscibile grazie a cospicue tracce di lastricato di basoli in pietra lavica, che, anche se solo a tratti, è visibile per oltre 5 Km. attraverso una delle principali ricchezze naturalistiche della zona (l’area di Castel Fusano, Castel Porziano e Capocotta). Proprio grazie a questa strada il traffico verso sud aumentò notevolmente e la Severiana divenne col tempo una delle vie più utilizzate di tutto l’impero. Anche per questo numerosi furono i personaggi illustri che vollero costruire le loro dimore in prossimità di essa. Imperatori, come Commodo e persino Augusto e grandi letterati, come Plinio il Giovane e l’oratore Ortensio. Resti di tali splendide ville sono ancora visibili all’interno della pineta di Castel Fusano e della tenuta di Castel Porziano.

Castel Fusano

Castel Fusano è il nome della trentesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXX.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 13h del XIII Municipio.
Si trova nell’area sud del comune, separata dal complesso cittadino.
Insieme alla zona di Casal Palocco è la sola, delle attuali 53 del comune di Roma, i cui confini non sono delimitati da alcuno fra il GRA, il Tevere, il Mar Tirreno o un altro comune. Tutte le altre zone confinano con almeno uno di essi.

La Pineta
Situato presso il lido ove secondo la leggenda i fati condussero Enea, il parco urbano Pineta di Castel Fusano (istituito dalla Regione Lazio dal giugno 1980) si estende per oltre 1.000 ettari e costituisce la più vasta area di verde pubblico del Comune di Roma. Tale territorio ebbe nei secoli proprietari illustri, quali gli Orsini, i Corona ed i Fabi, per passare ai Sacchetti nel 1620 ed infine ai Chigi. Nel 1932 fu aquisito dal Governatorato di Roma ed aperto al pubblico l’anno successivo. Presenta zone con vegetazione più o meno fitta, a seconda che domini la macchia sempreverde autoctona (in prevalenza lecci) o il pino domestico (pinus pinea). Quest’ultimo, introdotto dall’uomo alla fine del 1600, ha dato origine ad un paesaggio monumentale che sebbene fondamentalmente artificiale ha un enorme valore storico. Un vasto lembo di macchia litoranea si estende poi parallelamente alle dune, con prevalenza di leccio, corbezzolo, lentisco, fillirea, erica arborea, mirto, alaterno, ginepro fenicio, rosmarino ed osiride.
In un simile ambiente è presente una fauna molto varia, specie per quanto riguarda gli uccelli, anche in virtù della vetusta età dei pini. Picchi, upupa, capinere, occhiotti, volatili tipici della macchia mediterranea, cinghiali, donnole, volpi, faine, ricci, istrici e tassi e non è raro incontrare esemplari di testuggine. Numerosissime sono anche le specie di insetti, a volte assai rare, che trovano rifugio nel legno putrescente di alberi morti o caduti. Nel luglio del 2000, un disastroso incendio ha interessato proprio i300 ettari della pineta monumentale secolare, costituita da pini radi di grandi dimensioni e da un folto sottobosco di piante della macchia sempreverde mediterranea. I danni sono stati ingentissimi, più di 280 sono stati gli ettari andati distrutti, e pur provvedendo ad interventi di recupero ci vorranno secoli prima di riuscire a ricostituire il paesaggio originario (in considerazione anche del fatto che il problema incendi si ripropone inevitabilmente tutte le estati).

Infernetto

Infernetto è il nome della zona urbanistica 13i del XIII Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XXX Castel Fusano, sul lato orientale di via Cristoforo Colombo, di fronte alla zona di Casal Palocco.

A Casalpalocco ed all’Axa, sorti come quartieri residenziali a seguito di appositi programmi, si è aggiunto di fatto il quartiere Infernetto, zona residenziale di recente costruzione, è tutt’ora in crescita e sviluppo urbanistico, ad oggi caratterizzata essenzialmente da singole costruzioni.

E’ tuttora in corso di sistemazione, con la qualificazione ed il potenziamento delle reti di urbanizzazione primaria e secondaria. Oggi è un’ambita zona residenziale, tutt’ora in crescita e sviluppo urbanistico, e caratterizzata essenzialmente da singole costruzioni.

Il piano di risanamento ed il relativo programma d’urbanizzazione del Comune di Roma senza dubbio armonizzeranno i tre insediamenti residenziali, Infernetto, Casal Palocco e Axa,   i cui limiti territoriali si affacciano sui due versanti della grande arteria C.Colombo, a pochi chilometri dal Lido di Ostia approntando adeguati assetti urbanistici, oltre che provvedendo all’acquisizione di moltissime strade ancora private e mal ridotte.

Storia
La spartizione del territorio secondo il catasto Alessandrino del 1660, senza la minima apparizione della denominazione “Infernetto”, divideva così la zona: Tumoletto, Quarto del Casale, Spinerba, Macchia del Guerrino, Fusano.

L’area dell’Infernetto ha una sua peculiarità per essere a ridosso della tenuta di Castel Porziano, di cui lambisce la lunga fascia di rispetto.

In passato, prima della bonifica delle paludi, esistevano in questa zona sporadici insediamenti abitativi, costituiti da gruppi di capanne di legno e frasche, utilizzate nella stagione invernale da boscaioli, cacciatori e soprattutto da carbonai. Gran parte del fabbisogno di carbone, che a quei tempi costituiva una delle maggiori fonti di energia, veniva infatti soddisfatto da un numero non trascurabile di carbonaie attivate in quell’area per la disponibilità della legna e dell’acqua necessarie. Le carbonaie, ricordiamo, venivano realizzate formando una catasta di legna di circa tre metri d’altezza, che veniva poi coperta con uno strato di terra di trenta, quaranta centimetri. La catasta terminava con un foro in cui veniva inserito un tubo che aveva la funzione di camino sfiatatoio. La combustione era rallentata da continue irrorazioni d’acqua ed il processo di produzione di carbone durava circa otto giorni. Si tramanda che il nome Infernetto sia stato dato a questa zona proprio per i fumi delle carbonaie che si potevano vedere da tutta la città.

Stagni di Ostia-Longarina

Stagni di Ostia è un’area urbana del XIII Municipio di Roma.

Si estende su circa 280 ettari ed è delimitata a nord-ovest da via Agostino Chigi che costeggia i binari della Ferrovia Roma-Lido, a sud-est da via del Fosso di Dragoncello, a sud da via dei Pescatori e a ovest da via di Castel Fusano.
La parte a sud, percorsa da via Luigi Pernier, prende il nome di Longarina.

È composta per lo più da piccole vie non asfaltate collegate alle tre vie principali che sono: via Federico Bazzini che taglia la zona da sud e da ovest, via Giuseppe Micali che taglia la zona da est, e via Agostino Chigi che taglia la zona da nord.

Fra la via dei Pescatori e via Federico Bazzini vi è un’area di modeste dimensioni considerata come riserva naturale.
Nell’area sono presenti due piani di zona: il piano di zona B36 Acilia Saline e il piano di zona B42 Stagni di Ostia; grazie ai quali si stanno costruendo le prime opere di urbanizzazione del quartiere.

La zona, prima della bonifica di Ostia del 1884, era piena di stagni, da cui il nome.
Fu, quindi, sfruttata fino alla seconda metà degli anni ’80 come area agricola, dopodiché cominciò un’edificazione abusiva poi regolarizzata.

Nel 1988, per un malfunzionamento dell’impianto idrovoro di Ostia Antica, l’intero comprensorio fu invaso da circa 1 metro d’acqua. Ancora oggi l’impianto idrovoro costruito durante la bonifica (che si può vedere dalla Longarina), a cui sono collegati vari canali, impedisce che la zona si allaghi.

Longarina

Il quartiere LONGARINA deve il proprio nome alla sua disposizione geografica sul territorio; infatti, è costituito da una striscia longitudinale di terreno tra il canale delle acque medie ed il canale in disuso conosciuto come ex alveo canale allacciante di Ostia.
Anticamente era la sponda dello Stagno ostiense, dove attraccavano i barconi che trasportavano, i materiali di approvvigionamento dalle terre emerse di Acilia fino ad Ostia, come dimostra il ritrovamento, anni fa in Longarina, di un magazzino di anfore di età Augustea, proprio a ridosso del canale di bonifica.
Da uno studio, fatto tempo fa, dall’archeologo Lorenzo Barbieri, è emerso che questo territorio in epoca romana era utilizzato per la sepoltura dei poveri. Dall’aratura del terreno, infatti, emergono moltissime tracce di vasi, anfore, vasellame e urne cinerarie di terracotta, materiale tipico di allora, usato prevalentemente per la sepoltura dei meno abbienti, mentre i ricchi erano tumulati in sarcofaghi di marmo pregiato lungo la vicina Via Severiana, che partendo da Ostia arrivava fino ad Anzio.

Il quartiere Longarina nasce alla fine degli anni ’50.
In quegli anni alcune famiglie immigrate da varie regioni d’Italia acquistarono i terreni dal principe G. Aldobrandini e v’insediarono le loro aziende agricole. Data la scarsa produttività del suolo, i proprietari, dopo qualche tempo, abbandonarono l’attività agricola e vendettero a poco a poco i terreni a parenti e conoscenti. Iniziò cosi il lento e progressivo sviluppo della zona, con edifici costruiti in modo spontaneo, senza tenere conto dell’armonia dei volumi e degli spazi adeguati per le strade e le infrastrutture.
Questa spontaneità ha portato ad un modello urbano che per certi versi ricorda i paesi medioevali: edifici edificati gli uni a ridosso degli altri con magari una piccola area retrostante utilizzata come orto, realizzati con stili e metodi costruttivi dissimili, strade strette e per lo più “cieche”.
Negli anni settanta i progettisti del Comune di Roma incaricati di perimetrare i nuclei edilizi spontaneamente sorti, hanno inferto il colpo di grazia tracciando la linea di perimetrazione dello strumento urbanistico a ridosso del perimetro abitato, senza lasciare nemmeno un metro in più (teoricamente se si volesse cingere il quartiere non ci sarebbe lo spazio per fare le mura). La mancanza di gran parte dei servizi primari (acqua, gas, fogne, strade, illuminazione pubblica, trasporti) ha portato gli abitanti di Longarina ad associarsi per il loro conseguimento.
Nacque così in maniera spontanea il Comitato di Quartiere, il quale oltre che a farsi portavoce verso gli uffici competenti per ottenere la fornitura dei servizi essenziali si attivava per raccogliere fondi e realizzare in proprio le opere di urbanizzazione primaria.
Nei primi anni settanta, la Longarina è stata la prima zona della periferia di Roma ad essere servita dal “PIANO A.C.E.A.” (acqua e illuminazione pubblica). A seguito dei lavori eseguiti dall’A.C.E.A., parte dei materiali di risulta sono stati depositati nell’ex alveo del canale allacciante ormai in disuso e quasi completamente ricoperto, e più tardi, negli anni a venire, i cittadini stessi hanno finito di coprire, rendendo così fruibile alla collettività una striscia di territorio demaniale.
All’inizio degli anni “70 i cittadini si autotassarono per asfaltare via Pernier, la strada che costituisce la spina dorsale del quartiere, per consentire ai bambini di essere trasportati a scuola dal servizio comunale. Dopo anni di richieste e battaglie politiche verso la metà degli anni “70 il CdQ riuscì ad ottenere il primo servizio di autobus nel quartiere.
Negli anni “80 il Comitato cittadino organizzò feste popolari, che oltre a offrire un’opportunità di incontro tra le persone, consentiva di reperire fondi; le feste si svolgevano nella striscia demaniale dell’ex canale allacciante a ridosso della strada a causa della mancanza di disponibilità dì una piazza pubblica. Con i fondi reperiti furono realizzate le pensiline e le panchine alle fermate dell’autobus, e la piantumazione di alberature lungo Via Pernier.
L’esigenza di uno spazio sociale, la necessità di una piazza pubblica indusse il CdQ a prendere contatto con la famiglia Aldobrandini proprietaria dei terreni adiacenti al quartiere e ad ottenere in comodato d’uso un appezzamento di terreno, con destinazione urbanistica al vigente P.R.G. “Zona N” (verde pubblico e privato), fuori della perimetrazione, – N 41 Via Pernier-Longarina – mettendolo a disposizione di tutta la comunità.
Dalla metà degli anni 90 quell’area “privata” è diventata il parco e allo stesso tempo la piazza del quartiere, anche in conformità della destinazione d’uso alla normativa urbanistica vigente. Sul finire degli anni “90, il nuovo CdQ eletto, dopo un attento dibattito e riflessione al suo interno, decise di avviare un progetto che potesse superare le limitazioni di un comitato cittadino, che si facesse carico di tutte le problematiche del tessuto sociale attraverso uno strumento adeguato alla normativa delle associazioni di volontariato. Da qui la trasformazione (con atto statutario pubblicamente registrato) da Comitato dì Quartiere a CENTRO SOCIALE POLIVALENTE LONGARINA .

L’avvio di questo progetto ha dato un nuovo impulso verso una maggiore coscienza del sociale e della partecipazione, segnando cosi l’inizio di una marcata collaborazione con altri soggetti operanti nello stesso settore.

Piano Particolareggiato

L’area del Piano Particolareggiato zona “O” n.41 “Via Pernier – Longarina” ricade nel territorio del XIII Municipio, nel quadrante sud della città, tra la Via del Mare e Viale di Castel Fusano.

Dati
La borgata ha una superficie complessiva, pari a 11,85 ettari, per una densità territoriale pari a 97,47 ab/ha.

Borghetto dei Pescatori

Ad Est di Ostia, tra il mare e la pineta di Castel Fusano, sorge il caratteristico “Borghetto dei Pescatori”. Nucleo genetico della località balneare, il piccolo borgo si presenta come un agglomerato di casupole dislocate su due piani, costruite intorno ad una piazzetta centrale, a ridosso del Canale dei Pescatori.

La nascita ufficiale del Borghetto risale al 4 aprile del 1932, proprio in funzione dello sfruttamento dell’adiacente canale, realizzato dai romani nel 356 a.C. per drenare il terreno paludoso circostante e sfruttare al meglio le saline, abbondanti nella zona.

E’ questa una delle realtà del territorio di cui poco si parla, ma che riveste un’importanza fondamentale dal punto di vista storico e che è meritevole di considerazione in quanto ha saputo mantenere le proprie origini.

Infatti, la realtà odierna continua ad essere costituita da pescatori che portano avanti le tradizioni dei loro avi. Figure affascinanti, pescatori furono numerosi personaggi leggendari, che hanno ispirato artisti d’ogni epoca. Non può che essere suggestivo e affascinante un borgo la cui vita ruota tutta ancora intorno al porticciolo, dove i pescatori ormeggiano le barche, scaricano e vendono direttamente il pesce pescato.
Il borgo è caratterizzato anche dalla presenza di una deliziosa chiesetta in muratura dedicata a S.Nicola da Bari, appunto protettore della categoria dei pescatori, e da quella di un rinomato ristorante specializzato in piatti marinari, spesso frequentato da personaggi noti.

Ogni anno alla fine dell’estate nel Borghetto si svolge la “sagra della tellina”, esempio di manifestazione popolare che richiama numerose persone provenienti dalla città e dalle zone limitrofe.

Porto di Ostia

Dal porto di Ostia a Porto

La strategica posizione geografica induce i vari Imperatori romani che si avvicenderanno nei secoli (ma anche facoltosi cittadini privati), a dotare di tutti i servizi questa cittadella, che proprio grazie a questi interventi diverrà una città di dimensioni ragguardevoli per quei tempi: arriverà a contare fino a cinquantamila abitanti, che formeranno, visto il massiccio andirivieni con i porti del Mar Mediterraneo, una comunità estremamente multirazziale.

Porto di Claudio

Già Giulio Cesare aveva intuito la necessità di creare un nuovo porto vicino Roma ma le difficoltà tecniche e l’urgenza di altri problemi l’avevano fatto rinunciare. A causa dell’aumento del traffico commerciale che rendeva insufficiente la capacità della foce del Tevere, l’imperatore Claudio, fece costruire a partire dal 42 un nuovo porto a circa 3 kma nord di Ostia, collegato al Tevere da un canale, terminato nel 46, il canale di Fiumicino, con la formazione dell’Isola Sacra. Il Porto sarà terminato da Nerone, nel 64-66, ma era già attivo nel 62.

Il nuovo porto, di forma grosso modo circolare, fu creato partendo da un bacino artificiale di ca. 90 ettari di superficie, costruito utilizzando una laguna che si era formata, con il cordone sabbioso che costituiva una protezione naturale. L’entrata del bacino fu sbarrata da un’immensa diga di 758 m di lunghezza e 3 m di larghezza, lasciando per l’entrata al porto un passaggio di 206 m, tra la diga ed un molo lungo 600 m e largo 12 m, il cosiddetto monte Giulio, situato a nord-est sulla terra ferma.

Furono creati attracchi ed horrea sui due bracci del porto, che in complesso coprivano più di cento ettari, per facilitare gli scambi e lo stoccaggio delle merci.

All’estremità della grande diga fu eretto un faro, simile a quello del porto di Alessandria, utilizzando come fondazione la nave utilizzata dall’imperatore Caligola per portare dall’Egitto l’ obelisco che attualmente si trova in Vaticano. La nave fu riempita di pietre, quindi fatta affondare per far così affiorare un isolotto artificiale. Secondo i ricercatori i lavori richiesero l’intervento di 30 000 operai e di 1000 paia di buoi durante 20 anni.

Porto esagonale di Traiano

Ma questo nuovo porto era troppo esposto alle insidie delle tempeste: Tacito riporta che già nel 62, prima quindi che i lavori fossero portati a compimento, una tempesta affondò 200 navi. Inoltre il suo mantenimento era estremamente costoso. Quindi l’imperatore Traiano fece costruire da Apollodoro di Damasco un nuovo porto, il Porto di Traiano, più funzionale e più arretrato rispetto a quello di Claudio. I lavori durarono dal 100 al 112, con la creazione di un bacino di forma esagonale con lati di 358 m e profondo 5 m, con una superficie di 32 ettari e 2000 metri di banchina. Fu costruito un ulteriore canale, ed il collegamento ad Ostia fu assicurato da una strada a due corsie.

I depositi

Al Portus Traiani, furono costruiti magazzini e depositi per permettere la miglior conservazione delle derrate alimentari. Al massimo della sua espansione Ostia comprendeva immensi depositi che ricoprivano una superficie di 10 ettari. Erano più ampi di quelli della stessa Roma.

Tutti i prodotti dell’antico mondo mediterraneo venivano stoccati: candele, torce, libri in pergamena, rotoli di papiro; generi alimentari: pepe e spezie, quintali di grano, anfore di vino, giare d’olio; vestiti, materiali da costruzione.

Età imperiale

Durante il periodo della sua massima prosperità, durante il II ed il III secolo Ostia aveva una popolazione urbana di 75.000 abitanti. Nella città furono costruiti molti edifici tra cui la basilica e la Curia.

Tra il 117 e 161, gli imperatori Adriano e Antonino Pio fecero ricostruire e risistemare il centro, con abitazioni a più piani ma con ampi cortili interni e nuovi edifici pubblici, tra cui il nuovo Campidoglio, le terme di Nettuno e la caserma dei vigili.

Nel 180, l’imperatore Commodo fece costruire il nuovo teatro di Ostia.

Tra il 203 e il 217, gli imperatori Settimio Severo e Caracalla fecero ingrandire e rinnovare il teatro di Ostia e la piazza delle Corporazioni che comprendeva al centro il Tempio di Cerere e la circondarono completamente di un colonnato, dietro al quale si trovavano gli uffici delle più importanti società di commercio di tutto l’Impero. I nomi delle società furono scritti sui mosaici che ornavano i marciapiedi ed in questa piazza si incontravano i mercanti, gli artigiani, i marittimi e i banchieri.

Per far funzionare al meglio l’insieme, vegliavano i magistrati e i funzionari dell’impero.

Questi erano incaricati di sorvegliare il carico e lo scarico delle derrate alimentari, di controllarne la qualità e la quantità, di effettuare i pagamenti e prelevare le tasse, di fare assicurare il rispetto dei contratti, in particolare quelli tra lo Stato e i privati, di gestire i rapporti con gli armatori, di sorvegliare le corporazioni dei lavoratori delle navi trasbordo, dei dock, dei cantieri navali, delle ditte incaricate della manutenzione delle banchine e dei depositi.

Esisteva anche una corporazione di tuffatori incaricati di recuperare le mercanzie cadute in acqua.

Aureliano fece abbellire il foro, Massenzio, come Prefetto di Ostia, concesse il privilegio di una Zecca locale.

Bisogna poi ricordare anche le Domus, le Insule, le botteghe (splendido esempio, il Termopolium), Il Tempio di Ercole, il Mitreo delle Sette Sfere, la Domus della Porta Annonaria, il Decumano Massimo, le case a quattro piani, Templi, Statue, Mosaici e tutto ciò che potesse rappresentare il lusso e la modernità di quei tempi.

Decadenza

A partire da Costantino I, all’inizio del IV secolo, con la crisi dei commerci e dell’economia che era in definitiva dovuta alle incursioni barbariche lo stato dovette ridurre i suoi sforzi nella gestione della città. È l’inizio di una lenta decadenza. Verso la fine del IV secolo sant’Agostino di passaggio ad Ostia attesta il degrado della città. Sua madre, Santa Monica, muore nella locanda dove è in attesa di imbarcarsi per l’Africa del Nord. Nel 414, il poeta Rutilio Namaziano conferma anche lui la fine della città per mancanza di manutenzione.

La città cominciò ad essere distrutta a partire dal IX secolo, ma conobbe una nuova storia già a partire dal Medio Evo. Le rovine, scavate sistematicamente dal 1854, sono ben conservate e sono seconde solo a quelle di Pompei.

Il Tevere, ha portato nei secoli detriti e terra che hanno fatto arretrare la costa creando una costa alluvionale piatta e paludosa, soggetta a malaria. Le rovine d’Ostia Antica sono circondate da campi e situate attualmente a 4 km dal mare.

Nuovo Porto Turistico
Oggi, finalmente questa situazione è mutata e il Porto di Roma è una realtà da godere. Inaugurato intorno alla metà del 2001, il nuovo porto turistico sorge in prossimità della foce del Tevere, nella zona nord di Ostia.
Ricostruito nelle immediate vicinanze del sito antico, il Porto di Roma si rifà molto alla struttura originaria mantenendo un’aria suggestivamente imperiale. In grado di ospitare oltre 800 natanti con dimensioni variabili tra gli 8 ed i 60 metri, la struttura è perfettamente attrezzata per le esigenze della navigazione da diporto. I pontili fissi e le banchine sono provvisti di tutte le normali dotazioni nautiche, sono presenti un cantiere navale e numerosi negozi specializzati per le attività da diporto.
La profondità del bacino portuale è variabile, dai 5 metri dell’ingresso fino ad un minimo di 3,5 nella zona riservata alle imbarcazioni più piccole. L’accesso alle strutture è consentito anche in caso di condizioni meteo sfavorevoli ed i due moli proteggono le imbarcazioni durante le mareggiate violente. Un sistema d’immissione forzata di acque prelevate in mare aperto evita la stagnazione di quelle del bacino.
Edifici bassi e porticati ospitano i locali commerciali: supermercato, farmacia, banca, lavanderia e rivenditori delle migliori marche. Numerosi sono i bar ed i ristoranti e nella piazza principale è presente anche uno yachting club. Il vasto parcheggio vanta oltre 2000 posti auto, per gli spostamenti all’interno del porto sono disponibili mezzi ecologici e le aree carrabili sono nettamente separate dalle pedonali.
Con il Porto di Roma, dopo 2000 anni, l’Urbe si riaffaccia sul mare come la sua grandezza impone.

Luoghi di Ostia

Pontile
Inaugurato il 27 ottobre del 1940 proprio di fronte alla Piazza dei Ravennati, il Pontile della Vittoria, allora Pontile del Littorio, ha da sempre avuto un’esistenza travagliata. Simbolo per antonomasia del litorale ostiense, nel dicembre del 1943, ad appena tre anni dalla sua inaugurazione, fu raso al suolo dalle truppe tedesche che avevano occupato la zona, nel tentativo d’impedire lo sbarco degli anglo-americani per la liberazione della capitale. Rimasero in piedi appena due tronconi in mare e l’emiciclo del pontile, che fu totalmente ristrutturato solo nei primi anni ’50. Negli anni ’60 un gruppo di ragazzi di Ostia scoprì sotto la parte a terra della struttura, interrata nel bagnasciuga, una Santa Barbara tedesca perfettamente conservata. Per permettere la bonifica del deposito l’intera area del pontile rimase chiusa al pubblico per vari mesi. Seguirono poi, negli anni, svariati altri periodi di chiusura per lo più dovuti ai continui danneggiamenti causati al pontile dalle mareggiate.
Una volta constatata l’incapacità a risolvere una tale situazione, il Comune di Roma optò per una soluzione drastica e nel 1980 decise di demolire completamente la struttura. Fortissima fu però l’opposizione verso questo intervento da parte di privati, associazioni sindacali, organi di stampa e vari esponenti del mondo politico. Accantonata quindi l’idea di demolire, si procedette ad una totale rimessa a nuovo della struttura, inaugurata con tutti gli onori due anni dopo, alla presenza del sindaco di Roma e delle varie autorità locali. Il pontile si protende ora verso il mare con i suoi 150 metri di lunghezza, allargandosi nella parte terminale a formare una piazzola, dove fa bella mostra di se una caratteristica rosa dei venti.

L’arenile di Ostia
Il territorio del XIII Municipio si caratterizza per essere comprensivo del litorale di Roma. Sono circa 14 km d’arenile, di cui il 15% a spiagge libere o libere attrezzate, mentre il rimanente 85% organizzato in stabilimenti in concessione per la balneazione. Tra le spiagge libere attrezzate le più belle ed importanti sono quella di Castel Porziano (concessa dal Presidente della Repubblica ai bagnanti romani nel 1965), con i suoi 7 cancelli d’ingresso lungo la Via Litoranea e Capocotta (rientrante nel territorio della Riserva Statale del Litorale Romano), con i suoi 5 ingressi. Le loro dune ricoperte di macchia mediterranea da migliaia di anni offrono un panorama unico, ma estremamente fragile e da tutelare. Nei 10 km d’arenile tra il confine della Riserva Presidenziale ed il Nuovo Porto Turistico sorgono più di 50 stabilimenti balneari. Molti sono quelli storici, come il Battistini, primo stabilimento-ristorante di Ostia fondato nel 1911, appena 3 anni dopo che la Via Ostiense era stata prolungata fino al mare. Poi il Tibidabo (nato nel ’28, esempio d’architettura moderna con ascendente razionalista), il Plinius e la Vecchia Pineta, del ’31, il Capanno, ex-Duilio (realizzato nel ’39 da Moretti, stesso architetto che si è occupato di Casalpalocco) ed il Kursaal, fine anni ’40, dal caratteristico trampolino aggiunto nei ’50, dell’architetto Nervi. Esempio neoclassico con punte di liberty era lo stabilimento Roma, realizzato nel ’24 dall’architetto Milani. Per la sua cupola dalle dimensioni monumentali era definito il più grande del mondo. Venne distrutto dai tedeschi nel ’43 poichè facile punto di riferimento per gli aerei alleati.
Tutti questi stabilimenti, che di giorno fanno da location alle numerose manifestazioni sportive che vedono Ostia come protagonista, al calar del sole si trasformano in night e discoteche, divenendo meta preferita dei romani nelle calde notti capitoline.

Ex-colonia marina Vittorio Emanuele III
La prima colonia marina di Ostia nacque nel 1916, su progetto dell’architetto Marcello Piacentini. Era una costruzione in cemento armato che vantava refettori, cucine, sale svago e due grandi camerate per un totale di 80 posti letto, atti ad ospitare i ragazzi per i quali era previsto anche il pernottamento. Nel 1925, nell’ambito di un piano sanitario voluto dal Governatorato di Roma, venne proposto l’ampliamento della struttura per contrastare la lotta alla tubercolosi. Il progetto venne affidato all’architetto Vincenzo Fasolo, che dette il via ai lavori il 20 gennaio del 1927. L’inaugurazione della struttura avvenne il 24 gennaio del 1932, alla presenza della regina Elena. Vista la coincidenza con il venticinquesimo anno di regno di Vittorio Emanuele III, il cosiddetto “Ospizio Marino e Colonia di Profilassi” fu intitolato al sovrano d’Italia. Il tutto era dislocato su un’area di circa 16.000 metri quadrati e diviso in due sezioni distinte. Per facilitare lo spostamento dei ragazzi fino al mare fu costruito un sottopasso, ancora esistente, che li conduceva direttamente in spiaggia. Il complesso fu occupato e semidistrutto dai tedeschi nel 1943 e rimase inattivo fino alla ristrutturazione avvenuta nei primi anni ’50. Da allora fino al 1983 fu adibito a collegio per ospitare i figli delle famiglie bisognose romane.
Attualmente l’edificio continua a svolgere un servizio di pubblica utilità, ospitando mensa dei poveri, centro anziani e alloggio temporaneo per persone meno abbienti. E’ inoltre sede della biblioteca “Elsa Morante”, una delle migliori della capitale, e del Teatro del Lido.

Basilica S.Maria Regina Pacis
Nel 1916 l’ingegner Paolo Orlando si mise in contatto con l’allora Vescovo di Ostia, Cardinal Vannutelli, proponendogli di far costruire un tempio votivo alla Regina della Pace, affinchè non si protraessero più a lungo i giorni della prima guerra mondiale in atto. Il progetto per la realizzazione dell’opera fu affidato all’architetto Giulio Magni. Il Governatorato di Roma donò ai Padri Agostiniani, che già officiavano la Chiesa di S.Aurea, 2500 mq di terreno sulla duna più alta del litorale, ove il Magni avrebbe edificato la futura “Basilica S.Maria Regina Pacis”. La prima pietra angolare dell’edificio fu posta il 21 giugno del 1919 dal Cardinal Vannutelli, con un suggestivo rito religioso. La consacrazione e l’inaugurazione al pubblico ebbero luogo 9 anni dopo, il 20 dicembre del 1928.
La chiesa ha una lunghezza di 56 metri ed una larghezza di 21. Vanta una cupola ottagona dal diametro di 12 metri, la cui altezza tocca i 42. La navata centrale, coperta da una volta a tutto sesto suddivisa in sezioni, è scolpita dalle lunette delle grandi finestrature laterali. Sono presenti anche cappelle laterali il cui ritmo è scandito da una successione di colonne, in finto travertino martellato con plinto ottagonale e capitello corinzio, dell’altezza di 8 metri sotto il cornicione. L’esterno, dalle linee insieme classiche e moderne, è in travertino romano con speciali mattoni rossi. La facciata è maestosa, anche se ha un portone d’ingresso centrale un pò angusto, sormontato dallo stemma di Papa Pio XI. Sulla navata centrale e sulla facciata vi sono grandi finestre che riprendono, nello stile, quelle delle terme di Diocleziano.

Cineland
Una delle più grandi multisala cinematografiche d’Europa, la struttura è stata inaugurata il 15 settembre del 1999, grazie al recupero dei fabbricati dell’ex Meccanica Romana (chiusa 26 anni prima), nell’ambito di un progetto di riscatto urbanistico nella zona di Ostia. La grande costruzione era stata realizzata durante la bonifica agraria per volere di Mussolini, tra il 1927 ed il 29. Doveva costituire il nucleo originario di una grande area industriale servita dalla ferrovia Roma-Ostia, ma rimase isolata. Inizialmente impiegata nella produzione di macchine agricole, fu poi adibita a fonderia, per tornare a produrre macchinari ed aggiustare i vagoni della Roma-Ostia dall’immediato dopoguerra fino agli anni ’70. Nella realizzazione della moderna multisala sono state mantenute tutte le facciate del fabbricato originario, sottoposte ad intervento di risanamento con metodi ad impatto leggero. Le strutture in ferro che costituivano la prima matrice formale, non più in linea con le normative vigenti, sono state invece integralmente riprodotte, così come gli intonaci, picconati e rifatti. Lesene e capitelli sono stati ripresi.
Il Cineland vanta adesso 15.000 mq coperti e 60.000 mq. di verde. Si compone di due sezioni principali: 14 sale cinematografiche multiplex ed un’area divertimento con 16 piste da bowling, sala giochi e centro realtà virtuale, oltre a ristoranti, birrerie, gelaterie, negozi vari e pubblici esercizi, edificio per riunioni e parcheggio con 3.000 posti auto. Nell’area interna antistante il Mc Donald’s è stato inoltre allestito uno speciale parco giochi per i più piccoli.

Palazzo del Governatorato
Il Palazzo del Governatorato di Ostia fu realizzato tra il 1924 ed il 1928 su progetto dell’architetto Vincenzo Fasolo (1885-1969), lo stesso che si è occupato anche della Caserma dei Vigili del Fuoco (1926), della Colonia Marina Vittorio Emanuele III (1927) e del Ponte Duca d’Aosta (1938). La prima pietra dell’edificio, ubicato in Piazza della Stazione Vecchia, fu posta il 10 agosto del 1924 (lo stesso giorno in cui veniva inaugurata la ferrovia Roma-Lido) con la benedizione del Vescovo di Ostia, Cardinal Vincenzo Vannutelli e con apposta la firma del Capo del Governo, Benito Mussolini. Il palazzo è stato edificato nel rispetto dei criteri monumentali classici, adoperando materiali importanti quali il travertino di Tivoli ed il tufo dorato della campagna romana. Tra gli elementi di maggior pregio dell’intero complesso si nota la torre, decorata con altorilievi realizzati in impasto di polvere di travertino. Tutto l’edificio, con particolare attenzione alle facciate esterne, è stato decorato da Umberto Calzolari, su bozzetti da lui elaborati ed approvati da Fasolo.
Per qualche anno un’ala del palazzo ha ospitato il primo centralino telefonico di Ostia e le scuole elementari. In seguito, dalla fine del secondo conflitto mondiale sino ai primi anni ’80, è stato l’unico pronto soccorso ostiense. Sede attuale del Municipio Roma XIII, è soggetto a lavori di restauro che lo restituiranno agli antichi splendori, riconsegnando ai cittadini un pezzo importante di storia del territorio ed aprendola al pubblico utilizzo culturale, mediante l’organizzazione di varie mostre e manifestazioni all’interno di alcuni dei suoi locali.

Monumento a Pasolini
La notte del 2 novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini fu ucciso in un campo del degradato Idroscalo di Ostia, a pochi passi dallo squallido gruppo di casupole abusive. Suo assassino fu un ragazzo di 17 anni, Giuseppe Pelosi detto “Pino la rana”, per nulla differente dai giovani di borgata descritti dal contestato scrittore nei suoi libri. Il ragazzo lo massacrò a colpi di bastone per poi investirlo con la macchina di proprietà dello stesso Pasolini.
In quel luogo irreale, proprio sulla scena del delitto, lo scultore Mario Rosati ha scolpito un monumento dedicato alla sua memoria. E’ un’opera moderna in cemento grezzo, che per vent’anni è rimasta abbandonata a se stessa, isolata tra fango, acquitrini, immondizia e sterpaglie, senza una targa a ricordare ove furono soppresse la persona e la poesia di Pasolini. Due anni fa l’area dedicata al monumento è stata però completamente bonificata e sistemata. La scultura è ora inserita nel perimetro dell’oasi ecologica dov’è situato il Centro Habitat Mediterraneo della LIPU. Posta in un’area recintata, non è più circondata da rifiuti, ma dalla natura rifiorita. Un tempo quasi sconosciuta, sono in continuo aumento le persone che si recano a visitarla, anche grazie all’istituzione nelle immediate vicinanze del nuovo porto turistico di Roma (che attrae moltissimi turisti). Alla memoria di Pasolini è dedicata, sempre ad Ostia, anche un’altra scultura. Realizzata dal maestro Cascella l’opera è situata nella centralissima Piazza Anco Marzio.

Oasi della LIPU
Nella zona dell’Idroscalo di Ostia, proprio alle spalle del nuovo Porto di Roma, in una laguna di 11 ettari ricostruita presso la foce del Tevere, è situato il Centro Habitat Mediterraneo della LIPU. Sebbene posizionata nei pressi di una zona fortemente urbanizzata, tale oasi ecologica è in breve tempo divenuta una delle ultime mete in cui gli uccelli possono trovare un riparo sicuro e stabile, dove riposarsi e procurarsi il cibo isolati da elementi di disturbo, nel corso dei loro viaggi migratori. L’opera di ricostruzione ambientale è stata effettuata dagli operatori della LIPU in modo tale da far rivivere, nei tempi dettati dalla natura, le condizioni territoriali antecedenti la costituzione degli insediamenti umani. In posizione strategica, tra il fiume ed il mare, gli uccelli che si orientano seguendo il Tevere possono trovare stagni, canneti e duna costiera. Più di una volta si sono registrati nella zona eventi di elevato interesse ornitologico. Negli ultimi anni sono state censite sul luogo ben 180 differenti specie di uccelli, spesso anche molto rare, come il Tarabusino, che sovente vi nidifica e la Moretta tabaccata, che vi è stanziata. Proprio quest’ultima specie, presente in Italia con solo una cinquantina di coppie, è considerata vulnerabile a livello europeo ed è classificata al massimo grado d’importanza per la conservazione.
Numerose sono le iniziative del centro per la salvaguardia e la liberazione di vari uccelli. In primavera ed estate vengono poi accolti i piccoli caduti dal nido ed in inverno i rapaci feriti dai bracconieri. Gli animali vengono curati ed aiutati a riprendersi e lasciati andare una volta guariti.

Ostia

Ostia, conosciuta anche come Lido di Ostia (o Lido di Roma) è una località del Comune di Roma, situata nel territorio del XIII Municipio. È l’insediamento principale del Municipio Roma XIII ed è costituita dai tre quartieri marini di Roma, Q.XXXIII Lido di Ostia Ponente, Q.XXXIV Lido di Ostia Levante e Q.XXXV Lido di Castel Fusano.
Da non confondersi con Ostia Antica.

Il nome deriva dal latino Ostium (foce), riferito alla foce del Tevere.

Ha una popolazione di 84.239 abitanti, che ne fanno la seconda frazione italiana per popolosità, dopo Mestre (Venezia).

Storia Recente

Nel XIX secolo qui c’erano solo delle saline ed un territorio lasciato da secoli a se stesso, infestato dalla malaria e dai briganti. La palude si estendeva per tutta la costa tirrenica dello Stato Pontificio, da Gaeta a Piombino.

Alla classe dirigente dello Stato sabaudo era chiara l’esigenza di bonificare le terre intorno alla nuova capitale del Regno d’Italia, nella convinzione che l’ambiente malsano che circondava la città avrebbe influito negativamente sullo sviluppo economico della città e del Regno. Considerato che l’opzione di sollevare il livello del terreno prevedeva con le tecnologie dell’epoca un tempo di circa 50 anni si scelse di creare un sistema di canali che avrebbe permesso il deflusso delle acque.

Nel 1884 si insediarono ad Ostia antica i Braccianti Ravennati ed ebbero inizio i lavori di Bonifica. Quelli che arrivarono in palude erano braccianti senza terra con le loro famiglie, lasciati senza lavoro dalla crisi delle risaie che in quegli anni colpiva il ravennate, ma che, primi in Italia del loro mestiere, cominciavano a costituire le loro organizzazioni associative: l’Associazione Generale Operai Braccianti del Comune di Ravenna, prima cooperativa bracciantile della storia italiana, entrò quindi in lizza per ottenere il subappalto dei lavori della bonifica, lo ottenne ed ebbe anche dal governo Depretis, nel 1884, finanziamenti pubblici per avviare i lavori e facilitazioni ferroviarie per agevolare gli spostamenti delle famiglie e delle loro cose.
Nelle tensioni economiche e sociali di quegli anni, l’avvio della bonifica fu un’operazione keynesiana ante litteram, che diede buoni frutti: i primi 303 iscritti alla cooperativa erano diventati 2547 nell’agosto 1885. I lavori, previsti per 4 anni, ne richiesero 7. Tuttavia sia il nuovo Stato unitario che i braccianti vinsero la loro battaglia.

Il ricordo della bonifica è ancora vivo nei nomi delle strade (viale dei Romagnoli, piazza dei Ravennati) e nei monumenti dedicati ai padri fondatori della bonifica: Armando Armuzzi, presidente dell’Associazione, e Federico Bazzini – ma soprattutto Andrea Costa e Nullo Baldini, gli ‘apostoli del socialismo’. E rimane vivo negli abitanti di Ostia Antica, figli e nipoti di quei Romagnoli, che spesso ancora ne parlano il dialetto.

Furono quindi creati i canali detti di Dragoncello, della Lingua (zona Casal Palocco) e di Pantanello (Infernetto) che si collegavano al canale detto dei Pescatori. Nel 1889 si avviarono finalmente le idrovore che in meno di due settimane prosciugarono più di 1500 ettari di palude. Dopo questa prima canalizzazione si procedette alla canalizzazione secondaria.
In via del fosso di Dragoncello è ancora visibile il vecchio impianto per le idrovore.
La nascita del quartiere è legata al fascismo che la trasformò nella spiaggia di Roma, collegata dalla ferrovia, affiancata poi nel 1927 da una delle prime autostrade italiane, la Via del Mare, mentre venivano elaborati i primi progetti per l’aeroporto di Roma-Fiumicino. Nel 1933 prese ufficialmente il nome di “Lido di Roma”.

A seguito del nuovo piano urbanistico di Roma, fu creato ex novo un nuovo quartiere nel lato sud della città (EUR) e fu progettata una strada (dedicata a Cristoforo Colombo), al tempo chiamata “la Via Imperiale”, per collegare Roma con il mare. Il progetto venne approvato nel 1938, ma la strada venne aperta al traffico solo dopo la guerra, nel 1949.

La cittadina fu riorganizzata secondo lo stile della cosiddetta “architettura fascista” (che ricorda gli stili coloniale, mediterraneo e razionalista) e suddivisa in una fascia lungo il mare, con piccoli villini usati come seconde case da Romani abbienti ed una fascia per gli operai: in quel periodo furono creati intorno a Roma quartieri periferici e borgate per gli sfollati, causa sventramenti, dei rioni storici come ad esempio “Acilia”, prima borgata fascista di Roma che si collocava a metà strada dalla costa; era infatti obbiettivo dichiarato del regime quello di costruire la “terza Roma”, che si sarebbe dovuta estendere fino alle soglie del Tirreno.
Comunque il rinnovamento fascista non fu goduto a lungo dai Romani, a causa dell’imminenza della II guerra mondiale che iniziò quando gran parte dei lavori era ancora agli inizi; è soltanto negli anni 1960 che Ostia si ingrandisce, sviluppandosi anche nella parte di ponente con alcuni edifici popolari nei pressi della foce del Tevere; fino ad assumere il tipico aspetto di un popoloso quartiere romano e comincia ad essere usata come luogo di vacanza, ma anche come quartiere, inizialmente abitato da pescatori poi anche da lavoratori diventando realmente una importante frazione della città di cui ancora fa parte.
Negli anni settanta e ottanta la forte espansione della metropoli porta alla occupazione del suolo che divideva il lido di Roma dal nucleo urbano principale con insediamenti di abitazioni unifamiliari che vanno ad attenuare il pesante isolamento di quelle frazioni o borgate sparse sul territorio da tempo e non di meno della stessa Ostia che acquisisce indubbi benefici.

Celebre è il concorso per la progettazione di un lotto di villini al quale parteciparono importanti architetti dell’epoca, fra cui Adalberto Libera. Ostia vanta numerosi esempi di architettura moderna residenziale e pubblica fra cui le poste di Mazzoni.

Ostia ai giorni nostri è diventata oltretutto una località turistica di tutto rispetto e, dopo l’edificazione di un nuovo approdo turistico per imbarcazioni da parte di privati denominato “il porto di Roma”, è ritornata ad essere com’era in origine il “Mare di Roma” a pieno titolo, e uno dei quartieri più popolosi della capitale. A sud di Ostia si estendono numerose spiagge libere tutelate con dune e flora mediterranea.

Nella storia occasioni di distacco da Roma e quindi di diventare comune autonomo, come la vicina Fiumicino, sono state proposte agli abitanti con due referendum, il primo nel 1989 ove prevalsero i “NO” e il secondo nel 1999 dove non si raggiunse il quorum. Nel 2008 si è stilato un progetto chiamato “Patto per Ostia e il XIII Municipio” che prevede maggiore autonomia amministrativa ad Ostia. Il 24 novembre del 2009 è stato siglato l’accordo per il decentramento del XIII Municipio tra il presidente del Municipio Giacomo Vizzani ed il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Il 19 Aprile 2011 è stata approvata la delibera in Campidoglio. Il 14 maggio 2011 è entrato ufficialmente in vigore il regolamento del decentramento.

Storia di Ostia

L’antica Ostia era una città costiera romana sul Mar Tirreno, fondata dai Quiriti che intendevano dotarsi di un naturale sbocco sul mare. Ora si trova a circa 2 km dalla costa. Era il porto dell’antica Roma e forse la sua prima colonia.

633 a.C. Questa è la data che ricorre maggiormente quando si parla della nascita di Ostia.

La tradizione affida la creazione dell’insediamento ad Anco Marzio, quarto re di Roma. Studi più approfonditi fanno ritenere che il periodo esatto sia nel IV secolo a.C.. Teoria rafforzata dal ritrovamento del Castrum, un piccolo nucleo abitativo cinto da mura, datato 330 a.C..

Già nel 278 a.C., vi sbarca la flotta Cartaginese, inviata in aiuto dei Romani nella guerra contro Pirro. Il grande sviluppo però, inizia solo poco dopo, quando fu istituita la Questura Ostiense, nel 266 a.C..

È il primo passo che permetterà in pochi anni un radicale cambiamento di Ostia, sia sotto il profilo edilizio e urbanistico, sia per quello che riguarda il commercio e i collegamenti con altre civiltà. La piccola cittadella si trasforma in una vera città romana, che viene ingrandita, cinta di nuove mura, preparandosi così agli sviluppi futuri. Più tardi il senato capitolino esonera il suo scalo marittimo dal pagamento dei tributi e sancisce nei fatti un’appartenenza alla città che le deriva dalle origini e dalla funzione a cui fu preposta. Nel 217 a.C. da Ostia partono le navi per portare gli approvvigionamenti per l’esercito romano che si trova in Iberia e nel 212 vi sbarca il grano proveniente dalla Sardegna. Nel 211 a.C. Ostia costituisce la base da cui partono le trenta quinqueremi di Publio Cornelio Scipione, dirette in Africa alla conquista definitiva di Cartagine. Era importante per il porto, che riceveva navi cariche di cereali, olio e di garum provenienti da tutto l’impero e in primo luogo dalle province della Sicilia, dell’Egitto antico, dell’Africa e della Sardegna. Le merci venivano trasbordate su imbarcazioni più piccole che le trasportavano a Roma risalendo il fiume. In genere venivano stivate agli Horrea di Testaccio.

In periodo repubblicano la città era considerata l”emporium di Roma, dove fare acquisti nei numerosi negozi e depositi. Furono costruite eleganti case ad atrium e peristilio, con strade fiancheggiate da colonne. Vennero costruite le fogne che correvano sotto le strade e creata una necropoli fuori dalle mura.

Lido di Ostia Levante
Lido di Ostia Levante è il nome del trentaquattresimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXXIV.
Costituisce la sezione orientale di Ostia.
Si trova sul litorale tirrenico, separato dal complesso cittadino.

Lido di Ostia Ponente
Lido di Ostia Ponente è il nome del trentatreesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXXIII.
Costituisce la sezione occidentale di Ostia.
Si trova sul litorale tirrenico, separato dal complesso cittadino.

Lido di Castel Fusano
Lido di Castel Fusano è il nome del trentacinquesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXXV.
Si trova sul litorale tirrenico, separato dal complesso cittadino.

Ostia Nord
Ostia Nord è il nome della zona urbanistica 13f del XIII Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXXIII Lido di Ostia Ponente.

Ostia Sud
Ostia Sud è il nome della zona urbanistica 13g del XIII Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXXIV Lido di Ostia Levante.

Casal Palocco

Casal Palocco è il nome della trentaquattresima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXXIV.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 13d del XIII Municipio.
Si trova nell’area sud-ovest del comune, separata dal complesso cittadino.

La zona residenziale di Casal Palocco si estende tra via Cristoforo Colombo e via dei Pescatori e confina con le altre zone residenziali di Madonnetta, Axa e Infernetto.

Storia

L’idea di Casal Palocco urbanizzata nasce tra gli anni ’30 e ’40, un tentativo di creare un’area nobile nella zona sud di Roma. Nelle intenzioni del Regime Fascista vi era l’idea dell’EUR come centro della Capitale, idea da implementare definitivamente dopo l’Esposizione Universale del 1942. Quindi, un quartiere residenziale, alla cui progettazione partecipò Adalberto Libera, uno degli architetti protagonisti del Razionalismo italiano.
Le prime ville, costruite in effetti nel dopoguerra, furono una ardita realizzazione di sistemi antisismici, abitazioni grandiose, lussuose, mai eccessive.

L’idea di creare un quartiere come Casalpalocco, concepito come unità urbanistica definita avente caratteri d’autonomia notevoli rispetto al contesto cittadino tradizionale, si sviluppò intorno agli anni ’50. Il progetto era assolutamente innovativo; non esistevano altri precedenti italiani, specie nella capitale. Fu infatti un ente privato,la Società Generale Immobiliare S.p.a., ad assumersi il compito di realizzarlo, avvalendosi esclusivamente delle proprie forze. Oltretutto il piano d’attuazione di tale unità urbanistica era proiettato su un arco di tempo che andava oltre i dieci anni, prevedendo anche zone destinate a verde o ad attività sportive, presenti oggi in così gran numero sul territorio del quartiere da conferirgli il nome di “Quartiere verde”. Oggi la cura nella manutenzione delle servitù verdi legate alle abitazioni, il pro-capite di densità abitativa, rendono il “borghetto” studiato da università di vari continenti.
La toponomastica del quartiere si riferisce tutta a personaggi storici greci.

Struttura
Il quartiere, tipicamente residenziale, è caratterizzato dalla totale ed armonica integrazione tra la sua architettura e l’ambiente naturale circostante. L’intera zona è articolata intorno ad una grande strada-parco, anello che si disloca lungo tutto il perimetro del territorio.
Il suo cuore è rappresentato dal vasto complesso de “Le Terrazze”, che prende il nome dalla particolare architettura dei suoi palazzi, i quali oltre alle unità abitative ospitano numerosi esercizi commerciali. Questi si affacciano su una grande isola pedonale ricca di panchine, dove fanno bella mostra di se due fontane dai caratteristici getti d’acqua.
Vi sono altri tre centri commerciali, di cui il “Centro Vecchio”, adiacente alla Cristoforo Colombo, è una delle prime strutture realizzate nel quartiere.  Un altro (più piccolo) centro commerciale è il cosiddetto “Centro Bianco”.
Casalpalocco, con i suoi attivissimi centri sportivi e le varie strutture disseminate sul territorio, è considerato il quartiere simbolo dello sport.
Un grande complesso sportivo è la Polisportiva, dotata di campi da tennis, da calcio, da basket, da pallavolo,di una pista di Pattinaggio,di una piscina e di una palestra (con 2 sale) dove si svolgono, tra l’altro, corsi di Judo e Ju jitsu.

I quartieri facenti parte del Tredicesimo Municipio e che circondano la verde Casal Palocco sono l’Axa, l’Infernetto, Madonnetta e Palocco 84 (Nuova Palocco), il complesso residenziale situato a sud di Casal Palocco, che prende il nome dall’anno della sua costruzione.
Palocco un tempo era considerato un quartiere dormitorio, oggi invece nel cosiddetto “Pianeta Verde” abitano molti giovani che lavorano anche nelle zone del Tredicesimo Municipio. Casal Palocco fu abitata sin dagli anni ’60 da attori e uomini di spettacolo, nel tempo vi si insediarono comandanti d’aereo (esserci era un po’ uno status symbol), ma anche assistenti di volo: erano anni in cui volare non era certamente per tutti!. Successivamente, un po’ snobbato dai Romani, divenne un po’ British e un po’ California, molto cosmopolita. Oggi commercianti, professionisti, e qualche calciatore, la fanno da padrone.

Palocco, insieme all’Olgiata e ai Parioli, è considerato un quartiere-bene di Roma.

Drive In
Il grande schermo di 540 mq ubicato in Piazza Fonte degli Acilii (adiacente alla Cristoforo Colombo, in posizione intermedia tra i quartieri Axa e Casalpalocco) per anni ha costituito una delle attrazioni più peculiari del Municipio XIII. Inaugurato nel lontano 29 agosto del 1957, ha vissuto il suo periodo d’oro negli anni ’60, quando schiere di romani e turisti di ritorno dal litorale si fermavano affascinate ad assistere alle proiezioni. Il Metro Drive In, il più grande tra i cinema all’aperto per auto sorti in Europa, rappresentava veramente il fiore all’occhiello della zona. Nato dall’entusiasmo d’imprenditori locali contagiati dalla moda statunitense, è clamorosamente caduto in disuso nella seconda metà degli anni ’80. L’area ospitante la struttura è stata lasciata abbandonata a se stessa, ritrovo per derelitti e senza tetto, per ben undici anni. Numerose sono state in quel periodo le proposte di recupero della zona. Si parlava di adibirla a campo da golf, o di costruirvi un nuovo centro commerciale, ma tutto sfociava sempre in un nulla di fatto. Poi finalmente il 17 luglio del 1997, ad oltre 40 anni dalla prima apertura, un gruppo di ragazzi facenti parte dell’associazione culturale Reservoir Dogs (promotori del cinema come mezzo di socializzazione e diffusione della cultura) è riuscito nell’impresa di ridar vita al Metro Drive In. Due aree destinate alle proiezioni (spiaggia artificiale con sdraio ed ombrelloni per 800 posti e Drive 2000 per 485 auto) circondate da strutture ospitanti vari eventi settimanali, in una sorta di città dello spettacolo stile anni ’50-’60.

Attualmente la gestione della struttura, ormai divenuta un grande centro di ritrovo (con ristoranti, bar-discoteca, parco giochi per bambini, terrazza panoramica, pista di pattinaggio, per mini moto e per go-kart), è passata a noti imprenditori locali, che vi ospitano spesso iniziative culturali e mostre mercato, nonchè concorsi di bellezza per animali.

Madonnetta

La Madonnetta è una zona residenziale (zona “O” 44) del Comune di Roma, situata nel territorio del XIII Municipio. Si trova tra Acilia, Casal Palocco e Axa, sulla zona Z.XXXIV Casal Palocco.

La zona è caratterizzata da un’incessante crescita edilizia, e conseguentemente demografica, che va ben oltre le reali possibilità sostenibili dalle infrastrutture esistenti

La Madonnetta è un centro dinamico, grazie soprattutto al contributo del locale comitato di quartiere che, con forti mobilitazioni, attira periodicamente la popolazione dell’entroterra del Municipio attraverso la promozione e l’organizzazione di periodici eventi, impegnati a 360 gradi, consistenti in opere di svago e sensibilizzazione ai temi ambiente, sicurezza, centralità, valorizzazione delle risorse. Altri siti caratterizzanti sono la Chiesa di San Carlo da Sezze, il “Centro di formazione giovanile Madonna di Loreto, Casa della Pace” situato accanto alla parrocchia, e la piazza Umberto Cardani, dove è conservata una piccola statua della Madonna.

Parchi della Madonnetta

Il 5 maggio del 2002, in Via Padre Massaruti alla Madonnetta, è stato inaugurato il parco “Massimo di Somma”, per celebrare la memoria dell’amministratore scomparso nel 2000. E’ stata una conquista di notevole importanza per questo quartiere del XIII Municipio, ancora un pò emarginato e carente di strutture. La zona di verde in cui è stato realizzato, che versava in totale stato d’abbandono, su sollecitazione e con impegno personale dei cittadini (sostenuti dall’amministrazione guidata proprio da Massimo di Somma) è stata completamente bonificata e dotata di parco giochi per i bambini del quartiere, centro sportivo, pista podistica, pista di pattinaggio e persino di una piattaforma d’atterraggio per elicotteri. Il parco è subito divenuto un importante centro d’incontro e aggregazione, ospitando spesso manifestazioni sportive e culturali, fiere culinarie e concerti.

Il parco della Madonnetta, in occasione del Carnevale, ospita una rassegna culturale patrocinata dal municipio di appartenenza e dalla Regione Lazio, consistente in esibizioni teatrali, attività ludiche dei bambini delle scuole delle zone limitrofe, sfilate pedonali e ciclistiche in maschera, tutte incentrate sul tema del riciclaggio. Il parco ospita annualmente attività connesse alla Maratona di Ostia, e nell’ottobre 2005 è stato sede dei seggi per le Primarie.

Più o meno nella stessa zona, al confine con l’Axa, nell’ambito di un progetto che prevede la creazione a Roma e dintorni di 59 “Punti Verdi Qualità”, è stato istituito il parco “La Madonnetta”, che con i suoi 20 ettari di superficie, di cui 13 adibiti a verde pubblico vero e proprio, si colloca tra i più grandi della capitale.
Concessionario dell’area e gestore degli impianti è un imprenditore locale che ha alle spalle una lunga esperienza sul territorio, come proprietario/gestore di centri sportivi e maestro di tennis. Interventi di questo tipo, in parte pubblici ed in parte privati, recuperando zone in stato d’abbandono o già destinate a verde ma non attrezzate, stanno conferendo sempre maggior valore ad un’area di per se ricca di potenzialità tutte da sfruttare.

AXA

L’Axa è un quartiere-consorzio di Roma, contenuto nel XIII Municipio e adiacente ad Acilia, Madonnetta, Casal Palocco e Infernetto.

Il nome

ACSA: dapprima Agricola Costruzioni
Società per Azioni e successivamente trasformata in Associazione Consortile Società per Azioni, in seguito denominata AXA, con sede sociale in via di Macchia Saponara.

Il quartiere è letteralmente diviso in due dalla via dei Pescatori (antica via di comunicazione, usata da Benito Mussolini, che collegava Acilia e il Borghetto dei Pescatori ad Ostia, dov’era la sua darsena personale), che separa l’AXA vecchia (da via Tespi a via dei Pescatori nata con la sua fondazione) dall’AXA nuova (da via dei Pescatori a via Cristoforo Colombo, nata nei primi anni ’80 e tutt’oggi in sviluppo). Sorge sul lato sud della via Ostiense, tra le frazioni di Acilia a ovest e Vitinia a est.

Il successo del programma insediativo di Casalpalocco ha concorso non poco ad orientare verso la zona la scelta di un’alternativa al centro di Roma, ormai congestionato.
E’ venuto così a svilupparsi il quartiere residenziale Axa che si snoda dalla Via di Acilia, che segna il confine con il quartiere Malafede, fino a Casalpalocco ed alla Madonnetta.

Nato tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, si propone subito come un quartiere residenziale a carattere consortile con case destinate alla media ed alta borghesia romana. Più volte è stato paragonato e denominato come la “Beverly Hills”
italiana. Nel suo interno possiamo trovare centri commerciali, discoteche, polisportive e il famoso drive-In, il più grande d’Europa e caduto in disuso negli anni ’80, ora utilizzato per accogliere manifestazioni di vario genere, sede di un asilo e comprensivo di una pista per mini-kart e mini-moto.

Gli ingressi principali del quartiere sono oggi contraddistinti dalla presenza di due caratteristiche fontane.
Una è situata a Piazza Eschilo, al centro di un giardino dal quale si dipartono le principali strade di penetrazione.
La seconda, che segna l’altro limite territoriale del quartiere, si colloca al centro della piazza sulla quale si affaccia anche il Drive In ed è denominata Fonte degli Acilii.
Rappresenta la rinascita di un’antica fonte avente lo stesso nome, nel tempo più volte demolita e ricostruita. La struttura è stata completamente ristrutturata anche di recente, ad opera dell’architetto Petrucci. E’ situata su una vasta aiuola piena di fiori, posizionati in modo tale da formare a grandi lettere il nome del quartiere. Dall’interno dell’ampia vasca circolare delineata da cannelle d’acqua partono zampilli a canna d’organo, che al calar del sole assumono un particolare fascino grazie ad un gioco di luci policrome.
La fontana è divenuta il simbolo di un quartiere moderno, ricco di aree verdi, con un’edilizia ben distribuita sul territorio (esempio d’insediamento abitativo a dimensione umana, vivibile, nel contesto di un’area dall’elevato valore ambientale).

Ostia Antica

Ostia Antica è il nome della trentacinquesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXXV.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 13e del XIII Municipio.
Si trova nell’area sud-ovest della città, a ridosso del fiume Tevere.

Storia

Storia antica
Nel territorio si impiantò l’antica città di Ostia, fondata nel corso del IV secolo a.C. come accampamento militare e sviluppata nel corso dell’età imperiale romana come centro commerciale portuale, strettamente legato all’approvvigionamento del grano nella capitale. Raggiunse i 75.000 abitanti, ma declinò con la crisi del III secolo. Ebbe una ripresa nel IV secolo come sede residenziale, mentre le attività commerciali e amministrative si erano spostate nella città di Porto, ma decadde in seguito.
Medioevo
L’acquedotto cessò di funzionare alla fine del V secolo e la città decadde ulteriormente. Nel 537, nel corso di un assedio dei Goti fu difesa dal generale bizantino Belisario e i pochi abitanti si asserragliarono nel teatro, trasformato in fortezza. Nel IX secolo fu saccheggiata dai Saraceni e definitivamente abbandonata per la nuova città di Gregoriopoli, voluta da papa Gregorio IV.

Luoghi di interesse

Gli scavi di Ostia Antica conservano i resti di gran parte della città, scavata nel corso del XIX e soprattutto XX secolo. Insieme ai monumenti pubblici si sono conservate numerose strutture private (case di abitazione, strutture produttive, sedi di associazioni), che restituiscono l’immagine della vita quotidiana nell’antichità.
Teatro
Il teatro è una delle principali e affascinanti strutture degli Scavi di Ostia Antica. Esso può ospitare 4000 persone. Ancora oggi è utilizzato per piccoli spettacoli e concerti.
Nell’antichità veniva utilizzato anche per spettacoli riguardanti giochi d’acqua.
La necropoli
La necropoli di Ostia è ubicata fuori dalle mura, come era tradizione a Roma, sulla via Ostiense. Sono state ritrovate tombe risalenti al II secolo a.C., anche se quelle attualmente visibili appartengono al periodo che va dall’epoca augustea fino al II secolo d.C. Una seconda necropoli, che venne realizzata nel periodo seguente al 50 d.C. lungo la parallela via Lauretania, sono presenti due tombe monumentali che vennero costruite sul mare, come anche quella di Cartilio Poplicola.
Il Tempio di Ercole
Sulla via degli Horrea Epagathiana sul versante sinistro della strada si trovano la Domus di Amore e Psiche e il Tempio di Ercole. Quest’ultimo, dedicato alla divinità di Ercole Invictus, era caratterizzato da un podio tufaceo e fu utilizzato per lungo tempo, come testimoniano i numerosi restauri. Presso questo piccolo tempio è stata ritrovata una stele che raffigurava dei pescatori con delle reti con cui recuperavano un’enorme statua di Ercole dal fondale marino. Gli studiosi hanno ipotizzato che questa statua provenga da una nave Romana naufragata, che tornava in patria dopo uno dei tanti saccheggi svolti dalle legioni Romane in Grecia. Dopo il ritrovamento della statua fu edificato il tempietto in onore di Ercole. Purtroppo fino ad oggi questa statua non è stata ancora trovata e non si sa nulla della sua fine. Se questa ipotesi fosse vera, la stele ora custodita nel Museo Archeologico di Ostia Antica, è il primo documento di archeologia subacquea.
La sinagoga
La sua scoperta nei primi anni Sessanta provocò grande sensazione poiché si trattava della più antica sinagoga della quale si fossero trovati i resti in Europa. Si trova alla fine del decumano, vicino al vecchio argine fluviale. Della struttura monumentale rimangono resti cospicui, incluse le alte colonne del tabernacolo, sul capitello di una delle quali spicca scolpito il simbolo della menorah.

Dragoncello

Dragoncello è una frazione di Roma Capitale, situata in zona Z.XXXII Acilia Nord, nel territorio del Municipio Roma XIII.

È delimitata a sud-est dalla zona di Dragona, a sud-ovest dal Villaggio San Francesco, a nord dal fiume Tevere e a sud da via dei Romagnoli.

Il nome ha, probabilmente, la stessa origine di quello di Dragona (vedi), ma alcune fonti citano la presenza in zona della pianta Artemisia dracunculus, comunemente nota con il nome di dragoncello.

In occasione della costruzione del nuovo quartiere Dragoncello una campagna di scavi salvaguardò ben otto aree archeologiche, gran parte di queste aree sono relative a ville rustiche di età repubblicana.
Le Villae Rusticae di Dragoncello sono databili a cavallo tra il II e il I secolo AC.
Tali ville non erano particolarmente sontuose ma sicuramente di proprietà di benestanti. La loro gestione probabilmente era affidata a liberti di origine greco orientale.

La grave crisi agricola della prima metà imperiale portò all’abbandono della zona.

Insediamento di Ficana
L’addensarsi di nuclei abitativi, in quello che costituisce il territorio dell’attuale XIII Municipio, è stato da sempre favorito dalle possibilità legate alla presenza di lagune costiere precocemente sfruttate per la produzione del sale. Le saline erano importantissime già nel quadro economico d’epoca preistorica e protostorica. Fondamentale era quindi il controllo delle vie che assicuravano il transito del prezioso minerale verso l’interno della regione (specie nel periodo dell’aspra lotta tra Roma e Veio per il controllo degli impianti produttivi). Notevoli sono i relitti archeologici a testimonianza dell’esistenza di abitati protostorici ed arcaici nella zona.

Proprio sulle rive del Tevere, all’altezza del quartiere Dragoncello ed in prossimità del Monte Cugno, era situato l’antico sito di Ficana. Risalente al X-IX sec. a.C., inizialmente tale insediamento era un semplice villaggio di capanne e ricoveri per bestiame, che cominciò ad assumere connotazione di città vera e propria solo a partire dalla metà dell’VIII sec., quando vennero edificate le prime case e fu costruita una cinta muraria. Il sito fu poi conquistato dai romani sotto Anco Marzio, ma gli scavi condotti in loco dagli archeologi hanno evidenziato che tale presa non implicò il declinio di Ficana. Al contrario, l’abitato ampliò notevolmente i suoi confini munendosi, tra il IV ed il III sec. a.C., di una nuova possente cinta muraria. Venne così ad assumere quel ruolo di controllo sulla foce del Tevere che fu successivamente ereditato da Ostia Antica. Sempre in zona Dragoncello è stata scoperta anche una necropoli con sepolture del tipo ad inumazione. Al loro interno sono stati rinvenuti corredi funebri risalenti circa al VII sec. a.C.

Dragona

Dragona è una frazione di Roma Capitale (zona “O” 42),
situata in zona Z.XXXII Acilia Nord, nel territorio del Municipio Roma XIII. È compresa tra viale dei Romagnoli, via Donati, via di Dragone ed il fiume Tevere.

Per completare l’opera di difesa del territorio iniziata con la costruzione di Gregoriopoli, il pontefice Gregorio IV (827-844 d.C.) decise di ripopolare la campagna ostiense a ridosso delle alture di Dragoncello, realizzando una delle numerose tenute agricole che fece costruire nella campagna romana. Con generosità non priva di calcolo, assegnò terre e casali a famiglie contadine con molti figli maschi in grado di usare una spada, affermando che soltanto chi possiede ed ama la sua terra è disposto a difenderla con le armi. Sul luogo il pontefice volle anche una splendida villa di campagna, che le cronache dell’epoca ci descrivono come ricca di portici e solari, la quale rappresenta il primo esempio di villa papale della storia. 

La zona fu chiamata “Colonia Draconis” da papa Gregorio IV (827-844) per la presenza di molti grossi rettili colubridi chiamati Draconi dagli abitanti della zona.
In zona era molto forte il culto della dea Giunone Regina, simboleggiata appunto dalla dracona. Gregorio IV, per debellare il culto pagano, introdusse nella zona la leggenda di San Giorgio, che sconfisse il drago a cui era stata offerta in sacrificio la figlia del re di Libia.
Il culto di San Giorgio prese piede nella zona, e tutt’oggi ne abbiamo testimonianza nella vicina chiesa di San Giorgio, lo stesso quartiere San Giorgio e il casale edificato nella zona.

Nel corso dei secoli la zona mutò il nome prima in Dragone (nome leggibile ancor oggi su molte cartine topografiche), per poi essere volgarizzato in quello attuale solo negli ultimi decenni del 1900, quando si sviluppò il quartiere.

Villa Rustica di Dragona
Scavi condotti nella zona di Dragona hanno recentemente portato alla luce quanto rimane di una villa rustica dalle notevoli dimensioni (all’incirca 25.000 metri quadrati), la cui costruzione può essere fatta risalire più o meno agli inizi del I sec. a.C. L’intera struttura si dislocava intorno ad un unico cortile centrale, dove era situato un pozzo in origine circondato da un portico di colonne laterizie. I vari ambienti principali avevano inizialmente i muri in opera incerta ed il pavimento in semplice cocciopesto. Nel periodo compreso tra il I secolo e l’età augustea la villa è stata però soggetta ad ampie ristrutturazioni. Sono stati così rinvenuti anche muri in opera reticolata ed in laterizio e resti dei cosiddetti pavimenta scutulata, a testimonianza delle successive fasi di sviluppo attraversate dall’edificio. E’ possibile distinguere due zone della villa differenti per destinazione. Vi è un’ala orientale, dai vani abbastanza ampi caratterizzati da pareti adorne d’affreschi, che era sicuramente adibita a parte residenziale. A nord del cortile è stata invece rinvenuta una zona con tre dolii della capienza di circa mille litri ciascuno, che viene a coincidere con la parte propriamente rustica della villa. Nel settore meridionale sono stati trovati poi due portici, rispettivamente a colonnine di tufo e a grandi pilastri laterizi, ancora da portare completamente alla luce. Il periodo di massima frequentazione della struttura risalirebbe al I sec. d.C.. Tra il III ed il IV sec. d.C. però tale frequentazione si ridusse molto e rimase limitata esclusivamente alla parte rustica. Si assistette poi ad un progressivo abbandono della villa.

Dopo il V sec. d.C. tutta la zona fu disordinatamente occupata da tombe alla cappuccina, che vennero inserite anche in quelli che costituivano i vari ambienti della villa. Per questo tipo di sepolture povere furono utilizzati coppi e tegoloni prelevati da varie aree della casa, che nel frattempo erano state soggette a crolli.

Acilia

Acilia è una borgata ufficiale del comune di Roma. Si trova nell’area sud-ovest del comune, esternamente al Grande Raccordo Anulare. Rientra interamente nel territorio amministrato dal municipio XIII di Roma.

Acilia è compresa nelle zone Z.XXXII Acilia Nord e Z.XXXIII Acilia Sud, nel territorio del Municipio Roma XIII.

Con un totale di 60.656 abitanti Acilia è la terza frazione più popolata d’Italia dopo Mestre (Venezia) ed Ostia (Roma).

Storia

Acilia prende il nome dall’antica famiglia romana degli Acilii, vissuta in zona, che utilizzò il territorio di Acilia come possedimento agricolo. Inoltre Acilia, in epoca romana, era utilizzata come scalo lungo la via Ostiense.

Acilia rinacque tra il secolo XIX e il XX a seguito di un’intensa opera di bonifica che portò alla creazione della cosiddetta Borgata Agreste.

Oggi essa è un centro dinamico che ospita un’edilizia sia popolare che residenziale, un polo industriale e due stazioni della Linea Roma-Lido: Acilia e Casal Bernocchi-Centro Giano. Acilia ospita una ricca biblioteca del sistema bibliotecario del Comune di Roma, dedicata allo scrittore e giornalista “Sandro Onofri”.

Il quartiere Acilia (dal nome della famiglia romana degli Acilii, vissuta da quelle parti secondo un’antica epigrafe) è nato nel 1924, quando Mussolini fece trasferire nell’allora zona rurale gli sfrattati dall’area dei Fori Imperiali e da Via del Teatro di Marcello. E’ diviso in una parte nord, sviluppatasi nel dopoguerra sui Monti di San Paolo, ed una parte sud, lambita dalla Via dei Romagnoli, che costituisce il centro dell’abitato.

Luoghi

Piazza Capelvenere, nella zona nord del quartiere, si caratterizzava per le sue costruzioni a due piani edificate negli anni ’40, definite “case di cartone”. Nell’ambito di una serie d’interventi per rendere più belle e vivibili le piazze della capitale, dopo la demolizione delle vecchie strutture su un’area complessiva di 15.000 metri quadrati è stata recentemente realizzata una piazza tutta nuova. Vi è stato ora situato un edificio porticato a forma di C che si sviluppa su due piani. La moderna costruzione ospita vari uffici comunali, tra i quali quello demografico e dei vigili urbani. A fianco della palazzina sorge una torre ottagonale di 12 metri, nuovo “biglietto da visita” di Acilia, che la rende visibile da lontano e che dalla sua sommità permette di contemplare tutto il quartiere.
Proprio al centro della nuova Piazza Capelvenere è stata costruita una fontana con la statua della divinità. La leggenda vuole che Venere sia nata dalle acque, così le acque della fontana di questo luogo, tanto caro agli antichi romani, possono essere assunte a simbolo della nuova vita di Acilia. Sopra la fontana è posta una targa dedicata alla memoria di Lido Duranti, ventiquattrenne del quartiere morto alle Fosse Ardeatine.

Fanno parte di Acilia le realtà urbane di Dragona, Dragoncello, Villaggio San Francesco, Monti di San Paolo, Case Basse, Centro Giano, Villaggio San Giorgio, Acilia Nuova e Casal Bernocchi.

Acilia Nord
Acilia Nord è il nome della trentaduesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXXII.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 13b del XIII Municipio.
Luoghi di interesse:
• Museo Agostinelli, museo di cultura popolare nella zona di Dragona.

Acilia Sud
Acilia Sud è il nome della trentatreesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXXIII.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 13c del XIII Municipio.

Casal Bernocchi

Casal Bernocchi è un’area urbana del comune di Roma, situata in zona Acilia Sud.
Sorge sul lato sud della via Ostiense, tra la località centrale di Acilia a ovest e Vitinia a est.

Storia

Il quartiere di Casal Bernocchi è sorto solo in epoca recente. Persino il nome attuale gli è stato assegnato posteriormente alla sua edificazione nel 1961. Deriva infatti dalla famiglia dei proprietari di un casale e di un appezzamento agricolo che la contessa Bernocchi cedette alla ex INA-CASA per farvi costruire case per lavoratori, chiamandole “Villaggio INA-Casa”. Questa zona un tempo era stata occupata da ville romane e, prima ancora, da capanne di abitatori preistorici. Reperti archeologici sinora rinvenuti collocano gli eventi storici della nostra zona con i primi insediamenti delle popolazioni pre-latine della cultura appenninica, con le popolazioni latine del territorio di Albano, con le testimonianze della monarchia di Roma alla cui potenza espansiva dovette sottomettersi, contribuendo anche alla fondazione di Ostia. In ottemperanza alla “legge Fanfani”, sui lotti agricoli di proprietà dei Conti BERNOCCHI, l’INA-CASA realizza nel 1961 il complesso edilizio – provvisoriamente denominato “Villaggio INA-Casa-Cittadinanza”. La causa può essere dovuta all’innata diffidenza verso qualsiasi struttura, come pure al fatto che il lavoro svolgendosi fuori per lo più fuori sede, non permette l’incontro e la conoscenza tra le persone. Pur non qualificandosi come “quartiere dormitorio”,  il ‘villaggio’ appare ancora come una entità estranea, con cui è difficile entrare in dialogo. Attraverso la festa patronale si è tentato più volte di inserire radici, di provocare scambi di idee, facilitare incontri che si prolunghino oltre il giorno di festa. Gli appartamenti furono assegnati, tramite concorso a punteggio, alle più disparate categorie di lavoratori e di impiegati dello Stato (Esercito, Pubblica Istruzione, Foreste, Monopòli, Gas, operai specializzati, Poligrafico dello Stato) come pure ai senza-tetto. A ridosso del Villaggio, nella zona alta, l’INA-CASA ha fatto erigere una “zona residenziale”, composta da un centinaio di villette. Gli spazi di aggregazione – Centro Anziani, Parrocchia, Centro Sociale, Attività sportive, Attività ginniche – non riescono ancora a coinvolgere tutta la cittadinanza.

Castellaccio

Situato in un’area altamente strategica il “Business Park Europarco” è il fulcro della nuova centralità urbana prevista nel nuovo PRG  “Eur Sud Castellaccio” e gioca, per la sua collocazione, un ruolo essenziale nella ridefinizione funzionale e formale dell’intero settore sul quale insiste. Collocato all’incrocio degli assi a scorrimento veloce come via Cristoforo Colombo e viale Oceano Pacifico, il complesso Europarco garantisce attraverso un sistema che fruisce di linee di trasporto pubblico su ferro e su gomma, nodi di scambio e viabilità a grande scorrimento rapidi collegamenti con le aree urbane ed extraurbane, arterie autostradali e aree aeroportuali della città di Roma.

Il Business Park Europarco costituisce, insieme alla presenza in loco di numerosi edifici per uffici, del Palazzo dello Sport e del nuovo Centro Congressi, un polo dinamico capace di esprimere nuovi e avanzati processi produttivi in cui oltre a un’alta qualità progettuale che ridisegna uno scenario metropolitano in cui confluiscono presenze di tracciati insediativi storici, spazi verdi e nuove viabilità.

Si tratta di un progetto complesso destinato prevalentemente a uffici privati con spazi commerciali ricreativi ed edifici residenziali e alberghieri servito da un sistema di mobilità che fruisce di linee di trasporto pubblico su ferro e su gomma, nodi di scambio e un sistema di mobilità a grande scorrimento e di collegamento ad aeree aeroportuali, arterie autostradali e viabilità urbana.

Si avvale inoltre di un sistema di sottoservizi, collegati attraverso un cunicolo tecnologico intelligente interrato chiuso ad anello, in cui caratteristiche di sicurezza, fruibilità, integrabilità, funzionamento e gestione prestano attenzione a fattori non prescindibili quali gli aspetti ambientali, il risparmio energetico e la riparabilità che costituiscono i maggiori fattori di innovazione nel campo edilizio.

Il Polo direzionale EUR-Castellaccio, denominato anche “Europarco” sarà una sorta di Defense Capitolina, posizionato subito dopo il Palasport a destra dell’inizio della via Pontina: l’area avrà un suo svincolo stradale e anche un tunnel sotto la Colombo che riunirà la zona del Laurentino con Torrino Sud e Decima.

Le nuove edificazioni non saranno di impatto piccolo, si tratta infatti di un intervento di circa 800 mila nuovi metri cubi distribuito su 63 ettari, caratterizzato da 2 torri di 100 metri, destinati a diventare i grattacieli più alti della città.

Il progetto prevede una grande piazza pedonale, dotata di parcheggi sotterranei, cui si accederà passando tra le due torri: queste saranno costituite da strutture in ferro e cemento armato, con grandi superfici vetrate e rivestimenti in travertino ma soprattutto con l’aggiunta del verde, terrazze fioriere, che daranno loro l’aspetto di giardini in verticale; una torre sarà destinata ad appartamenti, l’altra ad uffici.

Europarco costituirà infatti un centro direzionale che comprenderà uffici, negozi, sale espositive, multisala cinematografiche, servizi ed abitazioni.

Le nuove edificazioni saranno concentrate sul lato collinare dell’area, lasciando libero il fondovalle che diventerà parco pubblico gestito da Roma Natura. I cantieri sono aperti dal 2005: sono previsti almeno 5 o 6 anni perchè l’Europarco acquisti la sua fisionomia definitiva, ma già dal 2007 il Centro Commerciale sarà completato. La costruzione infatti avverrà a moduli, il che faciliterà la velocità del cantiere e quindi la progressiva operatività degli impianti.

EUR

Europa, meglio noto come EUR, è il nome del trentaduesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXXII.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso del fiume Tevere.
La posizione dell’EUR ne fa un essenziale nodo fra il centro e i quartieri del lido, nonché verso la nuova Fiera di Roma, la zona aeroportuale di Fiumicino e la zona industriale a sud della Capitale.

Storia

La tenuta delle Tre Fontane era vastissima si estendeva dalla Porta San Paolo fino all’attuale complesso dell’Eur. Nel 1936, dopo la vittoria in Abissinia, fu presentata ufficialmente la richiesta di effettuare a Roma, in occasione del Ventennio Fascista del 1942, l’Esposizione Universale. Fu individuata, anche grazie all’accanito sostenitore Senatore Virgilio Testa allora Segretario Generale del Governatorato, la tenuta delle Tre Fontane. Fu costituito l’Ente Autonomo per l’Esposizione Universale ed Internazionale. 

Originariamente noto come E42 (Esposizione 1942), il suo nome fu variato in E.U.R. dall’acronimo di Esposizione Universale di Roma quindi, con delibera n. 2509 del 5 maggio 1965 della Giunta Municipale, assume l’attuale nome Europa, pur rimanendo conosciuto con l’acronimo.
L’EUR è un quartiere moderno celebre per la sua architettura razionalista, concepito e costruito in occasione dell’Esposizione Universale che si sarebbe dovuta tenere nella Capitale nel 1942, per celebrare il ventesimo anniversario della Marcia su Roma. La manifestazione venne poi annullata a causa della Seconda guerra mondiale, ed il quartiere, allora in fase di costruzione, venne completato in tempi successivi.

Architettura
Il Quartiere occupa un’area di 420 ettari ed ha un perimetro pentagonale. Il nuovo quartiere EUR ha presentato nel corso della sua espansione dei singolari pregi non riscontrati
poi in nessun altro quartiere di Roma. Una particolare rapidità di
comunicazione interne ed esterne, un’assoluta modernità di impianti pubblici, un’alta dignità degli edifici monumentali forse ancora poco sfruttata, una massima razionalità ed armonia di sviluppo urbanistico ed edilizio.

Il progetto venne presentato nel 1938, sotto la direzione di Marcello Piacentini. Il modello è ispirato, secondo l’ideologia fascista, all’urbanistica classica romana, apportandovi elementi del Razionalismo Italiano.
Edifici di particolare rilievo sono:
• Il Palazzo della Civiltà Italiana di Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano
• Il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera
• L’Archivio Centrale dello Stato
• la stele dedicata a Guglielmo Marconi
• La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo (la costruzione domina il quartiere dall’alto, e doveva essere, secondo i piani originali, il mausoleo di Mussolini)
• Il PalaLottomatica (precedentemente PalaEur), progettato da Pier Luigi Nervi e Marcello Piacentini
• Il Fungo (serbatoio idrico che deve il nome alla sua caratteristica forma, attualmente ospita un ristorante panoramico)
• Obelisco Novecento (di Arnaldo Pomodoro, inaugurato nel 2004, è il più moderno obelisco di Roma)
È presente inoltre un’area museale che comprende tra gli altri il Museo della Civiltà Romana, il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo ed il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, oltre ad un nuovo planetario, con annesso Museo dell’Astronomia, aperto nel 2004.
La costruzione del quartiere venne ultimata solamente alla fine degli anni cinquanta in occasione della XVII Olimpiade, tenutasi a Roma nel 1960, completando alcune infrastrutture, come il Palazzo dello Sport progettato da Nervi e Piacentini e il Velodromo, nonché dando l’attuale struttura al laghetto ed alla zona verde ad esso limitrofa.

Oggi il quartiere è un vero e proprio “Centro Direzionale
Amministrativo”, nonostante siano destinate ad aree libere e verde pubblico il 47% della superficie totale del comprensorio.

LunEur
Un’altra importante infrastruttura del quartiere è senza dubbio il Luneur, il luna park permanente di Roma. È il Luna Park più antico d’Italia; fu costruito inizialmente come attrazione temporanea all’interno dell’Expo agricolo del 1953. Visto il successo che riscosse, venne chiesto agli organizzatori di mantenerlo aperto ogni anno per un certo periodo. Dal 1960, anno delle Olimpiadi, rimase aperto tutto l’anno e cinque anni dopo assunse, tramite referendum, il nome attuale. Attualmente conta centotrenta attrazioni a conduzione familiare ed osserva un giorno di chiusura settimanale.
Dopo vari interventi di rinnovamento ha riaperto nel marzo del 2007 con settanta attrazioni, varie mostre e musei, percorsi a tema e spettacoli. Nell’aprile 2008 l’improvvisa chiusura, dovuta alla ridefinizione societaria e alla messa in sicurezza.

L’ente EUR

L’ Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma gestisce l’organizzazione del quartiere in parziale autonomia dal Comune di Roma. Istituito con legge del 26 dicembre 1936, è stato in seguito trasformato in società per azioni.
Gran parte del patrimonio mobiliare ed immobiliare del quartiere è di proprietà di EUR S.p.A. (già Ente EUR), partecipata dal Ministero dell’Economia per il 90% e dal Comune di Roma per il 10%.
L’EUR e la Tenuta di Ferratella
Il territorio su cui attualmente sorge il moderno quartiere dell’E.U.R. ha rappresentato, fin dai primi secoli della storia dell’Urbe e successivamente durante tutta l’epoca romana e medioevale, una posizione di notevole importanza, venendo quasi a costituire, a sud di Roma, un punto di congiunzione tra l’immediato suburbio e la campagna vera e propria.

Durante gli sbancamenti, operati negli anni dal 1937 al 1939, per la realizzazione dell’intero quartiere, non fu mai data una descrizione accurata dei rinvenimenti e non tutti i resti messi in luce furono adeguatamente salvaguardati, anzi la maggior parte delle strutture fu distrutta, per permettere il proseguimento dei lavori d’urbanizzazione dell’area.

La funzionalità del quartiere era ulteriormente accresciuta, oltre alla relativa vicinanza all’importantissimo centro di scambio come il porto di Ostia, anche dalla presenza di un vicino borgo, noto con il nome di vicus Alexandri, considerato uno dei principali scali commerciali lungo il percorso suburbano del Tevere.

Il complesso portuale, situato tra la collina su cui sorge il Forte Ostiense e quella più a sud detta di Ponte Fratto, pur avendo origini probabilmente risalenti ad epoca medio repubblicana, non viene mai menzionato dalle fonti prima della metà del IV secolo d.C., quando ce ne dà una breve notizia Ammiano Marcellino (Rerum gestarum libri, XVII, 4, 14).

Nell’area in cui si è voluto porre il vicus Alexandri provengono numerosi ritrovamenti: due documenti del 1321 ricordano il carico di marmi dal Portus Grapiliani, denominazione che assunse la località durante l’epoca medievale; nel ‘700, nelle diverse vigne della zona, furono rinvenute iscrizioni, sia funerarie sia votive, resti di colombari e ruderi di un imponente mausoleo. Alcuni rinvenimenti compiuti nell’800 misero in luce ambienti termali, un bacino lustrale, un sepolcro in blocchi di peperino, cippi per la delimitazione di tombe, iscrizioni funerarie e resti forse pertinenti alle strutture portuali.

Tra il 1891 e il 1897, sulla riva sinistra del fiume, emersero a circa 4 chilometri dalla porta di S. Paolo, muri di fondazione in scaglioni di tufo con paramento in cortina laterizia, pavimenti in mosaico a tessere bianche e nere e soglie di travertino; successivamente, sulla riva sinistra del fiume, nei prati fra la Basilica di S. Paolo e il bivio detto “del Ponticello”, fu rinvenuto, a circa 700 metri a sud della Basilica, un muraglione di circa 22 metri di lunghezza realizzato in scaglioni di tufo legati con malta (forse poteva trattarsi di una sponda murata). Altre porzioni di banchine sono riemerse in anni recenti poco a valle dell’ansa sottostante la Basilica di S. Paolo, lungo la riva destra del fiume.

Con ogni probabilità le strutture di questo vicus dovevano rappresentare uno scalo intermedio nella navigazione di risalita del Tevere da Ostia a Roma, intorno alle quali si era sviluppato, a partire dalla metà del IV secolo a.C., un centro abitato: sul lato sinistro della Via Ostiense si dovevano trovare le abitazioni, mentre sul lato destro doveva essere la zona commerciale con uffici e magazzini.

L’area occupata dal moderno complesso urbanistico dell’E.U.R., collocata in una posizione sopraelevata e caratterizzata da una serie di pianori dagli estesi orizzonti, si prestava favorevolmente, durante il periodo romano, all’insediamento di piccole fattorie e ville residenziali garantite anche da una locale rete stradale particolarmente ricca e ben articolata.

Questa maglia viaria poteva contare, oltre alla Via Ostiense e alle due vie che portavano nell’agro Laurentino, entrambe con andamento nord sud, anche di un lungo asse viario che, staccandosi verosimilmente al sesto chilometro dell’antica Via Ostiense, tagliava diagonalmente il comprensorio, da nord ovest a sud est, e si univa, una volta incrociato il percorso della moderna Via Laurentina, nei pressi di Ponte Buttero, con l’antica Via Ardeatina mediante un diverticolo ricalcante l’attuale Via di Vigna Murata.

Oltre a quest’asse stradale, in questa zona dovevano probabilmente convergere altre due vie: una, il cui tracciato è solo ipotetico, ricalcava la moderna Via Laurentina, l’altra, probabilmente un diverticolo di cui era già noto da tempo un breve tratto, proveniva dall’Abbazia delle Tre Fontane e tagliava diagonalmente questo complesso con andamento nord est sud ovest.

Il percorso della tangenziale, che tagliava in due il comprensorio dell’E.U.R., portato in luce in vari segmenti durante gli sbancamenti per la realizzazione del nuovo quartiere e della Via Cristoforo Colombo, si dirigeva nel primo tratto, con un andamento grosso modo regolare nord nord ovest, a destra di un’altura ora occupata dal Piazzale delle Nazioni Unite, per poi deviare decisamente, all’altezza di Piazzale Guglielmo Marconi, verso sud est; in particolare in quest’area fu messo in luce un tratto di strada basolata, compreso fra l’attuale Piazzale Konrad Adenauer e Via Ciro il Grande, in cui la via, evitando tutta una serie d’alture, correva lungo un avvallamento delimitato a sud da una collina ed a nord da banchi tufacei, probabilmente già sfruttati in epoca antica come cava di materiali da costruzione.

Nel 1938, nell’area occupata attualmente dal Piazzale delle Nazioni Unite, durante la realizzazione delle fondazioni per la costruzione del palazzo dell’I.N.A., furono rinvenuti alcuni resti delle strutture murarie di un tempio arcaico, databili al V secolo a.C., e frammenti appartenuti alla decorazione fittile dell’edificio cultuale (un’antefissa policroma con raffigurazione di una cavallo e decorazione con motivi a riquadri nella parte inferiore, un frammento di lastra raffigurante la parte superiore di una gamba maschile, un frammento policromo di un elemento per la copertura del tetto e un frammento di piede relativo ad un ex voto).

Il tracciato stradale, prima di raggiungere la Via Cristoforo Colombo, nelle vicinanze della quale fu rinvenuto un brevissimo tratto di strada basolata, aveva una diramazione ad est lungo l’asse dell’attuale Piazzale dell’Agricoltura; nell’angolo formato dalla biforcazione furono rinvenuti i resti di una tomba. Questa diramazione stradale doveva probabilmente raggiungere una piccola altura, all’altezza di Piazzale dell’Industria, dove emersero un gruppo di tombe, e raccordarsi, nei pressi del Santuario della Madonna delle Tre Fontane, con il tracciato ricalcante la moderna Via Laurentina.

Recentemente in quest’area, durante alcuni lavori di sterro, sono stati recuperati, all’interno di una fossa scavata nel banco di tufo, alcuni ex voto fittili databili tra il IV e gli inizi del III secolo a.C. (una mezza testa femminile e un piede sinistro); il tipo di materiale rinvenuto può essere messo in relazione con un luogo sacro probabilmente legato al culto delle acque od una vicina fonte, identificabile verosimilmente all’interno del complesso dell’Abbazia delle Tre Fontane.

La presenza di questi votivi fittili e il precedente rinvenimento in zona, durante gli sbancamenti del 1938, di elementi architettonici d’età arcaica (due antefisse a testa femminile, due frammenti di lastre fittili con decorazione geometrica e figurata, un frammento di antefissa policroma con palmette e un frammento policromo di un piede calzato, forse relativo ad un ex voto), probabilmente riferibili alla decorazione di un altro edificio cultuale, può far ipotizzare l’esistenza, sull’altura ora occupata dal moderno complesso delle Madonna delle Tre Fontane, di un secondo santuario con una sua prima fase databile tra la fine del VI ed gli inizi del V secolo a.C. ed una successiva frequentazione dell’area almeno fino alla metà del III secolo a.C.

Ulteriori resti dell’asse viario affiorarono, ancora per diversi tratti e a varie distanze, nella zona compresa tra gli edifici che ospitano il Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini” e quello della Marina Mercantile; in questo settore di scavo furono messi in luce, ai lati del tracciato viario, resti di un sarcofago liscio in terracotta collocato alla stessa quota del piano stradale, un muro in blocchi di tufo giallo che rivestiva un nucleo cementizio in scaglie di pietra, un gruppo di tombe a camera, colombari, numerose tombe a fossa con copertura a cappuccina, tracce di muratura a blocchi di tufo e avanzi di murature forse attribuibili ad altri sepolcri.

A Nord di quest’area, in particolare su di un’ampia collina attualmente compresa tra Viale della Civiltà Romana e Viale della Letteratura, furono messi in luce, durante alcuni lavori che portarono successivamente al completo livellamento dell’altura, i resti di un vasto complesso rustico identificabile in una villa romana databile alla tarda età repubblicana (fine II secolo a.C. inizi I secolo d.C.).

Del complesso furono messi in luce numerosi ambienti, quasi tutti con orientamento est ovest, con paramenti di muratura in opera reticolata di tufo; vennero anche rinvenuti, all’interno di alcune stanze, pavimenti in mosaico con decorazioni floreali, in opus spicatum e in cocciopesto.

All’interno dell’insediamento furono evidenziati anche i resti di un sistema di raccolta per le acque, costituito da alcune cisterne e cunicoli scavati nel banco di tufo con rivestimento d’intonaco idraulico; presso l’estremità meridionale della villa fu identificato un pozzo di forma circolare.

Si potrebbe ipotizzare che l’area facesse parte di un tenuta appartenente alla gens Antonia, Cornelia o Cassia: sappiamo, infatti, che tra i fondi che componevano nel VII secolo d.C. la massa quae Aqua Salvias nuncupatur, vale a dire la Tenuta delle Tre Fontane, erano compresi quelli denominati Antoniana, Cassianum e Cornelianum.

L’asse stradale, di cui non furono evidenziati ulteriori resti, proseguiva verso sud est andando a raggiungere la moderna Via di Vigna Murata.

Su un’altura delimitante a nord questa strada, a circa 500 metri a sinistra dall’incrocio con la moderna Via Laurentina, furono rinvenuti i resti di una cisterna romana realizzata in calcestruzzo di selce nota con il nome di “ruderi delle Grotte d’Arcaccio”. Sulle strutture d’epoca romana, di cui attualmente non rimangono che alcuni tratti della parete sud, fu fondata, tra il X secolo e l’XI secolo d.C., una torretta d’avvistamento realizzata in blocchetti regolari di tufo; la torre occupava un’ottima posizione in quanto, oltre a vigilare sulla Via Laurentina, poteva controllare una strada d’origine romana, l’odierna Via di Vigna Murata, che univa la Via Ostiense all’Appia.

Nel 1971, a circa 250 metri prima dell’incrocio di Via del Serafico con Via del Tintoretto, durante alcuni lavori per la realizzazione di un edificio, furono rinvenuti i resti di un sepolcro ipogeo; la tomba, costruita con un paramento in opera mista di laterizi e tufelli, accoglieva, all’interno di due celle, sepolture ad inumazione ed incinerazione.

Anche l’attuale tracciato di Via Laurentina, da Ponte Buttero fino all’altezza della città militare della Cecchignola, doveva ricalcare i resti di un’antica strada.

Nel 1942 all’incrocio di Via Laurentina con Via del Fenilone, durante la realizzazione della centrale elettrica, fu scoperto un cunicolo scavato nel banco di tufo, le cui pareti erano rivestite con un sottile strato d’intonaco idraulico in cocciopesto; a meno di 300 metri ad est da quest’area, lungo Via dei Radiotelegrafisti, nel 1959 furono rinvenuti tre tombe con sarcofagi di marmo bianco.

A breve distanza da quest’area, nella zona di Ponte Buttero, vennero in luce nel 1926 altri due sarcofagi in marmo, databili al III secolo d.C. (uno presentava la raffigurazione di una scena di orante, l’altro con strigilatura, aveva nella parte centrale circolare la raffigurazione delle tre grazie ed agli angoli eroi sorreggenti delle fiaccole); altri elementi architettonici, forse decorazione di antichi sepolcri, andati completamente distrutti durante la costruzione degli edifici, sono conservati all’interno di un giardino condominiale in Via dei Corazzieri, di fronte a Via dei Guastatori.

I resti di un lungo tratto di strada basolata furono rinvenuti nel 1953, al chilometro 6,500 della Via Laurentina, nei pressi dell’incrocio con Via Oscar Sinigaglia, durante i lavori d’ampliamento del villaggio Giuliano-Dalmata. Dell’asse basolato fu messo in luce un tratto che conservava ancora sul lato est i margini a blocchi di basalto disposti verticalmente.

Recentemente, tra marzo e giugno del 1995, a meno di 150 metri a sud da quest’area, durante gli sbancamenti operati per il raddoppio dell’attuale tracciato di Via Laurentina, sono stati messi in luce i resti di un probabile complesso abitativo d’epoca romana, tracce di un pozzo-cisterna scavato nel banco di tufo e i resti di una necropoli d’età imperiale.

Nel 1969, a circa 600 metri ad ovest da questi ritrovamenti, furono rinvenuti, durante la realizzazione del Piano di Zona 37 Ferratella, i resti riferibili ad una villa rustica databile tra la fine del II secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C.; del complesso, già in parte sezionato dallo sfruttamento dell’area ad uso di cava per la pozzolana, vennero messe in luce alcune murature di terrazzamento, realizzate in opera reticolata di tufo ed in calcestruzzo di selce e i resti di una cisterna in calcestruzzo con copertura a volta.

Lo scavo dell’impianto rustico della villa mise in evidenza un sistema costituito da canalette e fosse scavate nel banco di tufo, utilizzate probabilmente per la raccolta e conservazione delle acque meteoriche; fu inoltre individuato un complesso idrico sotterraneo costituito da pozzi e cunicoli scavati nel tufo e rivestiti d’intonaco idraulico in cocciopesto.

Dopo un periodo di abbandono, probabilmente avvenuto sul finire del II secolo d.C., il complesso rustico venne riutilizzato come area di necropoli; all’interno di alcuni ambienti furono messe in luce una serie di tombe a fossa con copertura di tegole disposte alla cappuccina o all’interno di anfore di tipo africano (III secolo d.C.).

Come si può vedere, questi sporadici rinvenimenti concorrono alla ricomposizione dell’antico tessuto topografico di una vasta area che, proprio per la mancanza di ruderi affioranti sul terreno, non era stata finora inquadrata nel suo giusto contesto.

La probabile esistenza di luoghi di culto, a partire dal periodo arcaico, e la presenza di resti della fine della repubblica e di varie testimonianze relative ad epoca imperiale, testimoniano una continuità di vita e un crescendo di insediamenti in tutta la zona.

 

Colle di Mezzo

Colle di Mezzo sorge su un altura posta tra Via di Vigna Murata e il Fosso della Cecchignola ove circa trenta anni fa cominciarono ad essere edificate delle palazzine, ancora oggi è rimasta una zona isolata rispetto ad altri quartieri.

Il Serbatoio idrico di Palpacelli.

Progetto che doveva essere inserito in un’area denominata parco scientifico dell’acqua. Questo centro nasce dal design a scala gigante. Esso e’ in effetti un autentico organismo architettonico. Tutte le funzioni sono integrate tra loro, ciascun elemento architettonico assolve contemporaneamente più funzioni, concetti appunto nati dal design. Il pubblico puo’ raggiungere le varie zone fruibili: la terrazza, sopra il serbatoio pensile anulare, a quota 70 metri dal suolo, la quale fornisce un ottimo punto d’osservazione della città; la caffetteria, ad una quota più alta; il percorso anulare intorno all’imbocco del vortice del piezometro che inevitabilmente provoca emozioni suggestive nel guardare la caduta dell’acqua. Fruibili dal pubblico sono anche i torrini in sommita’, luminosi di notte. Gli elementi di collegamento verticale, la scala e l’ascensore, sono contenuti nei due piloni cavi esterni al serbatoio anulare; questi sorreggono la torre piezometrica dalla forma tronco conica rovesciata. L’acciaio impiegato nella costruzione e’ ITACOR 2, del tipo autopassivante con rivestimenti inox voluti dall’architetto non solo per la grande durata e scarsa manutenzione, ma anche per l’alta qualita’ visiva delle immagini che riflettono. Tutte le superfici degli elementi aerei sono costituite da 96 pannelli piani verticali in acciaio inox satinato, che determinano una visione formale perfettamente circolare. Funzione di questo acciaio e’ la sua lunga durata nel tempo e la sua capacità di armonizzarsi con le mutevoli tonalita’ del cielo. Questi pannelli, distaccati da solchi verticali di 3 cm in inox lucido, consentono anche la lettura dell’ora sulle tacche ed i pannelli corrispondono infatti ciascuno ad un quarto di ora delle 24 della giornata. Questo grande organismo avrà una lunghissima durata nel tempo in cui la manutenzione dovrà essere minima. Non esistono mensole o strutture in vista , cornici o aggetti che potrebbero dare luogo a depositi di polvere e relative colature. Le giunture sono previste sempre verticali sul filo della continuita’ della superficie. Tutto l’edificio poggia su due grossi blocchi di c.a. che saranno lasciati in vista allo stato grezzo e saranno percorribili sopra per l’osservazione e l’accesso dalla base dei cilindri. L’intenzione e’ di lasciare le grandi canalizzazioni in vista e non sottoterra; a questo scopo le canalizzazioni sono colorate con colori specifici per le rispettive funzioni: rosso gli arrivi, blu le partenze, giallo le dispersioni o scarichi. Cio’ rendera’ leggibili le funzioni idrauliche in basso, che integrate con la lettura di tutti gli altri elementi sempre chiaramente figurati nelle loro funzioni nello spazio, daranno l’immagine integrale dell’organismo architettonico.

Palpacelli sviluppa un linguaggio innovativo, concepisce il serbatoio , non solo come architettura, scultura, tecnologia, ma anche come una composizione armonica tra le parti e la natura circostante dove ogni elemento e’ il tutto e parte del tutto. L’impianto e’ realizzato interamente in cemento armato e comprende 5 elementi principali: un piezometro per l’alimentazione delle zone piu’ alte del territorio; un serbatoio anulare per la distribuzione alle zone piu’ basse; 2 vasche interrate; un gruppo di elettropompe per sollevare l’acqua dai serbatoi interrati a quelli sopraelevati e una camera di manovra per le apparecchiature di comando e di controllo. Il serbatoio e’ sostenuto a sbalzo da 3 piloni cavi , di altezze diverse che si rastremano verso l’alto, uno dei quali si amplia nella parte terminale per l’inserimento dell’altro serbatoio, il piezometro. I 3 piloni ospitano al loro interno gli impianti di servizio e sono caratterizzati da superfici esterne rigate da profilati metallici a U; in quello piu’ alto c’e’ l’ascensore proprio per contenere l’extracorsa.

 

Giuliano-Dalmata e il Villaggio

Giuliano Dalmata è il nome del trentunesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXXI.
Si trova nell’area sud della città.

Storia

Nacque come Villaggio Operaio E42, adibito ad alloggiare gli operai impegnati nell’allestimento dell’ Esposizione Universale di Roma (che originò l’attuale quartiere EUR).

Con lo scoppio della guerra gli operai abbandonarono le loro case che, dopo una breve occupazione anglo americana, rimasero abbandonate.
Nel 1947, dodici famiglie di profughi provenienti dall’Istria, da Fiume, da Zara, da quei territori destinati dal trattato di pace del 1947 alla Jugoslavia, si insediarono nei padiglioni abbandonati dagli operai impegnati nella costruzione dell’Eur prima della guerra, che fu ribattezzato Villaggio Giuliano.

Nel 1955, inseguito all’arrivo di circa duemila profughi istriani e dalmati, assunse il nome attuale.
Il 4 novembre del 1961 fu inaugurato sulla via Laurentina, per volere dell’Opera Profughi, un monumento costituito da un masso carsico con incastonata la scritta “AI CADUTI GIULIANI E DALMATI” e gli stemmi delle città giuliane.
Nel giro di pochi anni la comunità cominciò a contare più di 8000 profughi.

Iniziarono ad essere costruite le prime palazzine ed il quartiere si unì al resto della città.

Il nucleo originario comunque non si è ancora dissolto ed è ancora possibile girando nel quartiere imbattersi in dialetti veneti.
Il 10 febbraio del 2008, in occasione della celebrazione del quarto Giorno del ricordo, è stato inaugurato, in largo Vittime delle Foibe Istriane, un monumento commemorativo per le vittime dei massacri delle foibe. L’opera è stata realizzata dal maestro Giuseppe Mannino.
La denominazione toponomastica ufficiale Giuliano-Dalmata non è comunemente nota ed è raramente utilizzata nella segnaletica. La stessa popolazione romana indica la zona come “Laurentina” o “Cecchignola”.

Toponimi di zona:
Casale Solaro, Casale Zola, Cecchignoletta, Chiesa del Presidio, Colle della Strega, Colle di Mezzo, Tor Pagnotta, Torre Archetta

Villaggio Giuliano è il nome della zona urbanistica 12b del XII Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXXI Giuliano Dalmata.

 

 

Cecchignola

Cecchignola è il nome della ventiduesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXII.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 12e del XII Municipio.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso ed internamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

Il nome più antico con cui veniva identificata questa tenuta era “Cicomola” che, insieme al termine “Piliocti” (odierna Tor Pagnotta), compare in una bolla di papa Onorio III° (1216-1227 d.C.) con riferimento al monastero di San Alessio. Il termine si attribuiva anche alla tenuta di S. Ciriaco (Mezzocamino), appartenuta ai Capizucchi e passato in seguito ai Torlonia, fino ai primi del ‘900.

Ancora oggi, inclusa nel consorzio Fonte Meravigliosa, c’è l’antica e altissima Torre della Cecchignola con l’annesso casale fortificato, innalzata dai Torlonia per sollevare l’acqua di una sorgente e distribuirla nella tenuta. Quella sorgente alimenta il laghetto artificiale dell’Eur.

La città Militare

Il primo nucleo abitativo dell’attuale città militare fu costruito per alloggiare gli operai impegnati nell’allestimento dell’ Esposizione Universale di Roma (attuale EUR).
Successivamente allo sbarco di Anzio, ci si insediarono gli eserciti alleati.
Negli anni successivi, si sono insediati svariati comandi, enti ed unità militari fino a formare una piccola città autonoma, servita da una ben distribuita rete viaria, chiusa al traffico civile.
Nonostante il nome, la città militare si trova nel territorio del quartiere Giuliano Dalmata.

La Città Militare è in grado di ospitare circa 700 soldati che trascorrono qui buona parte del servizio di leva.

Tenuta della Cecchignola 

La tenuta della Cecchignola, stretta fra i moderni tracciati delle Vie Ardeatina e Laurentina, si estende a sud dell’omonimo fosso, di fronte all’odierno quartiere di Fonte Meravigliosa.
Il comprensorio confina ad est con la tenuta di San Cesareo, ad ovest con il quartiere di Colle di Mezzo e la Città Militare, mentre a sud con Via di Tor Pagnotta.
A 500 metri a destra del primo chilometro di Via della Cecchignola, dopo l’incrocio con la moderna Via Ardeatina, si conservano i resti, parzialmente ricostruiti, di un’altissima torre e di un Casale circondati da un recinto merlato.
La torre, conservata per circa due terzi dell’altezza originaria, è costruita con la caratteristica tecnica del XIII secolo d.C.: presenta un paramento murario di tufelli regolari ed munita di finestre rettangolari con stipiti marmorei.
La parte superiore della vedetta, con merlatura, è stata completamente ricostruita, mentre la base è stata rinforzata da un alto sperone, probabilmente contemporaneo ai primi rifacimenti del complesso.
La torre e il Casale costituivano un importante fortilizio che dominava tutta la tenuta della Cecchignola.
Il complesso fortificato era difeso da alcune torrette di vedetta poste sulle alture circostanti, purtroppo oggi in gran parte abbattute; i resti attualmente visibili di una di queste, a circa 250 metri a nord ovest della torre, si riferiscono ad una costruzione completamente romana riutilizzata certamente durante il medioevo.
Le ricognizioni superficiali svolte nell’area del comprensorio, in occasione della creazione di nuovi quartieri residenziali, hanno permesso di individuare, lungo il fosso della Cecchignola, resti di stanziamenti abitativi, strutture di servizio e tracce di un’interessante sistema di drenaggio dell’acqua scavato nel banco di tufo; altri resti, forse relativi ad impianti di tipo rustico, probabilmente risalenti tra il tardo periodo arcaico e la media età repubblicana (V secolo a.C. – metà del III secolo a.C.), sono stati scoperti presso Via della Cecchignoletta, Casale di Cecchignola Vecchia e Casale Zola.
Nella metà degli anni ’80, durante alcuni sondaggi preventivi per l’allargamento di Via della Cecchignola, sono stati messi in luce, nella zona compresa tra Vicolo della Cecchignoletta e Via tenuta della Cecchignola, le tracce dall’antico percorso della Via Ardeatina. Questa strada, dopo aver incrociato Via di Vigna Murata, ricalcava, per circa un chilometro, l’attuale tracciato di Via della Cecchignola per poi deviare verso sud; la via, dopo aver attraversato l’area dei Casali Romagnoli, proseguiva lungo il Vicolo del Bel Poggio fino oltre il Grande Raccordo Anulare.
Nel tratto indagato lungo l’antico tracciato stradale sono stati evidenziati, anche in tempi recentissimi, nuclei di tombe a fossa con copertura di tegole alla cappuccina e tracce di mausolei funerari di epoca imperiale.
Resti di un interessante sepolcro romano realizzato in opera laterizia, probabilmente risalente al II secolo d.C., si trovavo a circa 150 metri a destra dell’incrocio tra Via di Tor Pagnotta e Vicolo del Bel Poggio; la struttura, riutilizzata nel corso del XIII e XIV secolo d.C. come torre d’avvistamento (Tor Chiesaccia), fiancheggia un sentiero che ricalca il tracciato dell’antica Via Ardeatina.
La vedetta, fabbricata con scaglie di selce, tufelli e frammenti di marmo, presenta due costruzione addossate: la principale, la torre vera e propria, di cui si conservano due piani e tracce di finestre quadrate, e un altro ambiente, alquanto più basso, unito alla struttura da un grande arco, probabilmente costruito durante la trasformazione del complesso in Casale-torre.
Lungo Via di Tor Pagnotta, a circa 150 metri a sud ovest del Casale delle Genzole, si trova un’altra torretta di guardia; la struttura, costruita sui resti di una cisterna romana in laterizio, è composta da tufelli frammisti a marmo e mattoni.
La stretta vicinanza di questo complesso con Tor Chiesaccia permetteva un controllo del primo tratto della viabilità per Ardea.
A circa 60 metri prima del Vicolo della Cecchignoletta i sondaggi preventivi hanno permesso di riconoscere, sull’antico tracciato dell’Ardeatina, le tracce di una biforcazione verso sud ovest; questo diverticolo, costituito da una profonda tagliata stradale, probabilmente già in uso tra il tardo periodo arcaico e la prima età repubblicana (fine V secolo a.C. – inizi del IV secolo a.C.), attraversava la città militare della Cecchignola e proseguiva verso la moderna Via Laurentina.
Nel 1934 nei pressi del bivio fra quest’ultima e Via dell’Acqua Acetosa Ostiense, durante la costruzione di una scuola elementare, sono riemersi i resti di questa strada basolata, probabilmente rimasta in uso fino ad epoca imperiale.
Un altro percorso viario, proveniente dalla tenuta delle Tre Fontane, tagliava il comprensorio da ovest; questa strada, riemersa agli inizi degli anni ’90 durante la costruzione dei serbatoi idrici ad est del quartiere Colle di Mezzo, si dirigeva, una volta superata la cisterna romana di torre d’Archetta all’interno della città militare, verso l’attuale percorso di Via Laurentina, nei pressi dell’area di Casale Massima.

Vigna Murata-Prato Smeraldo-Fonte Meravigliosa

Vigna Murata

Tra Vigna Murata e la Cecchignola si estendono i due consorzi residenziali di Fonte Meravigliosa e Prato Smeraldo; costruiti in un area annessa alla vecchia tenuta della Cecchignola furono ultimati tra il ’79 e l’82.
Inseriti sull’asse di sviluppo EUR-mare, ma lontani dalle aree già urbanizzate dell’Eur, sorsero così Spinaceto, Laurentino Fonte Ostiense-Ferratella, Falcognana, Grotta Perfetta, Vigna Murata, tutti quartieri secondo la legge 167. Così, sulle tavole del PRG fu inserita una vasta area edificabile, una sorta di cerchio. che aveva come limiti via casale Solaro, via di Vigna Murata, via Ardeatina e il muro della città militare della Cecchignola. All’interno di questa area ne fu riservata una (circa 84 ettari) per la ubicazione del “Piano di Zona n. 40 per la realizzazione di Edilizia Economica e popolare – Vigna Murata”.

Era nato il quartiere.

Il Piano di Zona 40 “Vigna Murata” (approvato nel 1972/79) fu progettato dall’architetto Moneta che ne predispose le norme (altezze degli edifici, distacchi, ecc.) e stese il progetto planivolumetrico. Il piano dell’arch. Moneta, attuando le indicazioni del PRG, prevedeva l’insediamento di circa 16800 abitanti (200 ab. per ettaro) e la costruzione di edifici per un milione e mezzo di metri cubi, comprensivi di case, negozi ed uffici. Come prevedeva la legge – ed il PRG – oltre a quelli riservati alla viabilità ed ai parcheggi pubblici, vi erano individuati spazi per la realizzazione dei servizi pubblici (scuole, uffici pubblici, luoghi di culto, mercato, centro sportivo etc) ed ampi spazi a verde pubblico da sommare a quelli che sarebbero stati ricavati nelle aree destinate alla edificazione.
Degli 84 ettari, 31 erano riservati alla realizzazione degli edifici e 53 destinati a servizi e spazi pubblici.

Alla realizzazione del Piano concorsero tre soggetti: per la parte più rilevante si costituirono due grossi Consorzi di Cooperative – Fonte Meravigliosa e Solidarietà Sociale – mentre ad una Cooperativa (Statistica 2000) fu affidata la realizzazione di una porzione di territorio di estensione minore lungo via di Vigna Murata (via Visiani – via Devich) .
I due Consorzi affidarono la progettazione architettonica a due architetti: Moneta (Prato smeraldo) e Monardo (Fonte Meravigliosa), i quali connotarono il quartiere con due stili architettonici assai diversi.
Lo stile degli edifici della porzione progettata dall’arch. Monardo (Fonte Meravigliosa) risulta d’impianto decisamente “tradizionale”: molto accurata, definita anche nei dettagli la tipologia edilizia che, assai diversificata, organizza appartamenti dai tagli dimensionali assai vari. Tanta diversità di interni trova riscontro nella grande varietà degli edifici, ma la cura e la coordinazione dei dettagli d’arredo architettonico e urbano (dai materiali di finitura, al disegno dei parapetti dei balconi e delle inferriate fino ai colori prescelti per gli edifici) consentono di cogliere un’immagine fortemente unitaria e di alto livello architettonico.

Gli edifici progettati dall’arch. Moneta, che si trova ad operare costretto in un’area assai più limitata e irregolare (Prato Smeraldo), sono caratterizzati da una ricerca architettonica molto spinta: l’attenzione del progettista è posta, sostanzialmente, alla macroscopicità del “segno” impresso sul territorio con la disposizione degli edifici sul terreno.
La scelta di perseguire un’immagine molto compatta conduce – per quanto concerne l’aspetto esterno – ad una scelta tipologica, formale e cromatica assai rigida (pur in presenza di una ricca scelta nella dimensione e nella tipologia interna degli appartamenti) e lascia in secondo piano, quasi trascura, la definizione di dettagli d’arredo architettonico e urbano.
Interventi successivi messi in opera dal Consorzio costruttore (chiusura di piani piloty per realizzazione di negozi e box auto etc.), hanno portato ad un parziale, ma significativo, stravolgimento dell’idea originale dell’arch. Moneta, il cui tentativo di innovazione progettuale rimane molto considerato anche all’estero (spesso giungono studenti a visitare il complesso degli edifici) pur in presenza di alcuni nodi progettuali irrisolti.

Dal punto di vista delle dotazioni dei servizi, le previsioni del Piano di Zona non sono state completamente rispettate: costruite scuole e mercato, chiesa e, da ultimo, il centro sportivo, mancano all’appello i servizi che potevano costruire quei luoghi di aggregazione civile di cui il quartiere, grande come una piccola cittadina di provincia, è putroppo privo.

Laurentino 38

Laurentino è il nome della zona urbanistica 12d del XII Municipio del comune di Roma. Si estende completamente sulla zona Z.XXIV Fonte Ostiense.
Il Laurentino 38 occupa un’area più centrale, compreso tra il quartiere Ferratella e la Via Laurentina, l’insediamento è stato progettato da una equipe di architetti che si sono ispirati ad esperienze europee (tedesche, danesi ed inglesi) sulla costituzione di un modello di quartiere moderno.
Prende il nome dalla via Laurentina e dal numero del Piano di Zona, ma è chiamato anche Undici Ponti.

Storia

Il nome con cui venne inizialmente designato era “EUR Fonte Ostiense”, ma forse per la pesantezza del nome o forse per prediligere una certa assonanza con la “P38” oppure semplicemente per disinteresse questa denominazione è stata abbandonata. Oggi è stato proposto di chiamare il quartiere “Nuovo Laurentino” mentre il CIL invita se non altro a tralasciare il “38”, ma ormai è difficile cambiare e questo da un ulteriore indicazione per quanto concerne l’emarginazione di questa zona.

E’ sorto su un’area importantissima per i ritrovamenti archeologici rinvenuti negli anni ’70, durante i lavori di costruzione del quartiere.
Di proprietà dei Torlonia, la zona è stata espropriata nel 1975 per divenire oggetto di un intervento di edilizia popolare, conosciuto più comunemente come I Ponti, essendo costituito da un anello viario (via Ignazio Silone e via Marinetti) che si sviluppa attorno al Fosso del Ciuccio (via Carlo Emilio Gadda) caratterizzato dalla presenza di 11 ponti, a destinazione residenziale e commerciale.

Via I. Silone costeggia, nel suo sviluppo viario, undici isole abitative collegate da altrettanti ponti che avrebbero dovuto fungere da congiunzione fra i vari nuclei abitativi;
invece in pochissimi anni si sono trasformati, per il degrado e l’abbandono, in strutture in gran parte compromesse.

Il progetto del quartiere Laurentino 38 risale al 1972-73. In quell’area sorgevano una serie di borgate e borghetti “autocostruiti” che vennero interamente demoliti per dare modo ad i loro abitanti di avere delle vere e proprie case.
Diciamo subito che non esiste una distinzione topografica netta fra gli appartamenti delle cooperative e quelli dello IACP: a parte infatti la zona tra l’ 11° ed il 1° ponte a ridosso della via Laurentina interamente costruita dalle cooperative, nel resto del complesso alcuni palazzi sono dello IACP ed altri, seppure in minor numero, sono delle cooperative. Ecco perché è successo che al Laurentino 38 abitino ceti sociali medi, costituiti da imprenditori, dirigenti, liberi professionisti, graduati delle Forze Armate, a fianco di ceti sociali più deboli.
Eppure agli occhi dell’opinione pubblica sono proprio questi ultimi a caratterizzare il quartiere assieme a quella fama di ghetto malfamato – quasi un Bronx alla romana – dovuta ad una massiccia casistica di microcriminalità o di criminalità più o meno organizzata, di violenze e di traffico di droga; realtà queste senz’altro presenti ma forse anche esasperate dai giornali che, come si sa, evidenziano soprattutto aspetti di cronaca nera
L’insediamento nel quartiere avvenne verso la fine degli anni ’70 e, per risolvere la situazione dei baraccati alla periferia di Roma, il Comune, attraverso lo IACP, pensò di assegnare loro buona parte dei nuovi alloggi.
Furono pertanto sfollati dalle baracche e trapiantati bruscamente in una nuova realtà abitativa e sociale spesso, come per i baraccati della borgata di via Anzio sulla Tuscolana, quasi senza preavviso, mediante dei camion del comune che avevano il compito di raccogliere quelli ed i loro beni e “scaricarli” letteralmente nel nuovo quartiere.
Ovviamente questo fu un miglioramento netto della loro condizione, fatto in sè certamente positivo ed encomiabile, però è anche chiaro che a molta di questa gente mancava necessariamente la “cultura della casa” non avendone mai avuta una, e non era dunque in grado, da un giorno all’altro, di occuparsene e di mantenerla efficiente.
A questo si deve inoltre aggiungere che all’epoca dell’insediamento il quartiere era, per la maggior parte, privo dei servizi da quelli essenziali come strade asfaltate, acqua corrente, fognature ed elettricità a quelli sociali, vale a dire un centro servizi, una centrale di Polizia, un consultorio, un centro per anziani, strutture per handicappati, centri sportivi e soprattutto – forse la carenza più grave – le scuole.
Questa situazione si protrasse per alcuni anni e quando in parte alcuni di questi servizi vennero attivati ( si noti che tuttora alcuni servizi sociali, come il consultorio, sono solo nominalmente attivi essendo presenti, per gli abitanti del Laurentino, a Spinaceto! ) si era già arrivati ad un avanzato stato di degrado, ad una ” cultura dell’abbandono “: si può dire che il destino del quartiere forse si è giocato tutto in quei primi difficili anni.
A causa del degrado progressivo del quartiere, nel 2006 gli ultimi 3 ponti sono stati abbattuti come da progetto di “bonifica urbana”, mentre è già stata deliberata la distruzione del VII e VIII. È del 2010 la decisione di abbattere il V e il VI ponte.

Territorio

Si sviluppa sulle pendici del Vulcano Laziale, occupando prevalentemente tre fondovalli: da nord a sud il Fosso del Ciuccio, il Fosso dell’Acqua Acetosa e il Fosso del Vallerano. I primi due raggiungono il Vallerano dopo località “il Castellaccio” (dopo la via Colombo, nel Torrino), qualche centinaio di metri prima che questi affluisca nel Tevere.
Il primo fosso, fortemente urbanizzato, costituisce l’asse attorno al quale si sviluppa l’anello viario del Laurentino 38. È parzialmente attrezzato per il tempo libero.
Nel secondo fosso l’uso del territorio è vario, essendo presenti aree residenziali e altre destinate all’agricoltura. La sua particolarità deriva dalla presenza nella zona orientale della “zona archeologica dell’Acqua Acetosa Ostiense” e, al bordo sud-orientale, della sorgente di acqua minerale San Paolo.

Il terzo fosso ha i caratteri di una valle agricola, e ha mantenuto omogeneo l’aspetto assunto dopo la bonifica idraulica effettuata
negli anni trenta del XX secolo.

Fonte Ostiense-Ferratella

Fonte Ostiense è il nome della ventiquattresima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXIV.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso ed internamente al Grande Raccordo Anulare.
Fonte Ostiense non ha un tessuto urbano omogeneo, ospitando diverse compagini territoriali, quali zone residenziali e commerciali, campi agricoli, incolti, aree protette di interesse naturalistico e archeologico.

Ferratella
La Ferratella è l’area settentrionale della zona, comprende tutta la zona edificata tra Via C. Colombo e V.le Oceano Atlantico, costruita sul territorio di una tenuta di proprietà dei principi Borghese.
Le palazzine signorili progettate negli anni 70 presentano caratteristiche simili a quelle dell’Eur  Il quartiere è diventato nel corso di questi ultimi anni un importante centro commerciale e finanziario dove molte società hanno aperto uffici di rappresentanza.
Corrisponde al Piano di Zona 37.

Il nome è legato a due casali tra loro collegati, “Casa Ferratella” e “Casa Ferrata”, visibili sulla Mappa del 1500 di Eufrosino della Volpaia.
Il nome “Casaferratella” si trova per la prima volta in un documento di vendita del capitolo di S.Nicola in Carcere. Nel 1853 appartiene al Conte Cardelli e viene utilizzata come pascipascolo. È presente una sorgente di acqua minerale. Nel primo quinquennio fascista la tenuta, di 139 ettari, apparteneva al Signor Giuliani Paolo.
Casa Ferrata inizialmente era costituita solo da una torre militare medievale, chiamata “Castellaccio di Casa Ferrata”, posta a controllo del territorio confinante con l’antica via Ostiense. Se ne ha una prima notizia nel 905, quando Papa Sergio III la confermò al Monastero di San Sisto. Poi nel Seicento fu affittata ai Colonna. Alla costruzione, protetta da un fossato, nel XII secolo fu aggiunto un rinforzo con muratura a scarpa e venne edificato un caseggiato. Nel XIV secolo venne aggiunto un altro fabbricato e tutto il versante del pianoro occidentale antistante venne recintato. Venne definitivamente abbandonato alla fine del XVI secolo e oggi non ne rimane nulla.

La tenuta è compresa fra il fosso di Ponte Buttero e la marana di Vallerano.
La tenuta è stata proprietà dei principi Borghese fino alla metà dell’ottocento, parte della tenuta è identificata come tenuta dell’Acquacetosa dalla sorgente che vi si trovava. Tale sorgente era già nota agli antichi romani e veniva utilizzata per scopi terapeutici. L’acqua di questa sorgente era venduta, dentro piccoli fiaschi, trasportati su un carretto, dai tipici “Acquacetosari”. Solo nel 1937 veniva autorizzata l’installazione di un impianto per la raccolta dell’Acqua Acetosa di S. Paolo.

Tor Pagnotta

Tor Pagnotta è il nome di un’area urbana del XII Municipio di Roma, piano di zona C6. Fa parte della zona Z.XXII Cecchignola.
È situata a sud della capitale all’interno del Grande Raccordo Anulare, tra le vie Laurentina e Ardeatina.

Il nome è una deformazione moderna dei nomi medievali Piliocti e Piliocta che compaiono in documenti del XIII secolo d.C.; anche questa proprietà è appartenuta fino ai primi del ‘900 ai Torlonia, come la vicina Cecchignola.

In questi ultimi anni ha visto l’insediamento di importanti centri direzionali (Poste, Finanza e società di informatica) e centri commerciali.
Vi ha sede la Fondazione EBRI, istituto di ricerca internazionale per lo studio del cervello, fondata nel 2001 da Rita Levi-Montalcini.

Storia
In origine era una tenuta agricola di circa 414 ettari, con un casale provvisto di torre, di cui oggi non restano che pochi reperti.
Il 3 maggio 1259, su autorizzazione del gran maestro Thomas Bérard, il maestro d’Italia Pietro Fernandi permutò i possedimenti della rocca di San Felice Circeo, l’enfiteusi su Santa Maria della Sorresca ed altri terreni in Terracina, con la tenuta di Tor Pagnotta, di proprietà del “Magister Jordano Sancte Romane Ecclesie vicecancellario et notario”, divenendo così patrimonio fondiario dell’Ordine dei Cavalieri templari.
Il casale di Tor Pagnotta compare in una citazione da parte di frà Vivolo di Sancto Justino negli atti del processo contro i Templari dello Stato Pontificio.
Il 21 febbraio 2007 è stato smantellato un campo nomadi situato all’angolo fra via Laurentina e via di Tor Pagnotta.

Tenuta di Tor Pagnotta

I recenti lavori di urbanizzazione di una parte del settore meridionale della tenuta, situata tra il Grande Raccordo Anulare a nord, Via Castel di Leva a sud e la Via Laurentina e Via della Cecchignola rispettivamente a ovest e ad est, hanno permesso di eseguire un’accurata campagna d’indagine archeologica preventiva su una vasta superficie di circa 40 ettari d’estensione, protesa verso il lato nord, con una dorsale tufacea separata su ambo i lati da zone di compluvio naturale.

Della torre medioevale, situata su un’alta collina a circa 1200 metria sinistra del chilometro 8,500 della moderna Via Laurentina, notevolmente rovinata, si conservano i resti della base, di forma quadrata, realizzata in scaglie di selce e l’alzato costruito in frammenti di tufo, selci e scaglie marmoree. Sul lato sud si accedeva, tramite una scaletta esterna in mattoni, all’ingresso della vedetta.

La torre, posta a metà strada tra le Vie Laurentina e Ardeatina, era al centro di un luogo strategico, venendosi a trovare circondata da una serie di vedette di guardia dislocate nelle vicinanze.

Le ricerche nel comprensorio di Tor Pagnotta hanno evidenziato, al centro del pianoro, le tracce di un articolato sistema di canalizzazioni scavate nel banco di tufo con probabile destinazione per uso agricolo, forse per l’impianto di un frutteto di meli o per un vigneto.

Queste strutture, insieme a resti di fosse e pozzi idrici, sono databili probabilmente al periodo medio repubblicano (IV-III secolo a.C.); altri resti, riferibili a stanziamenti di tipo rustico, sono stati individuati a circa 1200 metri ad est della torre di Tor Pagnotta (presso il 10° Casale di Bonifica) e a circa 400 metri ad est dal 7° Casale di Bonifica.

Alla stessa epoca deve risalire un nucleo di sei tombe a “pseudo-camera”, situato su un pianoro di fronte al complesso medioevale di Tor Chiesaccia (XII-XIII secolo d.C.).

Le sepolture, scavate nel banco di tufo, si distribuivano in modo casuale nell’ambito dell’area indagata; la loro caratteristica riguardava la presenza di un’anticamera che precedeva la stanza di deposizione dell’inumato, disposto su una banchina realizzata in fondo alla cella o sui lati lunghi.

Le caratteristiche formali e tecniche di queste tombe, che richiamano tipi diffusi sul territorio durante il periodo dell’orientalizzante recente, non escludono un’origine più antica per la frequentazione di tali sepolcri.

E’ interessante notare che questi gruppi di tombe a camera, sparsi nel territorio, presentano una distanza, in linea d’aria, misurabile in media intorno ai due chilometri, come se le aree fossero ripartite in precise sfere d’influenza.

All’estremità occidentale della tenuta, lungo la moderna Via Laurentina, nei pressi di ponte della Chiesaccia, sono stati rinvenuti i resti di un tracciato stradale che, già individuato nell’area di Vallerano (strada 3), risaliva, dopo aver attraversato il fosso omonimo, lungo un compluvio naturale, verso il pianoro del comprensorio di Tor Pagnotta; probabilmente questa strada, dopo aver attraversato la tenuta, si dirigeva, con andamento grossomodo nord nord ovest, verso l’abitato protostorico della Laurentina Acqua Acetosa.

Recentemente, a sud di questa zona, durante i lavori di raddoppio dell’attuale Via Laurentina, all’incrocio con Via di Castel di Leva, è stato rinvenuto un altro tratto di strada, probabilmente risalente già ad epoca arcaica, che si raccordava, verso nord ovest, con il tracciato stradale sopra menzionato; sul lato opposto, questo diverticolo, doveva proseguire, con andamento grossomodo sud est, verso la moderna lottizzazione di Casal Fattoria nella tenuta di Valleranello.

Durante indagini tuttora in corso, sul limite sud ovest del comprensorio, sono state individuate alcune aree di cava prolungatesi fino ad epoca tardo imperiale.

 

Fonte Laurentina

Fonte Laurentina è una frazione di Roma Capitale, situata in zona Z.XXV Vallerano, nel territorio del Municipio Roma XII.

Sorge sul lato est di via Laurentina, subito fuori il Grande Raccordo Anulare.

Prende il nome da una fonte di acque minerali, chiusa nel 2004 perché inquinata da colibatteri e streptococchi fecali dovuti probabilmente ad infiltrazioni da pozzi neri. La sorgente è stata cementificata ed è divenuta il parcheggio di un centro commerciale, proprio di fronte all’insediamento abitativo.

Fonte Ostiense-Acqua Acetosa

Il nome di “Fonte Ostiense” è dovuto alla presenza di una fonte d’acqua minerale sulfurea, originante dal fosso dell’Acqua Acetosa (o Acquacetosa o Acqua Cetosa), altrimenti detta Acqua Acetosa Ostiense, per differenziarla da un’altra omonima nel quartiere Parioli.

Nota agli antichi romani, pare venisse utilizzata anche per scopi terapeutici. Tale acqua era venduta da ambulanti conosciuti come “Acquacetosari”. Nel 1937 venne installato un impianto per la raccolta e la commercializzazione, chiamato “Fonte S. Paolo”.
Probabilmente tale fonte veniva utilizzata già in epoca protostorica, poiché proprio sul pianoro prospiciente fosso e fonte dell’Acqua Acetosa si sviluppò un abitato, attualmente identificato con Tellenae. Nel 1976 il villaggio e la vicina necropoli sono stati protetti con l’istituzione della “zona archeologica” dell’Acqua Acetosa.

Riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa
Nell’area meridionale della zona, nel 1990, vengono istituiti i 152 ettari della Riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa, catalogata dal Comune di Roma come “area di valore intermedio”, aumentati a 273 ha nel 1997.

La riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa è una piccola area nel settore sud-occidentale di Roma delimitata a nord dagli edifici del Laurentino 38, quartiere densamente popolato che si estende tra la via Pontina ed il comprensorio dell’Acqua Acetosa.

La morfologia dell’area si presenta articolata in una valle nella quale scorre il fosso dell’Acqua Acetosa sede della omonima sorgente di acqua minerale. Qui, in anni recenti, è venuta alla luce una vasta necropoli di età preromana, testimonianza di un’antica città conquistata dai Romani, ricca di corredi di grande prestigio, oggi esposti nella sale del Museo Nazionale Romano. Nella Riserva possiamo ancora passeggiare tra i filari di eucalipto, piantati alla fine dell’Ottocento quando si credeva che i loro aromi balsamici scongiurassero la malaria. dal punto di vista faunistico l’area più interessante è la cava di basalto presso i Casali di S.Sisto in cui sono stati rinvenuti popolamenti di tritone e rana verde.

Villaggio Azzurro-Tre Pini-Poggio dei Fiori

Tre Pini o Villaggio Azzurro, o più propriamente “Tre Pini – Poggio dei Fiori“, è un’area residenziale alla periferia sud di Roma, situata in zona Z.XXVIII Tor de’ Cenci, poco oltre il Grande Raccordo Anulare, tra le vie Cristoforo Colombo e Pontina confina con Spinaceto, Casal Brunori, Vitinia e Mezzocammino.

Storia
Sorse negli anni sessanta del XX secolo in un’area precedentemente compresa in diversi latifondi appartenenti a varie famiglie, situazione tipica della Campagna Romana fino alla grande riforma fondiaria del dopoguerra.

La zona fu lottizzata per edificarvi un centro residenziale destinato a piloti dell’Alitalia, situazione da cui derivò il nome con cui il quartiere è popolarmente conosciuto diffusamente a Roma, ossia Villaggio Azzurro, in riferimento al colore del cielo.

Il nome ufficiale è però Tre Pini – Poggio dei Fiori, doppio in quanto corrisponde a due distinte parti in cui il quartiere si può suddividere: Poggio dei Fiori è il primo nucleo, sorto nei primi anni sessanta, il “Villaggio Azzurro” vero e proprio, costituito dalle villette quadrifamiliari destinate primariamente ai piloti.

Il nome Poggio dei Fiori non è però mai entrato nell’uso comune, e a tutt’oggi si può considerare artificioso e non usato quotidianamente da nessuno.

Tre Pini invece è la zona sorta successivamente, molto più grande, in un’area limitrofa a quella delle prime villette, e oggi costituisce il vero cuore pulsante dell’intero quartiere. Il nome “Tre Pini”, in riferimento ora solo alla suddetta area, ora per estensione all’intero quartiere, è invece molto usato specialmente da parte dei residenti.

Il nome comune riferito all’intero quartiere, a livello dell’intera città di Roma resta comunque, come detto, “Villaggio Azzurro”. Il nome “Tre Pini” è stato adottato dal comprensorio sorto appunto a partire dagli anni sessanta su concessione del Comune di Roma e quindi negli atti ufficiali, fino alla presa in carico delle strade, fogne e illuminazione da parte del Comune di Roma negli anni ottanta circa.

Il quartiere è composto da tre aree rialzate poste su altrettante collinette, in mezzo alle quali si trova un’area più bassa, una sorta di piccola depressione o “canyon” (situazione orografica assai comune nell’Agro Romano), attraverso la quale passa la storica via di Mezzocammino.

Su una delle tre collinette, quella situata in adiacenza al quartiere Tor de’ Cenci, e attraversata dalla via di Tor de’ Cenci, si trova la parte più antica del quartiere, quella denominata ufficialmente Poggio dei Fiori. È costituita da una serie di eleganti villette quadrifamiliari immerse nel verde, intonacate alternativamente di rosso e di bianco, che nella loro regolarità danno un aspetto omogeneo all’area. Furono costruite tutte entro la fine degli anni sessanta.

A nord di questa collinetta se ne erge un’altra, in direzione del quartiere Spinaceto e limitrofa ad esso, che ospita invece la parte più recente del quartiere, sorta a partire dal 1995. È costituita anch’essa da villette, ma bifamiliari, e di concezione architettonica più moderna, tutte in mattoni rossi a vista; l’effetto di insieme è un po’ monotono, ma riscattato dall’ampia presenza di verde. L’asse di questa zona è la via Eduardo de Filippo.

Infine, la terza collinetta, molto distanziata, si trova in prossimità della via Cristoforo Colombo, e ospita un’area edificata a partire dagli anni settanta; è occupata da un grande numero di villette e piccole palazzine, architettonicamente molto varie, al cui centro, come una sorta di acropoli, si trova, nel punto più alto dell’intero quartiere, una piazza dove si erge la “Torre” e intorno alcuni esercizi commerciali.

Uno dei simboli del quartiere, o se si vuole, delle sue “stranezze”, ben nota a tutti i residenti, è la sopracitata “Torre”, un edificio di incerta origine, sembrerebbe non antica, situato sulla cima di una delle tre collinette che formano le parti alte del quartiere; tale edificio a forma di torre (trasformato in abitazione privata), pur non molto alto, si erge comunque come solido punto di riferimento spaziale. Attorno ad essa si ergono, grandi ville unifamiliari, di cui alcune molto belle, che vantano, oltre a piscine e grandi giardini, anche una vista suggestiva su tutto il quartiere.

Il centro del quartiere e i principali edifici

In mezzo a queste tre aree rialzate si trova l’area più bassa del quartiere, attraversata dalla via di Mezzocammino e caratterizzata architettonicamente da grandi palazzi residenziali molto belli. In questa zona si trova il centro pubblico, con tutti i principali servizi ed esercizi commerciali, che fanno perno sulla Piazza-giardino; questa è costituita da aree verdi alternate ad aree attrezzate per lo svago, e da un parcheggio per automobili.

Un po’ decentrata, si trova la chiesa del quartiere, la parrocchia “Santa Maria della Consolazione”, costruita nei primi anni ottanta. Quest’ultima è notevole e spesso apprezzata dalla critica soprattutto per le sue forme sobrie e ariose, costituite da un’unica sala quadrata coperta da un soffitto a piramide, con sullo sfondo, dietro l’altare, una vetrata che dà su un piccolo giardino interno, cosa che dona grande luminosità all’interno della chiesa, inoltre la chiesa vanta un modesto parco con dei giochi per bambini ed un parcheggio.

Tor di Valle

Tor di Valle è il nome della trentanovesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXXIX.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 12x del XII Municipio.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso del fiume Tevere.

La zona è caratterizzata dalla sua locazione, in un’ansa ristretta del fiume Tevere e dalla presenza dell’Ippodromo Tor di Valle.
Sulla Via Ostiense si trova ancor oggi, restaurato (vi sorge una chiesa evangelista e un bar) un casale-torre noto come Turris della Vallora più tardi Palazzetto di Torre della Vallore, indicando come Vallore quegli ampi prati posti nell’ansa del Tevere (attuale Ippodromo).
Il casale, che presenta tracce di fortificazione, è prospiciente ad un ponte romano del II secolo a.C. perfettamente conservato. Il ponte è visibile soltanto dall’adiacente pista ciclabile, in quanto è nascosto dalle strutture della via del Mare, che scorre proprio sopra di esso.
La circostante tenuta di Tor di Valle era immensa ed i proprietari erano più di uno, ma ognuno prevalentemente la utilizzava a pascolo.

Fino ai primi anni del XIX sec. apparteneva in gran parte al Collegio Germanico.

Sull’area sono sorti il complesso dell’ippodromo e la prima centrale di Cogenerazione e Teleriscaldamento.

Torrino

Torrino è il nome della ventisettesima zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXVII.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 12c del XII Municipio.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso ed internamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

Proseguendo lungo la Via Ostiense, dopo l’incrocio con la Via di Decima si sarebbe incontrata dopo il seicento una “Torracia” costruita su una tomba romana.

La circostante tenuta del Torraccio, confinante con la tenuta di Tor di Valle e di Mostacciano, apparteneva agli inizi del nostro secolo a Costantino Galluppi. La proprietà, poi passata ai fratelli Calabresi, si estendeva verso l’Eur sino all’attuale Velodromo, ed era coltivata da contadini romagnoli e marchigiani.

Nei primi anni 60 i fratelli Calabresi vendettero la proprietà ad un consorzio di cooperative.

Nel 1976 furono avviati i lavori di urbanizzazione.
Durante gli scavi e nel corso delle lavorazioni agricole nel territorio del quartiere Torrino sono state ritrovate molte ossa di elefante e di cervo del “Paleolitico inferiore”.

A completamento della zona fra il Torrino e l’Eur è stato realizzato un insediamento urbano di vaste proporzioni; sono stati previsti circa 3.000.000 mc che porteranno un consistente aumento della popolazione, gravante su una parte di territorio densamente abitato.
La zona, detta soprattutto nel gergo degli agenti immobiliari EUR Torrino, è caratterizzata prevalentemente da abitazioni residenziali. In particolare la zona del Torrino Nord è composta da edifici di particolare pregio e condomini di lusso.
Vi si trovano vari supermercati, diversi impianti sportivi, una chiesa cattolica (Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione), la cui nuova struttura è stata consacrata il 10 dicembre 2006 da Sua Santità Benedetto XVI, e una sede distaccata dell’Ufficio dell’Erario.
Inoltre troviamo un cinema multisala (Stardust Village) e, sempre nelle vicinanze, gli uffici della ORACLE, della Microsoft, dell’IBM e della Vodafone.
Il 23 giugno 2008, nell’area Castellaccio, all’angolo fra la via Cristoforo Colombo e viale dell’Oceano Pacifico, è stato inaugurato il più grande centro commerciale d’Europa, denominato “Euroma 2”, andando a superare il precedente record detenuto da un altro centro commerciale romano: “Porta di Roma”.

Tenuta del Torrino

Nel 1979 la realizzazione del nuovo quartiere abitato in località Torrino, lungo la Via Ostiense presso il Grande Raccordo Anulare, ha fornito l’occasione per un’indagine archeologica approfondita su una porzione di territorio che, per posizione e conformazione, presentava condizioni particolarmente favorevoli allo stanziamento umano.

La ricerca è stata condotta a tappeto su una superficie di circa cento ettari, costituita da due principali propaggini collinari di terreno argilloso calcareo poggianti su strati di ghiaia e sabbia con sottostante banco di tufo; su ognuna di queste propaggini si è ritrovata in modo quasi puntuale una successione di testimonianze di vita.

Il risultato più interessante delle ricerche è costituito dall’accertamento della presenza di vita stabile nel comprensorio, dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. fino a tutta l’epoca imperiale romana; inoltre le testimonianze archeologiche, anche se in parte frammentarie a causa della precarietà delle strutture (capanne o edifici con muri a secco e a graticcio) e per le vicissitudini dei luoghi (cave, movimenti di terra, arature, dilavamenti ecc.), sembrano raggruppate attraverso i secoli intorno a determinati punti in modo da poter essere interpretate come possibili entità terriere, che si sono mantenute tali per un arco di tempo considerevole.

L’area del Torrino fa parte di un gruppo di alture prospicienti la riva sinistra del Tevere, fra i fossi di Acqua Acetosa e Vallerano a nord e quello di Malafede a sud, a metà strada fra i due antichi abitati di Tellenae (Acqua Acetosa Laurentina) ad est e di Ficana (Acilia) a sud ovest.

Il nome del Torrino compare per la prima volta nel secolo scorso in alternativa al toponimo di Torraccia, con cui si indicavano i resti di una torre posta su una collina a sinistra dell’undicesimo chilometro della Via Ostiense.

Lo scavo archeologico dell’area ha permesso di mettere in luce i ruderi della torre medioevale, collegati ad una sottostante cisterna rettangolare, all’interno di una villa il cui impianto risale ad epoca augustea; il complesso, in posizione dominante, si estende su una superficie di quasi un ettaro e si dispone a terrazze degradanti verso il ciglio nord della collina.

L’importanza della zona è stata confermata dalle ricognizioni superficiali effettuate nel 1978-’79 che hanno identificato, sull’altura presso l’incrocio della Via Ostiense e il Grande Raccordo Anulare, resti di vita attribuibili alla fine dell’età del Bronzo (XII-IX secolo a.C.); gli scarsi frammenti ceramici recuperati in superficie sono però estremamente significativi, soprattutto alla luce del rinvenimento di un medesimo orizzonte culturale nell’area degli abitati di Tellenae (Acqua Acetosa Laurentina), di Ficana (Acilia) e di Casale della Perna (tenuta di Castel di Decima), presso l’abitato protostorico di Politorium.

L’area comunque risulta abitata già in epoca più antica in seguito al recupero, su un’altura presso la Via Ostiense, di una sepoltura, con un individuo inumato in posizione rannicchiata, che potrebbe far risalire la frequentazione della zona alla fine dell’Eneolitico o alla prima età del Bronzo (XVIII-XVI secolo a.C.).

A circa 500 metri a sud sud ovest della sepoltura eneolitica, sono stati individuati i resti di tre tombe a fossa di cui due, una maschile ed una femminile, risalenti al 730 a.C.; la terza, maschile, databile entro la prima metà del VII secolo a.C.

L’area delle sepolture è stata disturbata da interventi di epoca successiva, con l’apertura di fosse quadrangolari e tombe a cappuccina di età romana, che possono aver probabilmente distrutto altre tombe protostoriche

I resti sconvolti di altre sepolture a fossa del VII secolo a.C. sono stati trovati più ad est presso la cisterna di una villa di epoca tardo repubblicana-imperiale e nella zona già edificata nel comprensorio di Mostacciano.

Il rinvenimento più importante è stato fatto a circa 450 metri a sud est del rudere medioevale del Torrino con la scoperta di due tombe a camera databili all’ultimo quarto del VII secolo a.C.
Queste due sepolture, scavate nel banco di tufo su un pendio a forma di vasca, si presentano una attigua all’altra con corridoio di accesso e più camere interne di fattura piuttosto rozza; la maggiore delle due, con sei camere, presenta un uso prolungato a tutto il VI secolo a.C.

La presenza di queste tombe deve essere riferita a nuclei familiari residenti nell’area del Torrino, forse sulle vicine alture di Mostacciano e sulla collina di San Ciriaco lungo la Via Ostiense.

Molto probabilmente la comunità di appartenenza di questi gruppi era quella residente nell’abitato della Laurentina Acqua Acetosa, a cui territorialmente doveva appartenere l’attuale area del Torrino, che costituiva la zona di confine lungo il percorso del fiume Tevere.

La presenza di tali famiglie di carattere gentilizio doveva avere, oltre ad una precisa funzione di carattere economico, cioè di controllo delle strade di comunicazione e di gestione dei traffici, anche un importante funzione politica, tutelando in un certo senso i confini del territorio in epoche in cui dovevano essere frequenti i contrasti causati da episodi di sconfinamento a scopo di razzia.

Al VI-V secolo a.C. probabilmente, deve risalire la prima sistemazione di un tracciato viario che, salendo dalla Via Ostiense, ad est, tagliava obliquamente il pianoro del comprensorio per poi piegare verso nord, scendendo in una valle nel quartiere di Mostacciano.

Quest’asse stradale di lunga percorrenza doveva avere alcune diramazioni secondarie sul lato nord, come attestano i due tratti di tracciato rinvenuti sul pianoro.

A circa 200 metri ad est di questo insediamento sono state individuate tracce di capanne, forse databili al VII-VI secolo a.C., e muri a secco, purtroppo molto frammentari, di un edificio databile ad epoca tardo arcaica. Tale struttura, forse costituita da un cortile porticato con ambienti su due lati, sarebbe stata successivamente distrutta da fosse di epoca medio repubblicana relative ad un impianto di cui si conservano i resti, in parte ipogei, di una grande cisterna rettangolare a blocchi di tufo.

Un altro edificio arcaico, realizzato con muri a secco che descrivono un cortile centrale e ambienti sui lati corti nord e sud, è stato rinvenuto a circa 250 metri più ad est nell’area occupata successivamente da una villa rustica.

Nel corso della media e tarda età repubblicana, tutte le strutture di quest’area vengono spianate e solcate da canalizzazioni, forse ad uso agricolo, relative all’impianto di un edificio rustico, databile al III-II secolo a.C., di cui si conservano strutture a blocchi di tufo e resti di una grande cisterna rettangolare.

All’incrocio con una di queste diramazioni, ai limiti del settore occidentale del comprensorio, sono state messe in luce, su un pendio volto a sud est, un interessante raggruppamento di capanne con fosse ellittiche e un pozzo in comune per l’approvvigionamento idrico.

Il materiale ceramico rinvenuto attesterebbe una frequentazione dell’area dall’epoca tardo arcaica fino al IV-III secolo a.C.; una successiva occupazione del sito è testimoniata dai resti di una villa databile tra la tarda età repubblicana e quella imperiale.

Il tracciato stradale rimase invariato fino ad epoca imperiale, come dimostrano tre gruppi di tombe alla cappuccina, dislocati lungo il percorso, e la tomba a camera ipogea, con all’interno un sarcofago a superfici grezze, rinvenuta presso l’estremità orientale del comprensorio.

Nei pressi del Grande Raccordo Anulare, a meno di 650 metri a sud ovest di questa tomba ipogea, sono stati recentemente individuati i resti di un insediamento romano databile alla tarda età repubblicana.

Con la seconda metà del I secolo a.C. l’impianto della villa viene ampliato e radicalmente ristrutturato con la creazione di una corte porticata su tre lati e di ambienti residenziali a nord, con al centro il tablinium affiancato ai lati da ambienti disposti simmetricamente; a sud viene invece realizzata la parte rustica con ambienti di lavorazione e di immagazzinamento dei prodotti agricoli e le stalle.

Una nuova cisterna circolare viene a sostituire quella rettangolare più antica e forse in occasione di questi lavori viene costruita una fornace rettangolare all’angolo sud ovest del complesso.

Successive modifiche e rifacimenti testimoniano la sua durata fino a tarda epoca imperiale; la presenza di tombe a cappuccina nell’area del cortile e del portico nord confermerebbero tale ipotesi.

Dagli scavi condotti risulta evidente che nell’area del Torrino, durante la fase romana, il momento di maggior fioritura edilizia è quello rappresentato dal periodo augusteo, come testimoniano le prime fasi d’impianto relative a quattro ville rustiche.

La zona del Torrino, servita da importanti assi viari quali la Via Ostiense e la Via Laurentina, non lontana da un importantissimo centro di scambio come il porto di Ostia e da un sempre più esigente mercato come quello di Roma, soddisfaceva in pieno le condizioni prescritte da Catone e dagli altri agronomi per l’insediamento di quelle fattorie modello che sono alla base del modo di produzione schiavistico, autosufficienti e nello stesso tempo produttrici di surplus destinato al grande mercato.

Numerose sono pure le fonti che da Cicerone a Plinio il Giovane e Simmaco descrivono questa parte del suburbio di Roma parlando di ville e possedimenti lungo la Via Ostiensee riportando nomi di proprietari famosi o sconosciuti, a cui si possono aggiungere quelli tramandatici dalla documentazione epigrafica su cippi e da tubazioni plumbee.

Difficile è il compito di trovare una puntuale corrispondenza fra questi personaggi e i resti archeologici evidenziati, tenendo presente che la forte domanda di terra nelle aree prossime alla città ne favoriva il continuo passaggio di proprietà ed il frazionamento, bastando spesso anche una superficie minima, ma opportunamente sfruttata, per ottenere lauti guadagni.

 

Mostacciano

Mostacciano è una frazione di Roma Capitale, situata nel territorio del Municipio Roma XII.
Si estende sulle zone Z.XXVII Torrino (Mostacciano A), Z.XXV Vallerano (Mostacciano B) e Z.XXIV Fonte Ostiense (Mostacciano C).

Detta anche EUR Mostacciano, la zona è caratterizzata prevalentemente da abitazioni residenziali.

Mostacciano è divisa in tre zone che, in origine (1969), rispecchiavano le diverse densità edilizie:
Mostacciano A, delimitata da viale Pechino, via Padre Giovanni Antonio Filippini, viale Don Pasquino Borghi, via Domenico Jachino, via Cristoforo Colombo e dal Grande Raccordo Anulare;
Mostacciano B, delimitata da via Cristoforo Colombo, il Grande Raccordo Anulare, via Pontina e via Carmelo Maestrini;
Mostacciano C, delimitata da via Cristoforo Colombo, via di Decima, via Pontina e dal Grande Raccordo Anulare.

In quest’ultima si trova il complesso ospedaliero denominato IFO – Istituti Fisioterapici Ospitalieri, di cui fanno parte l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e l’Istituto Dermatologico San Gallicano.

Mostacciano non doveva essere il nome di una tenuta, ma piuttosto il termine con cui si indicava già verso la fine del XII sec una località compresa tra le tenute di Acqua Acetosa ad est, Casal Brunori a sud, di Spinaceto e del Torrino ad ovest.

L’origine del nome fa riferimento al mosto che si sarebbe ricavato dalle sue vigne. Su una delle collinette sorgeva una torre di avvistamento che, insieme alla torre dell’Arnaro (ancora oggi visibile al Km II della Via Ostiense) e alla Brunori, assicurava il controllo su tutto il territorio delimitato dalle antiche Vie Ostiense e Laurentina e dai fossi di Spinaceto e Vallerano.
Il nome deriva dal latino mustacanus, mosto, prodotto nella già proprietà dei Pallavicini e grazie all’intervento della principessa Elvina Pallavicini, è nato il quartiere di Mostacciano sulla ex tenuta agricola di famiglia.

Tenuta di Mostacciano 

Le strutture di una torre, databili al XIII secolo d.C., si trovano interrate su una collinetta a circa 300 metri a nord ovest del moderno Casale di Mostacciano, nei pressi dell’incrocio tra la Via Cristoforo Colombo e il Grande Raccordo Anulare.

I resti di un antico tracciato stradale, ricalcante grossomodo l’attuale Via di Decima, sono stati individuati, in diversi tratti, lungo il confine nord orientale del comprensorio di Mostacciano.

Questa strada, probabilmente già in uso a partire dalla media età repubblicana (IV-III secolo a.C.), si staccava dal chilometro 9,700 dell’antica Via Ostiense e, dopo aver costeggiato il quartiere di Decima, correva per un lungo tratto parallela al fosso di Vallerano, per poi deviare, superata la Via Cristoforo Colombo, verso sud, fino ad incrociare, su una collina posta a 500 metri a nord della Via Pontina e del Grande Raccordo Anulare, l’asse stradale dell’antica Via Laurentina (attuale Via Pontina).

Recentemente, nei pressi di questo incrocio, sono stati individuati i resti dell’antico tracciato di questa strada realizzati con una massicciata in scaglie di basalto all’interno di un taglio operato nel sottostante banco tufaceo; nelle immediate vicinanze, infine, sono state messe in luce alcune sepolture a fossa con copertura di tegole e una probabile tomba a camera.

Il percorso viario dell’antica Via Laurentina, prima di giungere in questa zona, aveva inizio staccandosi al chilometro 6,500 della Via Ostiense e, dopo aver tagliato in senso nord sud il comprensorio occidentale dell’Eur, si raccordava, lasciandosi sulla sinistra il Castellaccio di Casa Ferrata (IX-X secolo d.C.), con l’attuale tracciato della Via Pontina.

A meno di un chilometro a sud da quest’area, all’incrocio tra la Via Pontina e Via di Valleranello, durante la costruzione di un edificio della Telecom Italia è stato messo in luce un diverticolo stradale e i resti di una necropoli databile alla prima età imperiale, con tombe a fossa e copertura di tegole alla cappuccina; probabilmente questo percorso, con andamento verso nord est, si dirigeva verso le alture di Casal dell’Ara, nella tenuta dell’Acqua Acetosa.

Nel comprensorio di Mostacciano, lungo Via Domenico Jachino, sono visibili, in sezione, le murature in opera reticolata di tufo di una cisterna appartenente ad una vicina villa rustica, databile alla tarda età repubblicana (fine II-I secolo a.C.); nelle immediate vicinanze si conservano, all’interno di un giardino condominiale, i resti di una strada basolata.

Altre strutture, attualmente non più visibili, localizzate in Contrada Monti della Creta, si riferiscono probabilmente ad un insediamento rustico di epoca romana.

 

Malafede

Malafede è il nome della zona del XIII Municipio del comune di Roma che si estende tra via Cristoforo Colombo e via Ostiense, sulla zona Acilia Sud.

Con il nome di “Malafede” veniva indicato fino al 1600 un edificio addossato ad una torre, tra il Tevere e la via Ostiense, di cui adesso non vi è più traccia. Dagli inizi del 1800 il nome venne trasferito ad un casale poco distante, tutt’ora presente, chiamato “Osteria di Malafede”, luogo di ritrovo e di ristoro dei cacciatori del tempo, oggi sede di un ristorante e di un’ esposizione di mobili. Il proprietario tentò invano di rinominare il casale in “Osteria di Buonafede” ma dovette rinunciare a causa delle proteste dei cacciatori.

La zona, densamente popolata durante l’Impero Romano perché a metà strada tra Roma ed Ostia Antica, divenne totalmente disabitata durante lo Stato Pontificio.

Oggi nella zona di Malafede sorge il comprensorio Giardino di Roma.

Villa di Fralana
Nel bel mezzo del quartiere Malafede si possono ammirare i resti di una villa romana la cui datazione è collocabile tra la fine dell’età repubblicana e la piena età imperiale. In quel periodo nella nostra zona erano sorte numerose villae rustiche, residenze di campagna appartenenti a ricchi membri dell’aristocrazia romana, che non disdegnavano di incrementare il loro patrimonio dedicandosi allo sfruttamento agricolo dei terreni circostanti. Negli edifici, dall’ampia estensione e ricchi di elementi decorativi, viveva ed operava una folta schiera di schiavi e lavoranti, che garantivano l’efficienza degli insediamenti anche in assenza dei padroni. Tra i ruderi della villa in questione, denominata di Fralana dall’antico nome della località, è ben visibile una struttura circolare che gli archeologi hanno senza alcun dubbio identificato come base per l’alloggiamento di un torchio. Vi è poi un complesso di vasche e cisterne, di cui alcune a cielo aperto, utilizzate per la conservazione dell’acqua piovana e l’approvvigionamento idrico. Sono presenti inoltre dei locali che risultano essere chiaramente abitativi e che vantano pavimenti in mosaico bianco e nero in buono stato di conservazione. Nella stessa zona, presso l’incrocio tra Via C.Colombo e Via di Malafede, sono visibili i resti di un’altra lussuosa villa rustica, con sale termali che erano riscaldate e decorate con un mosaico a tema marino del II sec. d.C., oltre ad un frantoio e a grandi orci per conservare le derrate.

Nelle immediate vicinanze della villa di Fralana, lungo la Via di Acilia, è stato di recente scoperta un’area funeraria di tombe semplici, scavate nel terreno e coperte con tegoloni “a cappuccina”, dove venivano sepolti i lavoranti.

Mezzocamino

Mezzocammino è il nome della trentunesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXXI.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 12f del XII Municipio.
Si trova nell’area sud-ovest del comune, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

La zona fu così chiamata per il fatto che si trovava a metà strada fra Roma e la foce del Tevere. Lì si trovava una stazione di sosta, per i barconi carichi di merci, che provenivano dal porto di Ostia, diretti verso Roma, al porto fluviale di Ripa Grande, o a quello di Ripetta. Le barche, mediante funi, erano trainate da muli che percorrevano le sponde del fiume. Il percorso richiedeva due giorni e la sosta, dopo il primo giorno di cammino, avveniva in questo luogo, che, per tale motivo, prese il nome di Mezzocammino.
La tradizione vuole che in questo luogo fu martirizzato San Ciriaco, primo Vescovo di Ostia. In questo luogo fu eretta una Chiesa, ancora intatta nel XII sec., e poi andata in rovina: alla fine dell’800 esisteva solo la torre campanaria.
Adiacente alla Chiesa vi era anche un cimitero intitolato al Santo, il cui corpo, insieme ad altri venti compagni martirizzati sotto l’Imperatore Massimiliano, in seguito furono trasportati a S. Martino Monti e le teste a S. Maria in Lata. L’antico cimitero fu invano cercato, ma solo durante i lavori sulla Via Ostiense, prima della I° guerra mondiale,nel 1913 furono rinvenute delle tracce, dove oggi è collocato il ponte sul Tevere del G.R.A. A questi rinvenimenti occasionali fece seguito, tra la fine del 1915 e i primi mesi del 1916, una campagna di scavi archeologici svolta durante la costruzione della linea ferroviaria Roma-Ostia; in quell’occasione gran parte delle testimonianze rinvenute furono completamente distrutte per la realizzazione della strada ferrata.
Oggi l’area abitativa si è ampliata occupando l’area dei Tre Pini e di Poggio dei Fiori, verso la  Pontina, e quasi  tutto il tratto che giunge fino alla riva sinistra del Tevere, raggiungendo la Via del Mare.

Tenuta di Mezzocammino 

La tenuta di Mezzocammino, subito fuori il Grande Raccordo Anulare, è compresa tra l’antica Via Ostiense, la Via Cristoforo Colombo, mentre a sud confina con il fosso di Spinaceto.

La zona è costituita da una vasto pianoro del complesso sedimentario vulcanico della Campagna Romana ed è protesa, verso la riva sinistra del Tevere, con una serie di propaggini collinari di terreno argilloso calcareo separate da profondi canali di compluvio naturale.

All’interno della tenuta di Mezzocammino, lungo questo percorso viario, le recenti indagini archeologiche hanno rilevato un’occupazione stabile del territorio a partire dalla tarda età arcaica (VI-V secolo a.C.) fino ad epoca tardo repubblicana (II-I secolo a.C.).

La presenza di macine in pietra lavica, pozzi idrici, resti di fosse e canalizzazioni confermano anche per questa zona l’uso di tali strutture per scopi abitativi.

Sul limite ovest e nord del comprensorio sono state individuate alcune aree di cava prolungatesi fino ad epoca romano imperiale.

Gli scavi portarono in luce, di fronte al Casale di Mezzocamino, alcune strutture murarie absidate relative a mausolei pagani risalenti alla seconda metà del IV secolo d.C., tracce di una vasta necropoli in uso fra il IV e primi decenni del VI secolo d.C. e i resti della basilica costruita da Papa Onorio I° sulle murature di una cisterna romana, a circa cento metri ad est del moderno Casale.

Tra i due nuclei di strutture fu individuato, per circa36 metridi lunghezza, un diverticolo stradale basolato con andamento est ovest; questo tracciato viario probabilmente si staccava a sinistra del VII° miglio dell’antica Via Ostiense.

Particolarmente interessante fu il rinvenimento, in un piccolo settore di scavo, in parte disturbato da successive costruzioni romane, di uno strato di materiali fittili (frammenti d’impasto, bucchero e ceramica attica a vernice nera) databili ad epoca arcaica (VI-V secolo a.C.); è presumibile che, come nella tenuta del Torrino, tale insediamento arcaico di VI secolo a.C. risalisse ad epoca ben più antica.

Probabilmente il cimitero di San Ciriaco si sviluppò a partire dalla metà del IV secolo d.C., anche se non si può escludere l’esistenza di sepolture più antiche, forse risalenti ad epoca precostantiniana.

Nel XIII secolo d.C. il toponimo di San Ciriaco risulta erroneamente legato ad una torretta d’avvistamento posta a 250 metri a sinistra del chilometro 13,300 della Via Ostiense, nella Tenuta del Risaro.

Per la sua particolare posizione, su un’alta collina, questa vedetta era in contatto visivo con altre due torri, ora purtroppo distrutte: la prima, detta Torricella, situata su un’altura di fronte al Casale di Spinaceto, a sinistra dell’omonimo fosso; la seconda, chiamata Trefusa, era costruita su resti di una cisterna romana a circa 500 metri a est di Casale Ruffo, in località Riserva Quartaccio.

Il recente progetto di urbanizzazione nel comprensorio di Mezzocammino è stato preceduto da un’accurata campagna di indagini archeologiche preventive, tuttora in corso, estese su una superficie di circa 150 ettari.

Un antico tracciato stradale, con pavimentazione realizzata a blocchi di basalto, forse già in uso a partire dalla media età repubblicana, si staccava a sinistra del tredicesimo chilometro dell’antica Via Ostiense e, dopo aver attraversato il pianoro della tenuta, grossomodo in senso est ovest, si dirigeva verso l’area di Casal Brunori per raccordarsi con l’antica Via Laurentina (odierna Via Pontina).

Quest’asse stradale di lunga percorrenza, probabilmente un raccordo tra le antiche Vie Ostiense e Appia, proseguiva, dopo aver attraversato le tenute di Vallerano e della Selcetta, verso la biforcazione, detta di “Pizzo Prete”, tra Via di Trigoria e la moderna Via Laurentina (in quest’area alcune recenti indagini, durante i lavori di raddoppio dell’attuale asse stradale, hanno messo in luce una serie di mausolei funerari, tombe a camera e nuclei di sepolture a fossa con copertura di tegole alla cappuccina); successivamente questa strada tagliava, dopo aver ricalcato per circa due chilometri la moderna Via Laurentina, la tenuta di Porta Medaglia in direzione dell’attuale Via Ardeatina: da qui il tracciato antico è, in parte, ricalcato da Via della Falcognana, fino al sito dell’antica Bovillae sull’Appia.

Casal Brunori

Casal Brunori è un’area urbana del XII Municipio di Roma.
La tenuta di Casal Brunori si estende sulla zona Z.XXVIII Tor de’ Cenci, nell’area sud del comune, esternamente al Grande Raccordo Anulare, fra la via Pontina ad est e la via Cristoforo Colombo ad ovest, subito dopo Mostacciano B.

Storia

All’interno di questo quartiere, si eleva sulla sinistra di via Caduti per la Resistenza (angolo via Eroi di Trilly), presso il palazzo dell’Enasarco, la Torre Brunori, costruita sui resti di una cisterna romana: l’antica vedetta prende il nome da Brunoro di Gambara, conte amico del Farnese che nella seconda metà del XVI secolo possedeva questi territori ma nella carta di Eufrosino è segnata come “Morone”. Era una delle torri di guardia lungo l’antica Via Laurentina e lungo l’asse Ostiense – Appia, estendendo il suo controllo anche alla via che univa la costa ai Colli Albani.
Le recenti indagini archeologiche, svolte nel comprensorio di Casal Brunori, sono state condotte su di una superficie di circa 10 ettari, costituita da una propaggine collinare del complesso sedimentario vulcanico della Campagna Romana; l’area archeologica in un settore compreso tra le attuali vie C. Maestrini e I. Versari, ha rilevato ininterrotta frequentazione da epoca arcaica ad imperiale. La zona era attraversata da un tracciato stradale di epoca romana con pavimentazione in blocchi di selce sparsi dalle arature, identificabile con un segmento dell’antica arteria di collegamento Ostiense – Appia, rintracciata dalla SAR anche verso ovest al di là della C. Colombo, nella tenuta di Mezzocammino, dove presenta una carreggiata di mt. 4 di larghezza delimitata da crepidini mentre è segnalata ad est della via Pontina da allineamenti di basoli sparsi dalle arature.
L’insediamento abitativo di Casal Brunori nasce nel VI – V sec. a.C. con edifici realizzati in materiale deperibili, organizzati in un piccolo villaggio: le strutture presentano, al di sopra di una fossa con funzioni di ripostiglio, un pavimento ligneo ed alzato in blocchi di tufo e mattoni crudi con copertura di tegole. Nel passaggio all’età repubblicana si sviluppa nella stessa area un complesso più vasto con impianto relativo ad attività agricole (basamento per torchio ed articolato sistema per lo sfruttamento delle acque): a questo insediamento corrisponde un sepolcreto composto da un nucleo di tombe a camera di età medio repubblicana caratterizzata dai tipici corredi di vasellame a vernice nera e pezzi di aes rude, rinvenuto in prossimità di una strada arcaica rimessa in luce con direzione est-ovest, all’interno di una tagliata che scende con sensibile pendenza versola via C. Colombo, identificabile verosimilmente come un troncone dell’antica viabilità di raccordo Ostiense – Appia.

In epoca imperiale l’importanza del centro si riduce e le testimonianze si limitano ad un’attività industriale di cava, tramite grotte e cunicoli, finalizzata al reperimento di materiale per la realizzazione delle numerose ville circostanti.

Ad una distanza di 1 Km. a sud, sullo stesso lato, il Lanciani (Appunti manoscritti su tavolette IGM della Campagna Romana, Biblioteca dell’Istituto di Archeologia e storia dell’Arte) riferì l’esistenza di un diverticolo che attraversava la tenuta di Casal Brunori con andamento Est-Ovest.

Tenuta di Casal Brunori

Lo scavo sistematico della zona ha evidenziato i resti di otto strutture riferibili al periodo arcaico (VI-V secolo a.C.), costituite da piccoli edifici con pianta leggermente rettangolare ad unico ambiente; la presenza di alcune tombe infantili conferma l’uso ad abitazione di tali strutture, organizzate come un piccolo villaggio anche per la presenza di due pozzi, forse di uso comune. E’ certo che l’area di queste strutture sia stata rioccupata successivamente, durante l’epoca medio repubblicana (IV-III secolo a.C.), da un vasto complesso di cui si conservano, oltre a varie fosse con materiale di scarico, anche un basamento per il torchio con attigua vaschetta e numerosi pozzi e cunicoli sotterranei collegati fra loro.

A meno di 400 metri a nord est di questo insediamento rustico è stato individuato, al confine con il comprensorio di Mostacciano, una tomba ipogea a colombario risalente alla prima età imperiale (inizi del I secolo d.C.); il sepolcro, non ancora scavato, presenta una scala di accesso ad un vano sotterraneo, con paramento interno in muratura di opera reticolata in tufo.

Un tracciato stradale di epoca romana, con pavimentazione realizzata a scaglie di basalto, attraversava l’area del comprensorio da nord ovest a sud est e collegava la Via Ostiense alla Via Laurentina (odierna Via Pontina).

Verso il limite nord della zona sono state individuate alcune aree di cava probabilmente in uso fino ad epoca imperiale, con lo sfruttamento tramite scavo in grotta e cunicoli.

Nel settore nord nord ovest del comprensorio, infine, in prossimità di una strada di epoca arcaica tagliata nel banco di tufo, sono state rinvenute cinque tombe a camera databili al IV-III secolo a.C.; probabilmente quest’asse stradale, oltre a collegare l’area delle strutture arcaiche, proseguiva a est verso la tenuta di Vallerano, dove il recente scavo di un analogo tracciato viario, presentante una biforcazione, ha rilevato la presenza puntuale di tombe a camera dello stesso tipo e periodo.

Vitinia

Vitinia è una frazione di Roma Capitale, situata in zona Z.XXXI Mezzocammino, nel territorio del Municipio Roma XII.
Si trova nell’area sud-ovest del comune, esternamente al Grande Raccordo Anulare, fra le vie Ostiense a nord e Cristoforo Colombo a sud e ad est si affaccia sulla vallata di Malafede (il cui nome deriverebbe dalla vicina selva di Ostia, molto insicura in tempi passati).

Storia

Vitinia è uno dei più vecchi insediamenti del XII Municipio.
La sua espansione iniziò subito dopo la I Guerra Mondiale sui terreni dei latifondisti Di Marzio e Sirimaldi, in corrispondenza della allora stazione ferroviaria di Risaro, rimanendo piuttosto isolata dal resto della Circoscrizione.
Sul lato verso il mare, Vitinia affaccia sulla vallata di Malafede. Tutta la vallata è stata oggetto di grosse controversie sia per la sua tutela ambientale che per quella geologica ed archeologica, la tenuta appartenne al Duca Lante e poi al Principe Massimo.
Il deposito militare di carburanti di Mezzocammino situato a Vitinia è stato scenario di un attacco tedesco durante la seconda guerra mondiale, alle 20:30 dell’8 settembre 1943, poco dopo l’armistizio proclamato alle 19:45 da Badoglio.
Un nucleo autotrasportato di paracadutisti tedeschi della seconda divisione, la 2. Fallschirmjäger Division, lancia l’attacco di sorpresa allo sbarramento. Dopo una breve resistenza, i fanti della divisione Piacenza vengono sopraffatti insieme al Battaglione chimico a guardia del deposito di carburante di Mezzocammino. Vengono sorpresi e catturati dodici uomini, due cannoni e una macchina mitragliatrice.

Luoghi storici

Nei dintorni di Vitinia era situata la villa di Lucio Fabio Cilone, senatore, console e intimo amico dell’imperatore Settimio Severo (146-211). La presenza della villa è testimoniata dal ritrovamento di una fistola acquaria di piombo che recava la scritta LFABICILONISCV.

Nelle vicinanze c’era anche il ponte della Refolta, così detto dalla riserva d’acqua per le magre del pozzo di Malafede, che era uno dei più splendidi ponti romani antichi della campagna romana.
Sembra inoltre che sotto il terreno in cui sorge l’ex deposito militare di carburanti, oggi caserma in dismissione, esista un’area archeologica sepolcrale: il cimitero di san Ciriaco martire, vescovo di Ostia del III secolo.

Riserva di Decima-Malafede

La Riserva Naturale di Decima Malafede è la più grande area protetta del sistema dei parchi gestito da RomaNatura. Le maggiori aree boschive dell’Agro Romano sono comprese in questa zona e costituiscono una delle maggiori foreste planiziali del bacino del Mediterraneo.

Uno studio del WWF vi ha censito oltre 800 specie vegetali. Quest’area, compresa tra il GRA, la via Pontina,la via Laurentinae il Comune di Pomezia, può anche vantare insediamenti umani che risalgono alla prima preistoria a circa 250.000 anni fa. La zona può dunque essere presa a modello dell’evoluzione complessiva dell’Agro Romano. In epoca imperiale fu costellata di ville poi trasformatesi, in periodo altomedievale, in grandi casali, in edifici fortificati e torri in grado di assicurare il controllo del territorio e delle strade. Il primo vincolo paesistico risale al 1985 ma è soltanto nel 1996 che si arriva alla perimetrazione dell’area e alla successiva istituzione (1997) della riserva naturale.

Castel di Decima

Castel di Decima è il nome della ventiseiesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXVI.
La zona è compresa nel Parco di Decima-Malafede.
Si trova nell’area sud della città, esternamente al Grande Raccordo Anulare e confinante con il comune di Pomezia.

Storia

Il nome Decima deriva da “decimo”, cioè 10 miglia da Roma. Nella località ci fu già dai tempi dell’antica Roma un centro abitato.
La zona presenta tracce di frequentazione a partire dal Paleolitico e gli scavi hanno riportato alla luce un importante centro abitato dell’età del bronzo, probabilmente identificabile con la città di Politorium, distrutto nel VII secolo a.C..
In epoca romana il territorio era oggetto di sfruttamento agricolo, con la presenza di diverse ville. Fu abbandonato dopo il IV secolo d.C.

Nel Medioevo vi sorsero le torri di Decima e di San Ferdinando, in seguito centro di casali agricoli.

Nel Medio Evo l’enorme tenuta era già di proprietà del Monastero di S. Paolo per arrivare, alla fine del XVII sec., alla famiglia Torregiani (proprietaria anche del casale La Perna).
Nel 1760 il Cardinale Torregiani costruì un palazzo e la chiesa di S. Antonio Abate.
Tutta la tenuta passò poi ai Vaselli, a cui è appartenuta fino all’esproprio fatto dallo Stato.
Il castello è ancora visibile e sorge su di una altura alla sinistra della via Pontina all’altezza del Km. IX. Agli inizi degli anni sessanta venne costruito un primo nucleo abitativo tra la via Ostiense e la via C. Colombo dall’INCIS.

Castel Romano

Castel Romano è la zona urbanistica 12m del Municipio Roma IX di Roma Capitale. Si estende sulla zona Z. XXIX Castel Porziano.

Storia

Castel Romano è un antico feudo appartenuto alla famiglia Romani di Trastevere da cui ha preso il nome.

Fu proprietà tra gli altri anche dei Colonna; successivamente fu acquistato dal famoso Cardinale Alberoni che nel 1731 avviò la costruzione di un grandioso palazzo, di una chiesa e la bonifica del territorio intorno.
Nel 1896 Propaganda Fide restaurò i danni del terremoto che aveva colpito nello stesso anno Roma e prese in gestione il castello di cui ancora oggi ne è la proprietaria.

Durante la seconda guerra mondiale i locali del castello vennero utilizzati come infermeria dai tedeschi.
Nel 1952 fu varata la legge che istituiva la Zona industriale Pontina; nel 1960 cominciò l’installazione dei vari complessi industriali tuttora presenti: il Centro Sperimentale Metallurgico di fama europea, la URMET Sud, Dino Città, poi rilevata dalla Cosmos Cinematografica, il Consorzio Alimentare “La Capitale”, la Firestone ed altri.

Il territorio attualmente impiega circa 2.000 unità con la previsione di raggiungere quota 9.000 entro il 2010. Ciò a fronte di una importante crescita che ha attratto risorse per la realizzazione di opere pubbliche ed infrastrutturali pari a più di 10 milioni di euro.
Il volume di investimenti, solo all’interno del Tecnopolo di Castel Romano, supera i 40 milioni di euro l’anno e l’azione di trasferimento tecnologico ha coinvolto complessivamente più di 200 imprese. Una capacità edificatoria residua di oltre 200.000 metri cubi, a fronte degli 80.000 esistenti, lasciano intendere le prospettive di sviluppo.

Tor de’ Cenci

Tor de’ Cenci è il nome della ventottesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXVIII.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Territorio

Nel quartiere si possono ammirare: Tenuta del Palazzo (intorno a Castel di Decima), Tenuta del Risaro (da Vitinia a Castel Porziano), Tenuta dello Spinaceto (oggi Villaggio Azzurro – Tre Pini), Tenuta Brunorio (oggi erroneamente chiamata Spinaceto), Tenuta dell’Oliveto (tra Brunori e Mostacciano), Tenuta del Sughereto (oggi Centro Aeronautico Vallerano e Valleranello), Tenuta della Perna con la Torre (allora era molto importante perché popolata), Tenuta dei Monti della Caccia.

Storia

La zona chiamata “Tor de’ Cenci” è più vasta di quanto comprende oggi il quartiere. Dai documenti a noi conosciuti non è chiaro da quanti anni è stato attribuito questo nome. D’altronde non è trascorso molto tempo, se si pensa che possa aver preso origine dalla nobile famiglia dei Cenci, anche se non è da considerarsi un fatto storicamente sicuro.

La terra dei dintorni era abitata già nell’antichità, come testimoniano gli scavi realizzati negli anni nei quali fu costruita la strada consolare “Pontina”. Si precisa che i primi abitanti costruivano le abitazioni solo sopra le colline, perché accanto alle strade in pianura c’era la palude, causa di tanta malaria. Nei primi anni dell’Impero Romano, a Tor de’ Cenci non esisteva una strada. Una via di comunicazione passava da Anzio per Pratica di Mare e per Castel di Decima, chiamato “Castro Decimo”, direttamente ad Ostia Antica, quasi interamente lungo la costa del Mediterraneo. Il mare nei secoli seguenti si è ritirato di qualche chilometro, come anche le paludi.

Successivamente tra la via Laurentina e la via Ostiense, partendo dall’altezza di Tor di Valle, fu costruita una strada per la grande Campagna Romana che si congiungeva alla vecchia strada di Pratica di Mare-Ostia, proprio al Castro Decimo, che passava anche per Tor de’ Cenci.

Il nome antico di questa tenuta sembra essere stato Fossola e soltanto nel XIV sec. appare la denominazione Tor dè Cenci, che sembrerebbe appartenere alla omonima famiglia.

Comunque già dalla fine del XIV sec. fino ai primi anni del nostro secolo, appartenne al Collegio Germanico.

Nel 1739 in zona Tor de’ Cenci, vi abitavano soltanto nove famiglie, tutte di pecorai: sei di Leonessa, una di Sonnino, una di Cascia, una di Castelluccio di Norcia. Prima di arrivare al Castel di Decima, dopo il ponticello di Malpasso tra la tenuta della Perna e quella di Brunorio, in zona Tor de’ Cenci si trovava la Capanna “Delli Bifolchi”. Questa è la prima abitazione di Tor de’ Cenci.

Nel 1864 Tor de’ Cenci si chiamava ancora “Casetta dei Bifolchi” ma dopo quell’anno non venne più nominata. Purtroppo non si è saputo più nulla e le documentazioni sono mancanti.
Anche lo sviluppo di Tor dè Cenci iniziò nel dopoguerra, con la lottizzazione abusive fatte da immigrati marchigiani, ciociari, ed abruzzesi, che diedero vita ad una piccola borgata che ha tutto l’aspetto di un piccolo paese.

La Torre dei Cenci è ancora visibile incorporata in un casale.

Spinaceto

Spinaceto è la zona urbanistica 12g del XII Municipio del comune di Roma. Fa parte della zona Z.XXVIII Tor de’ Cenci. Anche nota come Eur Spinaceto, sua denominazione progettuale iniziale, si trova a sud del Grande Raccordo Anulare, da cui dista 1 km, ed è delimitata a nord e ad ovest da via di Mezzocammino, a est dalla via Pontina.

Storia

Come i vicini quartieri di Mostacciano e del Torrino anche Spinaceto ha tratto il nome dall’antica tenuta su cui è stato edificato.

Lo “Spinaceto” della Cappella dei SS. Pietro e Paolo, appare storicamente già dal 1536 per indicare una tenuta confinante con quella di Decima; il Piano Regolatore Generale decreta la nascita ufficiale dell’Eur-Spinaceto nel 1965, nome che nel tempo viene attribuito a diversi casali vicini tra loro e dovette quindi corrispondere ad una vasta zona agricola appartenente ad un solo proprietario. All’inizio del nostro secolo troviamo che Spinaceto e la sua Pedica, per complessivi 250 ettari appartenevano in varia misura alle famiglie dei Guerrieri, Morganti ed in seguito anche ai Frascara e i Pediconi.

La tenuta è divisa in cinque fondi uno dei quali, di appena 1,32 ettari, si chiamava Spinaceto Roma – Ostia, perchè destinata ad ospitare tale ferrovia.

Nel 1910 iniziò l’obbligo di bonifica a cui seguì lo sviluppo dell’edilizia economica e popolare. Spinaceto nasce come quartiere urbanisticamente studiato a tavolino da progettisti degli anni Sessanta. Erano gli anni dell’utopia urbanistica di una città interamente costruita o, comunque, indirizzata dall’uomo nelle sue linee guida di espansione sul territorio. Spinaceto viene studiato anche in alcuni corsi di architettura per la novita’ del suo progetto: un asse viario principale che attraversa nei due sensi il quartiere, con al centro negozi e uffici all’interno di centri commerciali, ai lati solo case

Il progetto di Spinaceto si inseriva nel più ampio P.R.G. adottato nel 1962 attraverso la definizione di un Piano di Zona, del ’94, che tra diverse aree romane definiva anche le linee sulle quali sarebbe sorto il nuovo quartiere “Spinaceto” . Il clima nel quale il quartiere si è sviluppato nei suoi primi anni è stato caratterizzato da spinte utopistiche che ancora oggi lasciano tracce positive sul tessuto realizzato, a partire dai percorsi vari al verde che attraversa le cubature costruite, ma ha lasciato anche molti nodi irrisolti, in particolare alle infra-strutture culturali: mancano (pur presenti nel piano di zona) cinema e teatri in rapporto alla popolazione insediata. Manca un auditorium e un apparato museale di quartiere (molte tracce e materiale archeologico sono andate perse nella ragione edificatoria e molte se ne vanno ancora perdendo.

Pur previsto dal piano regolatore nel periodo della costruzione del quartiere, non è mai stato realizzato il capolinea della Metro B, che si ferma invece all’EUR.

Di fatto Spinaceto fu l’unico quartiere popolare che venne realizzato nel 1965 dagli architetti Moroni, Di Cagno, Barbera, Battinelli, Di Virgilio, Francione. Nato all’inizio degli anni ’70 come “quartiere dormitorio”, è poi rinato come zona commerciale (…e scolastica, viste le scuole elementari, medie e superiori qui presenti). Dista 1 km dal Grande Raccordo Anulare e meno di 5 dall’Eur. Lavori vi si stanno svolgendo oggi per il progetto “Cento piazze” del comune di Roma, altri vi si svolgeranno in futuro per la metropolitana (sdoppiamento della linea B da Magliana per Tor de’Cenci: linea B2).  La toponomastica di zona rende omaggio ai soldati caduti durante le varie guerre ed eccidi del XX secolo.

Territorio

L’area apparteneva al Comune di Roma e si estendeva per 180 ettari, coincidenti parte con la vecchia tenuta di Spinaceto (sull’altra parte della quale sorge oggi il Villaggio Azzurro) e parte con una porzione della grande tenuta di Decima.

Nel quartiere ci sono due parchi naturali.

A Spinaceto sulla sinistra del V.le dei Caduti per la Resistenza, presso un complesso (detto Palazzo Enasarco) tra i centri commerciali del Garda I e II, si trova una antica torretta di avvistamento, nota come Torre Brunori, da Brunori di Gambara, amico dei Farnese, in una carta del 1547 la torre è indicata come il Morone e risale certamente al XIV sec.
Inoltre, il quartiere presenta i resti di una villa rustica romana avente un’area di oltre 1200 metri quadri e datata tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C., nell’area posta tra via Alberto Cozzi e il cavalcavia di Spinaceto.

Dalla parte opposta della via Pontina si trova la Riserva Naturale di Decima-Malafede, una delle più importanti riserve naturali romane, per gli altissimi valori archeologici, naturalistici e paleontologici. Ricchissima di fauna, grande oltre 6000 ettari, è una delle oasidel WWF. Al suo interno troviamo la Torre di Perna, costruzione medievale originariamente destinata alla salvaguardia della omonima Valle di Perna, oggi Casa Del Parco.

 

 

 

 

 

 

Monte Migliore

Monte Migliore è una frazione (zona “O” 52) del comune di Roma, situata in zona Z.XXVI Castel di Decima, nel territorio del Municipio XII.
Sorge al diciottesimo km di via Laurentina.

E’ ignota l’origine del nome, è un’area molto vasta, collinare che raccoglie varie zone abitative ed agricole: Selvotta, Solfatara, Santa Serena, Villaggetto e la stessa Monte Migliore.

E’ stata proprietà di vari nobili e istituti religiosi fino a confluire ai Conti Vaselli che sono ancora proprietari della riserva.
A partire dagli anni 50 iniziarono anche qui come a Trigoria, le lottizzazioni abusive che dettero vita alle varie borgate.

Trigoria

Trigoria è una frazione di Roma, situata in zona Z.XXVI Castel di Decima, nel territorio del Municipio Roma XII.
Si trova nell’area sud del comune, esternamente al Raccordo Anulare, al dodicesimo chilometro della via Laurentina.

A dare l’attuale morfologia al paesaggio ha contribuito un periodo caratterizzato da intense piogge che, con la loro azione erosiva, hanno arrotondato le fratture, suddividendo così il terreno in valli e pianure e rendendo il territorio ricco di acqua. Il nome Trigoria deriva appunto dal latino “tres gores”cioè tre fiumi o forse, da un antico luogo sacro della zona dal nome greco “tricore”, (edifici a tre corpi).

Storia

La ricchezza di corsi d’acqua e macchie boschive offrì all’uomo primitivo un ambiente favorevole alla sopravvivenza. Numerose grotte presenti in zona si assicurano la presenza dell’uomo già 10.000 anni fa. Nell’età del bronzo abbiamo una presenza umana seminomade, mentre nell’età del ferro si può cominciare a parlare di comunità stabili.

I primi abitanti furono i Rutuli che vivevano in villaggi composti da capanne a pianta circolare, con una struttura di pali di legno, tetto di paglia e pareti di rami. Trigoria è stata soprattutto una terra di passaggio, forse a causa della vicinanza della costa, che con le sue lagune e foci era molto adatta all’approdo di barche. Il leggendario Enea, infatti, sbarcò a Lavinium, l’attuale Pratica di Mare. Durante l’impero romano, la zona acquista importanza perché verso il 300 avanti Cristo venne costruito l’attuale tracciato della via di Trigoria come via suburbana che collegava alla litoranea via Severiana. Nel territorio c’erano numerosi luoghi di culto e ville patrizie: oggi, infatti, si trovano i resti di queste e di templi, cisterne e pietre miliari.

Con la decadenza dell’impero romano e le invasioni barbariche la zona si spopola. Ai tempi dell’imperatore Costantino numerose terre vengono donate alla Chiesa che per ripopolare le campagne verso la i metà dell’VIII secolo istituì le “domus cultae” villaggi agricoli autosufficienti. Nel basso medioevo, il territorio fu dato in affitto dalla Chiesa a diverse famiglie che provvidero alla costituzione delle grandi tenute agricole i cui nomi sono ancora in uso oggi: Porcigliano (cioè Castel Porziano), Castel Romano, la Perna, Vallerano, Selice (cioè Selcetta).

Nel ‘700 vi fu un avvio di riforme orientate ad abolire regimi vincolistici e ad imporre ai proprietari l’obbligo di coltivare le terre. Nel 1729 il Cardinale Giulio Alberoni acquistò la tenuta di Castel Romano, costruì il castello, fece numerose opere di bonifica dalla malaria, costruì vari casali e avviò una solida azienda agricola dando lavoro a molte persone. ).
Fu di proprietà del Laterano fino alla confisca dello Stato Italiano.

Fu poi venduta alla famiglia Rotti, proprietaria fino ai primi del 900 ed in seguito passata ai Vaselli.

Nel 1905, per bloccare questo latifondismo, ci fu un regolamento che prevedeva l’esproprio in caso di mancato uso.

Ci agganciamo alla Trigoria di oggi. Infatti, la zona, appartenente alla principessa Pallavicini, passò ai Vaselli e quindi ai De Amicis che la destinarono ad uso agricolo costruendo numerosi casali. Intorno agli anni ’50. con la redistribuzione delle grandi tenute, grazie alla riforma agraria, ci fu un massiccio insediamento di contadini che abusivamente cominciarono ad edificare. La vita quotidiana si svolgeva in modo molto semplice per le poche famiglie di contadini presenti in zona. Via di Trigoria era solo una carrareccia. La Chiesa Parrocchiale era Castel Romano. Le attività lavorative erano l’agricoltura e la pastorizia. Le case coloniche erano raccolte in gruppi o isolate e mancavano di acqua, servizi igienici e spesso anche di elettricità.

C’era un solo medico a Castel di Decima e alla Mandriola. La scuola elementare pluriclasse si trovava a Trigoria Alta e il maestro vi arrivava in bicicletta anche d’inverno. Non esistevano negozi; per il pane veniva uno dei fratelli Sbarbati da Monte Migliore, anche lui in bicicletta, per vendere e prendere le ordinazioni per il giorno seguente.
La prima corsa di autobus fu istituita nel 1964. La vera storia della borgata inizia negli anni ’60 con l’arrivo di famiglie che comprano la terra e vi si costruivano la casa. Arrivò la corrente elettrica, la strada fu asfaltata ci furono i primi negozi, la pompa di benzina, l’ufficio delle Poste.

La maggior parte dell’immigrazione avvenne negli anni ’70 e coincide con il massimo sviluppo dell’edilizia, le famiglie, con coraggio, affrontavano e risolvevano il problema casa. Solo alla fine degli anni ’80 si osserva un arresto dello sviluppo dovuto alle varie leggi .

Ci sono comunque i progetti del Comune, le varie Aree 164, che porterebbero la nostra borgata a 12.000 abitanti. i progetti sono ancora tanti: la scuola media, un  poliambulatorio, aree sportive.

L’ultimo servizio realizzato in borgata è la nuova Chiesa Parrocchiale.

Fin dal 1980, con una raccolta di firme, la gente del quartiere si è messa insieme a lavorare per realizzare questa importante necessità.

È nota per ospitare il centro sportivo Fulvio Bernardini, luogo di allenamento della squadra di calcio dell’AS Roma.
Inoltre, ospita la sede definitiva dell’Università Campus Bio-Medico di Roma che attualmente comprende due facoltà (Medicina ed Ingegneria).
Nella zona si sono già realizzate tre nuove aree abitative previste dal piano regolatore, L. 167 nuclei di edilizia economica e popolare.

Altri servizi da realizzare, una scuola media, un asilo, un poliambulatorio, il Centro Anziani, la piazza e nuove strade di collegamento.

E’stata di recente realizzata la costruzione di un cimitero che servirà i Municipi X, XI, XII, XIII e XV (esclusa zona di Ponte Galeria) .

La zona è in forte espansione urbanistica.

Vallerano

Vallerano è il nome della venticinquesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXV.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Confinante con Trigoria era la tenuta di Vallerano che prende il nome da un fiumiciattolo che attraversa il suo territorio proveniente da Albano, (denominato Fosso di Vallerano).

Storia

Anticamente questo vasto latifondo apparteneva alla famiglia romana del Valerii da cui il nome “valerianum”.
La tenuta originariamente comprendeva i terreni di Vallerano, Tor Pagnotta, Santa Maria, Torricelle di Vallerano a Torricella, poi suddivisa in altrettanti proprietari.

Sempre confinante con Trigoria era la tenuta di Perna. Il nome Perna, era un nome femminile abitualmente usato nel medioevo; solo nel XVI sec. si ha notizia di questo casale.

Proprietari fra gli altri furono i Colonna e i Torreggiani.

Tenuta di Vallerano

La recente urbanizzazione del sito è stata preceduta da un’approfondita ricerca archeologica, che ha evidenziato la presenza di una organizzazione del territorio a partire dal periodo arcaico fino ad epoca imperiale. Tracce di una occupazione del territorio in età preistorica, riferibili ad uno stanziamento abitativo di epoca Neolitica (fine del IV millennio a.C.), sono state scavate su un pianoro a circa 300 metri a sud est del Casale di Valleranello.

Le indagini sistematiche hanno messo in luce i resti, su almeno dieci aree distanti in media 150 metri una dall’altra, di un articolato sistema di canalizzazioni per uso agricolo, databili probabilmente al periodo medio repubblicano (dal IV-III secolo a.C. fino al II-I secolo a.C.). Tali strutture, individuate sotto lo strato superficiale di humus, interessano l’area di un pianoro solcato in antico da un canale naturale confluente a nord verso il fosso di Vallerano.

Oltre a questo complesso sistema di drenaggi agricoli, il comprensorio è caratterizzato da un esteso e articolato reticolo viario, forse risalente già al periodo arcaico.

Due di questi percorsi (strada 1 e 2), individuati ciascuno per una lunghezza complessiva di 500 metri, sono collegati e dividono il pianoro in tre settori; è ipotizzabile che la strada 2, dopo la biforcazione in un secondo tracciato (strada 1), proseguiva verso nord ovest in direzione della tenuta di Casal Brunori.

All’incrocio di questi due assi stradali sono state rinvenute, scavate sulla parete di un fossato di erosione delle acque, quattro tombe a camera che hanno restituito corredi databili al IV-III secolo a.C.; una quinta tomba a camera, coeva alle precedenti, è stata trovata lungo la strada 2 a circa 350 metri a sud est di questo incrocio.

Alcune recenti indagini, tuttora in corso, lungo quest’ultimo tracciato stradale, hanno permesso di mettere in luce i resti di un’altra biforcazione con un nuovo percorso viario proveniente da est; all’incrocio dei due assi stradali è puntuale, anche in questo nuovo settore di scavo, la presenza di una tomba a camera. A nord ovest di quest’area sono stati rinvenuti, infine, alcuni pozzi, fosse e resti di una cisterna scavata nel banco di tufo.

E’ probabile che la strada 1, una volta attraversato il fosso di compluvio naturale del pianoro, avesse una diramazione a nord ovest verso un tracciato stradale d’accesso, individuato sul lato ovest di un insediamento databile tra la tarda età repubblicana e quella imperiale (fine II secolo a.C. – inizio I secolo d.C.).

Lo scavo di questo complesso ha messo in luce una vasta area rettangolare in cui sono state individuate vasche di lavorazione rivestite in cocciopesto, canalette di scolo, fosse, cisterne, pozzi e cunicoli sotterranei collegati fra loro; quest’area, infine, era racchiusa su tre lati da un canale a cielo aperto scavato nel banco di tufo, collegato ad una pozzo con cunicolo di scarico. Sul quarto lato sud è stata messa in luce una struttura di forma rettangolare allungata, forse identificabile come sterquilinium (letamaio), che presenta una rampa di entrata a scivolo lastricata con blocchi di basalto; accanto a queste strutture, oltre a tracce di alcune sepolture, si ha un ambiente semipogeo con resti di dolia.

A circa 500 metriad ovest di questo insediamento, è stata parzialmente indagata l’area di una villa di epoca imperiale con impianto di forma rettangolare allungata; del complesso si conservano le strutture di una cisterna su due piani, resti di un probabile dolietum e poco distante, all’interno di una piccola cava di tufo ad uso locale, un’area sepolcrale con tombe a cappuccina.

Un terzo tracciato (strada 3), grosso modo parallelo a Via di Vallerano, è stato rinvenuto, con andamento non rettilineo, ma leggermente sinuoso, nella parte sud del pianoro; molto probabilmente le prosecuzioni di questa strada, a sud est e a nord est, si raccordano con analoghi tracciati individuati rispettivamente nelle tenute della Perna e di Tor Pagnotta.

Questa strada di lunga percorrenza, probabilmente collegata con la strada 2, rimase in uso fino ad epoca imperiale avanzata come dimostrano i resti di una rampa di accesso ad una villa databile alla tarda età repubblicana (II-I secolo a.C.).

Lo scavo lungo il pendio ovest dell’altura, su cui sorge l’insediamento, ha messo in luce alcune strutture a blocchi di tufo e un vasto sepolcreto con oltre cento tombe databili nell’arco del II-III secolo d.C.; probabilmente al servizio di quest’area doveva essere destinata una fornace rinvenuta lungo la scarpata nord ovest della strada 3.

Accanto alle semplici sepolture a fossa, con la copertura di tegole alla cappuccina o all’interno di anfore, ne sono state trovate alcune di un tipo più elaborato e di maggiori dimensioni, che presupponevano una sistemazione esterna con monumento a vista, forse un piccolo basamento sostenente un’ara con iscrizione, di cui purtroppo non è rimasto alcun elemento. Fra queste la Tomba n.° 2 comprendeva una sepoltura femminile di una giovane donna all’interno di un sarcofago in marmo con ricco corredo databile all’epoca degli imperatori Antonini.

A circa 250 metri nord ovest di quest’area, lungo un tracciato stradale con pavimentazione realizzata a scaglie di basalto, è stata messa in luce una piccola necropoli posta lungo questo percorso viario proveniente dalla biforcazione con le strade 1 e 2.

Sul limite settentrionale del comprensorio, infine, lungo Via di Valleranello, sorgono i resti di una torretta medioevale di vedetta.

La struttura, di forma quadrata, è costruita in blocchetti di tufo misti a scaglie di selce e mattoni; la torre, più volte restaurata e notevolmente trasformata all’interno, conserva un finestra rettangolare ed una feritoia su ogni lato. La sua particolare posizione intermedia assicurava le segnalazioni tra l’antica e la moderna Via Laurentina.

Santa Palomba

Santa Palomba è la zona urbanistica 12n del XII Municipio del comune di Roma. Fa parte della zona Z.XXIII Castel di Leva.
Il toponimo indica più propriamente un vasto territorio diviso fra i comuni di Roma stessa, Albano Laziale, Ardea e Pomezia.

Storia

Al ventunesimo km della via Ardeatina, nel territorio di Pomezia, attorno alla preesistente stazione della ferrovia regionale FR8 e al trasmettitore radio della RAI, si è sviluppata un’area urbanistica prevalentemente industriale.
Verso la fine degli anni novanta, all’angolo fra via della Solfarata e via Cesare Fiorucci, racchiuso da viale delle Arti, sorge, con la costruzione dei primi quattro edifici, un nuovo quartiere residenziale, denominato “Roma 2 – Il Progresso”, a tutt’oggi ancora in pieno sviluppo. Altre abitazioni residenziali, sono ubicate tra la stazione di Pomezia-Santa Palomba e la via Ardeatina. Questo piccolo nucleo abitativo è chiamato “Borgo”.
Tra le industrie presenti nella zona, troviamo l’italiana Fiorucci e l’americana Johnson & Johnson.
Ultimamente alcune aziende hanno deciso di chiudere alcuni stabilimenti per trasferirsi all’estero.

Ritrovamenti archeologici
Santa Palomba presenta molti reperti archeologici, tra cui un’antica strada romana in basolato ancora ben conservato che, in epoca romana, collegava l’attuale Albano Laziale al mare, e l’antica torre di avvistamento usata nel medioevo.
Nel maggio 2006 è stato ritrovato un prezioso mosaico policromo costituito da tessere di pregiati marmi africani. Il mosaico, di dimensioni 3×2 metri, è diviso in tre riquadri:
nel primo è raffigurato un busto di donna con corona di foglie, probabile rappresentazione allegorica di una stagione; nel secondo, posto al centro, la testa di un uomo anziano con barba che, se visto da sopra, cambia in un giovane con i capelli lunghi; nel terzo si alternano a scacchiera volti maschili e alcune decorazioni “a greca”.
È certo che tale mosaico faccia parte di una domus del I-II secolo d.C. e che alla quale sia successivo.

Spregamore

Spregamore è una frazione (zona “O” 82) del comune di Roma, situata in zona Z.XXIII Castel di Leva, nel territorio del Municipio XII.
Sorge al diciassettesimo km di via Ardeatina, fra le frazioni di Falcognana a nord e di Santa Palomba a sud.

Castel di Leva

Castel di Leva è il nome della ventitreesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XXIII.
Si trova nell’area sud della città, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Il territorio denominato Castel di Leva è vastissimo, si estende da Tor Pagnotta, a ridosso della città militare della Cecchignola, fino a S. Palomba comprendendo Bel Poggio, Divino Amore, Porta Medaglia, Ente Maremma e Falcognana.
Castel di Leva sorge al dodicesimo chilometro della Via Ardeatina.

L’area del Piano Particolareggiato zona “O” n.49 “Castel di Leva” ricade nel territorio del XII Municipio. Il nucleo sorge tra la Via Laurentina, il G.R.A. e la Via Appia.

Dati
La borgata ha una superficie complessiva, pari a 32,74 ettari, per una densità territoriale pari a 72,70 ab/ha

Storia
Appartenuta all’Abbazia di San Paolo, alla fine del XIII sec. era denominata “Castrum Leonis”. Dopo il ‘400 perde il suo significato e diventa “Casalis castel de Leo”. Il castello era composto di una rocca merlata che a sua volta racchiudeva una torre anch’essa fornita di merli, mentre intorno alla rocca si raggruppavano le unità abitative, a loro volta difese da un muro ben alto con varie torrette a guardia del complesso”.
Nel XVIII sec. fu costruita una chiesetta accanto alla roccaforte.

Secondo una antica leggenda un viandante raccomandandosi ad una immagine affrescata sulla rocca, detta del Divino Amore, evitò di essere sbranato da alcuni cani randagi e da allora si iniziò a venerare tale dipinto che fu staccato dalla rocca e posto all’interno del Santuario del Divino Amore.
 

Falcognana

Falcognana è una frazione (zona “O” 50A-B) del comune di Roma, situata in zona Z.XXIII Castel di Leva, nel territorio del Municipio XII.
Sorge al quindicesimo km di via Ardeatina.

L’area del Piano Particolareggiato zona “O” n.50 A-B “Falcognana A – B” ricade nel territorio del XII Municipio. Il nucleo risulta compreso tra la Via Laurentina, il G.R.A. e la Via Appia.

Dati
La borgata ha una superficie complessiva, pari a 18,08 ettari, per una densità territoriale pari a 85,90 ab/ha.

Storia

Il nome deriva da un antico casale “Falconis” che fu certamente una villa romana, visto i numerosi reperti trovati. La Falcognana insieme a Decima era certamente la tenuta più vasta della zona.

Nel 1400 circa il casale spettava al monastero di San Sisto, che ebbe da Bonifacio VIII la facoltà di venderlo. Sotto Martino V vi entrò la casa Colonna e, nel 1432, fu da Odoardo Colonna venduto a Giacomo di Alessio Cenci, poi passò in parte ai Torlonia e in parte ai Boncompagni Ludovisi.
Nel 1903 Domenico Lanza lo acquistò dal Principe Boncompagni. Da questo è derivato il nome della
località Falcognana, nucleo abitativo nato spontaneamente dagli anni 60, che oggi si trova al 14° km della Via Ardeatina, 2 Km dopo il Santuario del Divino Amore che nel corso degli anni è diventato uno dei principali luoghi di culto della religione cattolica in Italia.
Nella tenuta c’è ancora un casale chiamato di Donna Olimpia ed un casaletto intitolato alla bella Beatrice Cenci, giustiziata per l’omicidio del padre e ritenuta innocente da tutto il popolo.

 

Cinecittà

Nella notte del 26 settembre 1935 erano andati distrutti in un misterioso incendio gli studi della casa di produzione Cines di via Veio a Roma, nel quartiere di San Giovanni.

L’occasione era perfetta: fu individuata lungola via Tuscolana, in piena campagna romana, un’area di circa 500.000 metri quadrati per la realizzazione della nuova città del cinema.

La zona, una volta latifondo proprietà dell’aristocrazia romana, era nota come Località Cecafumo, in quanto adibita allo smaltimento per combustione dei rifiuti della Capitale.

I lavori ebbero inizio il 26 gennaio 1936 con la posa della prima pietra e dopo soli quindici mesi, il 28 aprile 1937, avvenne l’inaugurazione dei nuovi stabilimenti del Quadraro.

Negli ultimi due anni di guerra, gli stabilimenti di Cinecittà vennero prima occupati dai nazisti, che li utilizzarono come luogo di concentramento di civili rastrellati nei dintorni di Roma, poi, dopo la liberazione della città, come ricovero di sfollati.

Nel secondo Dopoguerra, l’espansione urbanistica caratterizzò un vero boom edilizio locale. Con l’avvento degli stabilimenti si progettava da allora un quartiere abitativo caratterizzato dalla basilica di San Giovanni Bosco, una rivisitazione stile Littorio o “Novecento” di San Pietro in Vaticano, con annessi l’enorme oratorio e l’omonima piazza, tutti realizzati nel 1957.

Avvalendosi dell’asse tramviario che collegavala Stazione Termini con Frascati (limitato poi a Piazza Cinecittà, davanti ai laboratori dell’Istituto Luce), l’avanzata edilizia degli anni Cinquanta e Sessanta si spinse oltre il popolare quartiere Quadraro, edificando una mostruosa distesa di casamenti di sette – otto piani.

Sfruttando parossisticamente lo spazio edificabile, molte zone sono sprovviste di spazi verdi, di parcheggi ed autorimesse condominiali. Viceversa sono percorse da ridotte sedi stradali a senso unico. Il quartiere risente oramai da tempo di seri problemi di viabilità e di sosta.

Nota la via parallela alla Tuscolana, via Flavio Stilicone, come la strada a più alta densità popolativa d’Europa. Il quartiere di Cinecittà conta circa 400.000 abitanti.

Nel 1978 l’Istituto Luce a Piazza Cinecittà viene ceduto al Comune di Roma e viene adibito a sede amministrativa della X Circoscrizione, oggi detta X Municipio.

L’inaugurazione della Linea “A” della Metropolitana, il 16 febbraio 1980, ha permesso il collegamento veloce con il centro della Capitale ed al contempo ha favorito lo sviluppo del tratto della Tuscolana come via commerciale, principalmente nel settore dell’abbigliamento e calzature.

I lavori per la realizzazione della linea sotterranea si svolsero non senza problemi e polemiche, per i tempi irragionevolmente lunghi (circa vent’anni) ed il disagio apportato dalla permanenza di cantieri.

L’apertura del servizio ha determinato lo sviluppo urbano nei dintorni degli studi, fino al Grande Raccordo Anulare e la Via Casilina, dapprima zona agricola incolta adibita al pascolo e la transumanza, erigendo il quartiere di Cinecittà Est, costruito con miglior criterio rispetto al centro abitativo principale.

Il quartiere, oltre ad ospitare il complesso degli stabilimenti cinematografici, è sede di molte aziende pubbliche e private e nel Marzo 1986 si ha l’inaugurazione del primo centro commerciale della capitale: “Cinecittà Due” e dell’annesso centro direzionale, costruito sul terreno del noto campo calcistico Bettini, bellissimo spazio verde di pini e larici annesso agli studi, cui gli abitanti del quartiere erano affezionati.

Cinecittà Est

Cinecittà Est è un’area urbana del X Municipio di Roma,
all’interno del Grande Raccordo Anulare. Si estende nella zona dell’Agro Romano Z.XV Torre Maura, corrispondente alla zona
urbanistica 10f (Osteria del Curato).

È delimitata a ovest dagli studi cinematografici di Cinecittà, a sud dalla via Tuscolana e dal nodo di scambio di Anagnina, a est dal Grande Raccordo Anulare, a nord dai terreni non edificati al confine con l’VIII Municipio.

Si è formata tra gli anni settanta e ottanta, con edifici privati discretamente dotati di verde pubblico. Oggi risulta composta da tre nuclei urbanistici: il primo e più consistente lungo l’asse di viale Ciamarra, il secondo dietro agli studi di Cinecittà (viale Vignali), il terzo vicino a via Tuscolana (via Giulioli).

È sede di numerosi uffici pubblici e privati come il Catasto di Roma, l’American Express, l’ANAS, l’Agenzia delle entrate
Roma 8, il Centro per l’Impiego di Roma Cinecittà. Vi sorgono le parrocchie dei Santi Gioacchino e Anna, di San Giuseppe
Moscati e di San Stanislao.

Recentemente è stato completato su viale Ciamarra il tratto che interessa il quartiere del “corridoio della mobilità ” Anagnina-Tor Vergata, con la corsia preferenziale per gli autobus e la riqualificazione del vecchio spartitraffico mediante la creazione di un parco lineare pavimentato e di una fontana all’incrocio con
viale Rizzieri.

Il quartiere è oggetto di un accordo di programma per edificare l’area libera verso la stazione Anagnina denominata “Quadrato”, mentre è in corso di pianificazione una delle centralità urbane previste dal nuovo Piano regolatore generale romano, quella di Torre Spaccata.

Quadraro

UN PO’ DI STORIA

“…il fondo detto Lauretum (ad duas lauros) con le terme e tutta la campagna dalla porta Sessoriana (porta Maggiore) fino alla Via Prenestina, dalla Via Latina al Monte Gabo (l’attuale Monte Cavo) proprietà di Elena Augusta…”.

Questa era secondo il Liber Pontificalis la tenuta donata da Costantino alla basilica dei Santi Marcellino e Pietro. Questa si estendeva ad oriente dalle Mura Aureliane ed era compresa tra la Via Latina e la Via Prenestina fino al Monte Cavo (è possibile che il Mons Gabum sia da intendersi il Monte Cavo).
L’area era quindi vastissima e giustifica l’istituzione di una apposita diocesi suburbana, documentata nel V e nel VI secolo, con il nome di Subaugusta evidentemente in ricordo dell’appartenenza ad Elena Augusta.

In un documento del 1065 sopravvive il toponimo Loreto (derivante da lauretum), nella terra quae dicitur de Sancta Helena (cosiddetta di S.Elena).

Tutta l’area era annessa alla residenza imperiale urbana del Sessorio, la grande villa urbana, in parte occupata dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a ridosso delle Mura.

La tenuta, almeno per la parte distinta con il toponimo ad duas lauros lungo la Via Labicana, che costituisce il centro di tutto il sistema, testimonianza di una città di circa 80.000 abitanti chiamata Helenae Civitas Augusta,dovette entrare per tempo nella proprietà imperiale e la denominazione deriva certamente dall’uso, instaurato da Augusto, di ornare la porta della residenza imperiale con due piante di alloro.

Della villa rimaneva, fino a qualche anno fa, il ricordo del nome nel cinema di quartiere “Due Allori” oggi rimangono solo resti sotterranei.

In questa località, infatti, risultano insediati già nel II secolo, con il campo di addestramento ed il sepolcreto gli Equites singulares, ossia il corpo di cavalleria addetto alla guardia dell’imperatore che aveva i suoi accampamenti (castra) al Celio ed al Laterano.

Massenzio venne qui acclamato imperatore dai militari della guardia, equites e pretoriani. L’anonima epitome de Cesaribus dà infatti una informazione precisa: Massenzio fu fatto imperatore in una villa al sesto miglio da Roma sulla Via Labicana. Tale villa viene definita da Eutropio villa pubblica.

Dopo la battaglia di Ponte Milvio Costantino sciolse sia il corpo dei pretoriani che gli equites, ma il campo ad duas lauros continuò ad essere usato per le esercitazioni militari.
I resti monumentali più cospicui del fundus ad duas lauros lungo il primo tratto della Via Labicana sono rappresentati dalle costruzioni costantiniane al III miglio, presso le catacombe dei Santi Pietro e Marcellino, dalla necropoli lungo la Via Labicana costituita da catacombe e mausolei come quelli lungo la sede ferroviaria Roma-Pantano e comprendenti il sito della necropoli degli Equites singulares, dalla grande villa dei Flavi Cristiani, dalla “Rotonda di Centocelle”, dalla villa rustica a Sud della grande villa, verso la attuale Via Papiria, dall’Acquedotto Alessandrino.

In epoca augustea, la zona oggi denominata Quadraro, ricadeva in un’area particolarmente ricca di acquedotti, erano presenti: l’Alessandrino, il Claudio, l’acqua marcia, l’anio vetus e l’anio novus, in questi confluiva poi l’Aqua Iulia Tepula.

Il toponimo “Quadraro” deriva da storia più recente e si riferisce ad una antica tenuta agricola di proprietà dei monaci di S. Alessio che l’avevano concessa in enfiteusi ad un certo Guadralis dal quale, per corruzione, è derivato Quadraro.

Secondo altri: a 4 Km. da Porta S. Giovanni, quartiere presso Porta Furba sulla V. Latina, deve il nome alla tenuta om., che così chiamavasi da un acquedotto non pubblico ma consorziale, destinato ad un gruppo di 4 utenti, dei quali ci è venuta memoria epigrafica nelle condotture.

Sappiamo inoltre che nella tenuta era un castello detto pure Quadraro, che appartenne a Giacomo degli Arcioni, ad Annibaldo degli Stefaneschi, poi ad Alessio dei Cenci e alla famiglia Della Valle” come riportato nello “Stradario romano” pubblicato nella prima metà degli anni ’30.

Occorre precisare che la denominazione, fino a pochi anni fa si riferiva alla zona ora denominata Cinecittà, oggi per Quadraro si intende un quartiere di circa 270.000 metri quadri che si estende fra Via Tuscolana, Via di Centocelle ed il Quartiere Cinecittà.

Negli anni del primo dopoguerra la crisi italiana fu principalmente causata dalla scarsezza di manodopera, dal ristagno negli affari.

Nell’area romana i motivi principali della crisi erano però più localizzati, il grande afflusso di immigrati provenienti dalle campagne e dal meridione ingrossavano le file dei disoccupati con presenze prive di mestieri qualificati. Di fronte a queste emergenze il governo di allora cercò provvedimenti che si rivelarono, più tardi controproducenti: si abolirono le tasse sulle aree fabbricabili, e si fecero continue deroghe al piano regolatore del 1909 con locali piani particolareggiati.

Tutto questo doveva consentire ai privati ed allo Stato, di creare nuovi alloggi per l’aumentata popolazione, in realtà si rivelò un ottimo punto di partenza per cieche speculazioni spesso perpetrate dallo Stato stesso.
In pratica si credeva di rimediare alla crisi del dopoguerra favorendo le costruzioni, nel 1920 vennero costruiti ben 24.000 vani, contro i 12.000 vani annui prebellici.

La Roma borghese si allontanava sempre di più dalla Roma popolare, a questo distacco culturale seguirà, negli anni del fascismo, l’allontanamento topografico, attuato con la demolizione dei quartieri poveri nel centro della città.

Gli abitanti di questi quartieri si trasferiscono in quelle zone dove già da decenni sorgevano quà a là, nei terreni abbandonati della campagna romana, numerose baracche.

Nuclei di case vennero edificati lungo le vie consolari: Centocelle e Torpignattara sulla Casilina, il Quadraro sulla Tuscolana, lontanissime dai confini del Piano Regolatore, queste prime “borgate” romane sorgono favorite dalla presenza delle ferrovie per Fiuggi e per i castelli romani.

A differenza dei baraccamenti di fortuna, Torpignattara, Centocelle, Quadraro sono vere e proprie lottizzazioni, anche se povere nell’impostazione e nelle costruzioni, nella loro realizzazione intervengono piccoli imprenditori ed i proprietari sono ben contenti di guadagnare qualche lira.

Nato da una lottizzazione sanata dal P.R.G. del 1931, il Quadraro cresce nei primi decenni del secolo con palazzine di due piani stile liberty su lotti di circa 1.000 metri quadrati.

Nel secondo dopoguerra il grande fenomeno dell’immigrazione povera coinvolge l’area, solo parzialmente edificata, producendo il frazionamento e l’edificazione spontanea sui lotti rimasti liberi e su alcuni di quelli già edificati; si tratta di abitazioni ad un piano con orto e giardino e solo in qualche caso a due o tre piani.

Il quartiere del Quadraro si salvò, fra le due guerre, dalla speculazione edilizia e lo stesso destino lo ebbe negli anni sessanta, mentre le amministrazioni presiedute da Petrucci, Santini, Darida, distruggevano la via Prenestina, le grandi opere di notevole importanza come acquedotti, ponti, monumenti, venivano demoliti per far largo a nuove urbanizzazioni, per aprire cave di pietrisco, sulla Tuscolana la devastazione partiva da Don Bosco e si fermò, miracolosamente, alle porte del Quadraro.
Negli anni ’70 alcune palazzine a 5-6 piani sorgono nelle zone più vicine alla Tuscolana, mentre prosegue il processo di abbandono delle abitazioni più piccole e fatiscenti da parte degli abitanti.
Il vincolo dell’inedificabilità assoluta, insito nel progetto del Sistema Direzionale Orientale (S.D.O.) ha quindi sostanzialmente congelato l’edilizia del Quadraro favorendo l’abbandono dei lotti minori e scoraggiando interventi di riqualificazione edilizia.

Frutto di questa stratificazione, l’attuale mix edilizio del Quadraro vede la prevalenza delle villette inizio secolo e delle case basse (prevalenza assoluta nella metà a nord di via Columella), che realizzano un paesaggio caratteristico ed originale; quello del borgo urbano degli anni ’50-’60.
Le costruzioni ad 1, 2 piani, raramente a 3, si susseguono a bordo strada senza un regolare ordine geometrico, affiancate o intervallate da passaggi e piccoli giardini privati, mentre nelle zone interne porzioni di verde intervallano abitazioni ed altre costruzioni, oggi in alcuni casi abbandonate ed in stato di degrado. Le dimensioni del costruito, gli spazi ed i volumi che questo produce mostrano i segni dello sviluppo spontaneo, ‘in proprio’ ed a misura d’uomo, ricordando per questo le forme dei paesi di campagna e l’origine dei borghi medievali.
Oggi, interventi di riqualificazione conservativa realizzati da quanti hanno voluto rischiare investendo sulle proprie abitazioni, mostrano la qualità edilizia ed urbana che è possibile ottenere con l’intervento diretto dei proprietari a partire dall’esistente.

La qualità della posizione del Quadraro (data dalla vicinanza dei due grandi parchi archeologici di Centocelle e dell’Appia Antica, dalla Metropolitana e dall’area commerciale della Tuscolana fra Porta Furba e Cinecittà) prospetta infatti una potenziale domanda, e quindi un’edificazione, di livello medio-alto.

Zone

Quadraro Vecchio (immediatamente a sinistra della Tuscolana, scendendo dalla Porta Furba)

Quadraro Nuovo, o Quadraretto (immediatamente a destra, scendendo dalla Porta Furba)

Ina Casa 49 a ridosso della Tuscolana, all’altezza della fermata della metropolitana Linea A Numidio Quadrato)

Cecafumo (in corrispondenza della fermata della metropolitana linea A Lucio Sestio)

Torre del Quadraro

Si trova a Roma in piazza dei Consoli e veniva usata anticamente per controllare il primo tratto della via Tuscolana e doveva essere verosimilmente in contatto visivo con la Torre di Centocelle.

Don Bosco

Don Bosco è il nome del ventiquattresimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXIV.
Alcune targhe stradali ancora riportano la numerazione S.V, indicante l’appartenenza al soppresso suburbio Tuscolano.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 10a del X Municipio.
Si trova nell’area est-sud-est della città, lungo la via Tuscolana.

Inizialmente quest’area era compresa nella zona nota come il Quadraro, toponimo rimasto per gran parte della zona sud-est di quello che ufficialmente è il quartiere Tuscolano. Infatti con Quadraro si indicava, fino agli anni ’30 circa, tutta la zona a sud di Roma che va da Porta Furba agli attuali stabilimenti di Cinecittà.

Dopo la costruzione degli stabilimenti cinematografici la zona venne sempre più frequentemente indicata con il termine “Cinecittà”, e così il quartiere che sorse attorno.

Il toponimo Quadraro indica oggi l’area dove sorge l’insediamento urbano più antico della zona. Nella divisione amministrativa di Roma degli anni ’20 quello che sarebbe divenuto il quartiere Don Bosco era ufficialmente noto come V Suburbio, oltre che popolarmente noto come parte del Quadraro.

La nascita si ebbe per due fattori: la fondazione e lo sviluppo degli studi cinematografici di Cinecittà nel 1936, allora i più moderni e grandi d’Europa; poi per la costruzione e sviluppo del complesso salesiano e della chiesa di San Giovanni Bosco.

I lavori iniziarono nell’immediato dopoguerra, dove la zona vide la crescita urbanistica a partire dal Quadraro lungo la Tuscolana fino agli studi cinematografici. Così sorse nei primi anni Cinquanta il quartiere intensivo di Don Bosco, nato proprio con la promozione dei Salesiani intorno all’omonima basilica, inaugurata nel 1957.

La sua piazza fu utilizzata come set di alcune scene della La dolce vita di Federico Fellini, immaginandola come parte del quartiere Eur, assai distante dagli studi cinematografici di Cinecittà.

Progettata da Gaetano Rapisardi recuperando alcune indicazioni del piano regolatore del 1931, quest’area era già destinata durante gli anni Trenta alla sua urbanizzazione, motivo per cui gli edifici della piazza sono palesemente caratterizzati da un architettura tipica del ventennio fascista, uno stile architettonico noto in Europa come Stile Novecento ed in Italia come Stile Littorio, non dissimile a quello nei paesi dell’Est dell’era sovietica.

La piazza di San Giovanni Bosco è dominata dalla chiesa opera anch’essa del Rapisardi caratterizzata dalla sua mole e la grande cupola con le sculture degli angeli che sorreggono la croce.
Nel quartiere è da ricordare l’edificio dell’Istituto Luce, la più antica istituzione pubblica destinata alla diffusione cinematografica italiana. La sua sede fu costruita tra il 1937 e 1938.

Appio Claudio

Appio Claudio è il nome del venticinquesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXV.
Prende il nome dal politico e letterato romano Appio Claudio Cieco, a cui si deve la costruzione della via Appia e di opere idriche.
Il toponimo indica anche la zona urbanistica 10b del X Municipio.
Si trova nel quadrante sud-est della città.
A nord-est l’Appio Claudio confina direttamente con il quartiere Don Bosco (dal quale è diviso da via Tuscolana). Ad est, via delle Capannelle separa il quartiere dalla zona di Capannelle nel tratto tra la Tuscolana e l’Appia nuova.
Ad ovest, la via Appia Nuova forma il confine con la zona di Torricola e con l’Appio Pignatelli fino a via del Quadraro che delimita, sempre ad ovest, l’Appio Claudio dal quartiere Tuscolano (tratto compreso tra l’Appia Nuova e la Tuscolana).

Zone
Come avviene in parecchie aree urbane della capitale, le denominazioni ufficiali dei quartieri non corrispondono necessariamente alle quelle usate nel linguaggio corrente: insieme al quartiere di Don Bosco, l’Appio Claudio coincide, in parte, con la zona di Roma comunemente chiamata Cinecittà per via dei vicini stabilimenti cinematografici.
La zona principale del quartiere si trova presso la via Tuscolana, all’altezza di viale Giulio Agricola e largo Appio Claudio, dove risiedeva fino al Duemila l’omonimo mercato. A sud di questa zona si estende una superficie non edificata che comprende il parco di via Lemonia e l’area percorsa, da nord-est a sud-ovest, da alcuni acquedotti, dalla via Appia Nuova e dalle due ferrovie che portano in direzione di Cassino e di Formia. Principalmente caratterizzato da imponenti casamenti condominiali di sette – otto piani, con strade strette e privi di spazi verdi interni, tipiche dell’edilizia popolare anni cinquanta – sessanta, il quartiere si distingue a ridosso del Parco e nella caratteristica via Lemonia, per delle abitazioni signorili, non alla portata di tutti. Si tratta di una particolarità che ha favorito un contatto tra diverse fasce sociali, soprattutto nei giovani, ed un incentivo per una migliore qualità di vita nel quartiere stesso.
Presso l’Appia Nuova è situata la zona residenziale dello Statuario, unita al territorio dell’Appio Claudio dopo la seconda guerra mondiale. Il nome di questa zona, di antiche origini, potrebbe avere a che fare con il ritrovamento di numerose statue nelle vicinanze, oppure dal fatto che vi abitavano originariamente diversi scultori.

Storia
I film del neorealismo degli anni del dopoguerra ci mostrano i paesaggi di una zona non edificata in prossimità degli stabilimenti di Cinecittà. Spesso, sullo sfondo delle scene si riconosce la cupola della vicina chiesa di San Giovanni Bosco (Don Bosco), allora ancora solitaria in mezzo alla campagna. Ad esempio, Pier Paolo Pasolini, nel suo film “Mamma Roma” girato dove adesso sorge la parrocchia di San Policarpo, ha scelto molte scene per la realizzazione del suo film. Infatti, il quartiere fu costruito in massima parte negli anni cinquanta anche grazie all’intervento dell’Ina-Casa. La nascita del quartiere fu seguita da una lenta crescita delle infrastrutture. La zona era, fin dall’inizio, afflitta da problemi di piccola criminalità e da conflitti tra gli abitanti del quartiere e quelli degli insediamenti, detti all’epoca degli anni 60/70 “baraccati”, gente nomade o proveniente da regioni come Abruzzo, Molise e Calabria. Questi dormivano sotto l’acquedotto Felice, dove avevano costruito delle casette, chiamate appunto baracche. Proprio in queste improvvisate costruzioni che sorgevano alle spalle della parrocchia di San Policarpo, un prete di nome Don Sardella realizzò la prima scuola per queste persone. Lo smantellamento di questa comunità iniziò negli anni settanta con l’occupazione della parrocchia di San Policarpo e l’assegnazione di appartamenti grazie all’interessamento del parroco di allora Mons. Sisto Gualtieri; una parte degli sfollati si recò a vivere in appartamenti in Ostia Lido, altri in appartamenti vicini alla parrocchia stessa. Oggi, l’area ristrutturata totalmente è chiamata Parco degli Acquedotti, in quanto presenti ben due acquedotti, uno di epoca romana IV sec. Acquedotto Claudio, l’altro fatto restaurare da Papa Sisto V Felice Peretti nel XVI sec. e per questo denominato acquedotto Felice.
Nel 1980 una consistente spinta allo sviluppo urbano fu data dall’apertura della Linea A della metropolitana di Roma, di importanza vitale per il quartiere. Il completamento dei lavori avvenne in vent’anni, tra interruzioni, blocchi della viabilità a ridosso delle stazioni e polemiche. Sempre agli anni ottanta risalgono gli interventi di valorizzazione del parco, con la demolizione delle ultime baracche. Nel 2007 gli ultimi orti abusivi presenti all’interno del parco furono smantellati ridonando la bellezza ed il libero uso a tutti i cittadini di un parco dotato di notevoli ricchezze archeologiche.
Dall’inizio del nostro secolo, la popolazione del quartiere accusa disagi a causa di un sensibile aumento del traffico sia urbano che aereo. L’incremento dei voli verso il vicino aeroporto di Ciampino è dovuto alla politica dei voli a basso prezzo.

Siti archeologici e parchi
Di grande importanza culturale è il Parco degli Acquedotti, detto anche parco di via Lemonia. È percorso da uno dei tratti più suggestivi dell’Acquedotto Claudio, dell’Acquedotto Felice e dell’Aqua Marcia. Tra i tre, quello più imponente è senza dubbio l’Acquedotto Claudio, restaurato nel 776 dal papa Adriano I dopo la guerra gotica ed andato in seguito in rovina. Verso la fine del Medioevo, parte della sostanza dell’acquedotto fu demolita per ricavarne materiale edilizio: è stata questa la causa delle lacune che oggi ne caratterizzano il percorso creando un caratteristico andamento a singhiozzo..
Nel parco si trovano, oltre agli acquedotti ed alla chiesa parrocchiale, dei reperti archeologici di diversi tipi.
Tra questi, si ricorda la tomba dei cento scalini, usata per decenni a mo’ di discarica di rifiuti.

Parco della Caffarella

La Valle della Caffarella (339 ha.) è una valle alluvionale creata dal fiume Almone comprende un’area tra le mura Aureliane, la Via Latina e la Via dell’Almone e costituisce la prima parte del Parco dell’Appia Antica esteso per circa 2500 ha.
È ricca d’acqua, che affiora da falde e sorgenti.

Storia

Il toponimo Caffarella, esteso all’intera valle dell’Almone, deriva delle tenute ivi preesistenti unificate nel ‘500 dalla famiglia romana Caffarelli.

Nell’area, che in epoca antica era caratterizzata da residenze extraurbane, si conservano, in un suggestivo paesaggio agricolo, numerosi resti di ninfei, di sepolcri e di un tempio.

La torre inglobata nel casale Gualtieri, la “torre Valca” sull’Almone, la stessa chiesa di S. Urbano e i resti sparsi di impianti idraulici, testimoniano la frequentazione della Valle in età medioevale.

Nel XV sec la valle assistette ad una serie di manovre militari durante i tentativi del Regno di Napoli di controllare la città, mentre il processo di formazione della tenuta, a seguito di aggregazioni successive di singoli appezzamenti sembra concluso nel 1547 quando, sulla mappa di Eufrosino della Volpaia, il casale della tenuta viene indicato come “vigna dei Caffarelli”, al centro della quale edificarono il casale della Vaccareccia.

Dal Catasto Alessandrino (1660) il territorio appare suddiviso in tenute attorno alle quali si sviluppa un sistema di vigne e terreni coltivati e generalmente serviti da casali ancora esistenti.

Il fondo passò poi nel 1695 ai Pallavicini e da questi nel 1816 ai Torlonia che completarono l’impianto idrico.

Nel secolo scorso la Caffarella era sfruttata anche come cava di pozzolana, utilizzata negli edifici della Roma umbertina.

La prima ipotesi di realizzazione di un parco archeologico nel comprensorio dell’Appia Antica, alle cui vicende urbanistiche c strettamente legata la storia della valle della Caffarella, risale agli inizi dell’800 e venne attuata con l’esproprio di  una fascia lungo la via Appia e la sistemazione della passeggiata archeologica ad opera del Canina.

Il Piano Regolatore del 1965, a seguito delle accese battaglie condotte da Italia Nostra e dall’I.N.U. (che si opponevano all’edificazione massiccia prevista dal Piano Paesistico nel 1960) vincola a parco pubblico l’intero comprensorio riconoscendo la vocazione naturale di questa eccezionale porzione dell’Agro Romano. I procedimenti espropriativi avviati dal Consiglio Comunale negli anni ’70 come altri provvedimenti dell’Amministrazione Comunale riguardanti l’acquisizione delle aree e la sistemazione del Parco non ebbero seguito.

Con la Legge Regionale n.66 del 10.11.88, viene istituito il Parco Regionale Suburbano dell’Appia Antica e viene affidata la sua realizzazione e gestione ad un’azienda consortile costituita nel 1992.
Territorio

Il territorio della Caffarella, percorso interamente dal fiume Almone, offre interessanti occasioni per un approccio didattico alla storia geologica di Roma in quanto sono ancora leggibili le vicende geologiche che hanno portato alla deposizione dei terreni sui quali si è sviluppata la città.

I depositi profondi della Valle del fiume Almone sono costituiti da sedimenti marini del Pliocene (argille azzurre), sedimenti marini (sabbie e argille marine) ed alluvionali del Pleistocene (argille, sabbie e ghiaie). Successivamente questi terreni sono stati ricoperti dai prodotti piroclastici del Vulcano Laziale (tufi e pozzolane) derivati da quattro successive eruzioni vulcaniche.

La presenza del tufo litoide lionato, da sempre utilizzato come materiale da costruzione, è testimoniato da numerose cave estrattive.

Appartiene ad una fase distinta la cosiddetta Colata di Campo di Bove che partendo dal Vulcano Laziale, termina alla base della tomba di Cecilia Metella. La morfologia della Valle e stata determinata dalla successiva azione erosiva del fiume Almone sui depositi vulcanici. Nell’area si contano numerose sorgenti d’acqua.

Lasciata in parte al naturale, la Valle della Caffarella si inserisce nella cornice della campagna romana subito a ridosso delle Mura Aureliane, all’interno dell’attuale perimetro cittadino.
Lo stato agricolo, riconducibile alla struttura cinquecentesca è notevolmente rimaneggiato anche a seguito dell’abusivismo agricolo che ha prodotto innumerevoli “orticelli di guerra”.

Nonostante questa ed altre forme di degrado dovute alla mancanza di presa in carico da parte dell’Amministrazione del patrimonio artistico e naturalistico della Caffarella, si può gustare un’atmosfera tipica di campagna romana: animali al pascolo e boschetti, corsi d’acqua inquinati ma ancora recuperabili, grotte di tufo, limpide sorgenti e strette vallette ricche di sottobosco.

Casale della Vaccareccia

Si tratta di un ampio casale agricolo costruito dai Caffarelli, proprietari di questa zona dal XVI secolo,  i quali diedero il loro nome a tutta la vasta tenuta e ricondussero l’ameno complesso di valli, boschi e declivi, ricco di vestigia storiche, ad un’unica e funzionale azienda agricola.

Nel XIII-XIV secolo nel casale venne inclusa una torre costruita con blocchetti di tufo e scaglie di marmo che assunse anche funzione di collegamento tra i due piani.

In origine era molto più alta, per controllare tutta la tenuta fino alla via Latina.

La Vaccareccia, nella parte superiore, presenta una grande ala con un bel portico su colonne antiche; di lì si può entrare nella casa dei contadini, col tetto a spiovente, la loggia del ‘500 e il fienile, in unico corpo rinforzato da robusti muri di sostegno.

Nel 1695 la tenuta della Caffarella fu venduta ai Pallavicini e nel 1816 passò ai Torlonia, che operarono dei piani di ristrutturazione del casale e della zona circostante (aggiungendo la grande stalla lungo uno dei lati dell’aia) e bonificarono il fondovalle per l’ultima volta. Alcuni edifici del casale mostrano lo stemma della casata, raffigurante una corona che sovrasta due comete.

Ancora oggi è abitata da contadini che producono formaggi e ricotte ricavati da pecore lasciate al pascolo nella Valle.
Il complesso della Vaccareccia occupa una superficie coperta di 3200 mq situato amministrativamente nel territorio dell’XI Municipio, è in parte utilizzato per l’allevamento di ovini (3 greggi di pecore perun totale di circa 1000 capi che pascolano nella valle) e la produzione di formaggio pecorino e ricotta.
Il Piano di Utilizzazione della Caffarella destina la Vaccareccia ad “attrezzature per la fruizione del paesaggio agricolo e storico”, individuando in questo casale il punto di vendita dei prodotti dell’agricoltura.

Purtroppo circa 15 anni or sono un incendio ha danneggiato parte del tetto del casale per cui risulta urgente un restauro e la struttura risente dell’assenza pluridecennale di una pur minima manutenzione; solo la stalla è stata invece completamente ristrutturata dagli ex proprietari, Fondazione Gerini, e pertanto può, insieme all’antistante aia, fin d’ora essere utilizzata per una serie di eventi.

Il casale, espropriato nel 2005 con ordinanza del sindaco Veltroni è stato acquisito al patrimonio comunale nel 2007 ed ora è finalmente pubblico.

Torre Valca

Superato il Ninfeo di Egeria proseguendo oltre arriviamo a scorgere la torre Valca posta sulla nostra sinistra.

Dal termine longobardo “walcan” (rotolare), la torre faceva parte di un sistema di mulini ad acqua (le cosiddette valche risalenti all’XI secolo) utilizzati per la lavorazione e il lavaggio di panni.
La torre costruita a blocchetti regolari di tufo, di peperino e di marmo, controllava l’attraversamento del fiume Almone.

E’ proprietà privata.

Appio-Pignatelli

Appio Pignatelli è il nome del ventiseiesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXVI.
Prende il nome dalla via Appia e dalla nobile famiglia Pignatelli.
Si trova nel quadrante sud-sud-est della città.

Pignatelli è il nome della zona urbanistica 10d del X Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXVI Appio Pignatelli.
È situata a sud-est della capitale.
Prende il nome dalla famiglia nobiliare Pignatelli.

Quarto Miglio

Quarto Miglio è il nome della zona urbanistica 10c del X Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXVI Appio Pignatelli e sulla zona Z.XVIII Capannelle.
La zona sorge al IV miglio di via Appia Antica.

Capannelle

Capannelle è il nome della diciottesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XVIII.
La zona prese il nome da due capanne situate a cavallo della via Appia Nuova.
Si trova nell’area sud-est della città, a ridosso ed internamente al Grande Raccordo Anulare.

Collegamenti
Fino al 1978 le Capannelle sono state unite a via Amendola, nei pressi della stazione Termini, da una linea tranviaria della STEFER, poi divenuta ACOTRAL. Questa linea era la tratta urbana della tranvia dei Castelli Roma-Albano Laziale-Genzano, soppressa nel percorso extraurbano oltre le Capannelle già nel 1965.

Osteria del Curato

Osteria del Curato è il nome della zona urbanistica 10f del X Municipio del comune di Roma.
Si estende sulla zona Z.XVIII Capannelle.
È situata a sud-est della capitale, internamente e a ridosso del Grande Raccordo Anulare, tra la via Tuscolana e via Lucrezia Romana.
Prende il nome dalla omonima frazione ed insieme alla zona urbanistica di Gregna di Sant’Andrea costituisce la zona “O” 34.

Origine del nome
Nel XVII sec. è documentata la presenza di un casale con un’osteria comunemente detta “del Curato”. Secondo la tradizione un padre curato preparava da mangiare per i contadini della zona.

Storia
L’Osteria che da il nome alla località, era tra le più antiche e famose di Roma. Era posta sulla via percorsa dai carretti che portavano il vino dei Castelli romani fino in città ed era un punto di sosta utile perché isolato nella campagna. Aveva anche una piccola cappella come stesso accadeva, per i viandanti e gli abitanti della campagna intorno. Era proprietà della parrocchia e Prebenda di S. Giovanni in Laterano. Non si hanno notizie certe sulla prima edificazione che deve essere stata assai antica perché posta sulla strada Anagnina molto utilizzata nel periodo medievale.
Durante il fascismo avevano base gruppi partigiani azionisti e di sinistra che godevano dell’appoggio popolare.

Nel territorio ci sono aree di notevole interesse archeologico, soprattutto verso la via di Capannelle, dove si trovano i ruderi della Villa dei Sette Bassi, e lungo via Casale Ferranti.

Lucrezia Romana

Lucrezia Romana è il nome della zona urbanistica 10e del X Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XVIII Capannelle.
È situata a sud-est della capitale.
Il nome ricorda una patrizia romana del VI secolo a.C.

Gregna-Sant’Andrea

Gregna è il nome della zona urbanistica 10h del X Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XIX Casal Morena.
È situata a sud-est della capitale, esternamente e a ridosso del Grande Raccordo Anulare, tra la via Anagnina e la via Appia Nuova.
Conosciuta con il nome completo di Gregna di Sant’Andrea, insieme alla zona urbanistica di Osteria del Curato, costituisce la zona “O” 34.

Gregna di Sant’Andrea è l’unione di due borgate distinte: Gregna e San Andrea.

Ciampino

Ciampino è il nome della zona urbanistica 10x del X Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XX Aeroporto di Ciampino.
È situata a sud-est della capitale.
Prende il nome dal vicino comune di Ciampino.

Aeroporto di Ciampino è il nome della ventesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XX.

Confini
Si trova nell’area est della città, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare e confinante con il comune di Ciampino.

Morena

Morena è il nome della zona urbanistica 10l del X Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XIX Casal Morena, a sud-est della capitale, esternamente al Grande Raccordo Anulare, a cavallo della via Anagnina e al confine col comune di Ciampino.

Casal Morena è il nome della diciannovesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XIX.
Si trova al km 4 della via Anagnina ed era nota già nel X secolo.
E’ rappresentato da un insieme di edifici, circondati da un vasto recinto, probabilmente corrispondente a quello della curtis medievale. E’ costituito da un corpo a tre piani (forse in origine una torre) e da una serie di casali a due piani databili dal XVI al XVII secolo.
Il complesso sorge sulle rovine della villa romana, attribuita a Lucio Licinio Murena, se ne conservano ancora alcuni resti di ambienti: il criptoportico; il settore termale; l’allevamento di pesci.

Storia

La testimonianza di Domenico Romalli,  da lui fornita ad un giornale locale, ci fornisce un ricco ed esauriente quadro di Morena ai primi del novecento. Egli nacque nel 1921, proprio nell’anno in cui suo nonno Domenico acquistò la tenuta “Casal Morena “  dalla duchessa Maria Lavaggi Grazioli.

A quell’epoca Morena era una immensa distesa  di terre a culture prative e cerearicole  che si estendeva sulla destra e sulla sinistra della via Anagnina. Questa era una strada stretta non asfaltata percorsa sul lato destro in uscita da Roma dal tram della STEFER che proprio a Morena aveva una fermata con lo scambio. I pochi abitanti si spostavano anche col carretto con l’asino, utilizzato quest’ultimo specialmente dai piccoli vignaioli di Grottaferrata che scendevano ai combattenti.

Erano queste le prime vigne sorte a Morena, allorché dopo la guerra (1915-1918), le terre appartenenti ai grandi proprietari terrieri (Colonna, Lavaggi e Senni) furono per  buona parte espropriati dallo Stato per essere cedute agli ex combattenti. Così sorsero a Morena i primi vigneti, nella zona compresa tra via della Stazione di Ciampino e via dei Sette Metri ed anche in quella dei Centroni.

Durante questo periodo la tenuta di Morena che aveva una estensione di circa duecentocinquanta ettari, non fu espropriata tutta, ma un quarto del suo territorio fu lasciato a condizione che la proprietaria permettesse la costruzione di efficienti strutture agricole per un possibile insediamento  abitativo. Infatti vennero effettuati i seguenti lavori: dissodamento dei terreni, realizzazione di un reticolo di strade, costruzione  di  una  vaccheria, di un grosso fienile, di un’abitazione per salariati ( il casalotto). Venne mantenuta integra la struttura dei vecchi casali, cui la caratteristica del nucleo aziendale circondato da un vasto recinto (sul modello della Curtis  del Medio Evo). Effettuate le opere di modifica, la contessa ha venduto la tenuta al Romalli.

Intorno a Morena c’erano soltanto la vaccheria di Casalotto ed una dispensa. Verso Roma, il vecchio Casale di Gregna, mentre dall’ altra parte, verso  Grottaferrata, si incontrava qualche casa di campagna. Il punto d’ incontro dei residenti di allora, bovari e vaccari, era costituito dalla dispensa: una specie di emporio dove si poteva acquistare il pane, la ventresca, il pecorino, il vino. Al tempo della fienagione e della mietitura la popolazione cresceva improvvisamente grazie all’arrivo di grossi gruppi provenienti dalla Ciociaria, i quali, giunti con muli carichi di masserizie, si sistemavano alla meglio in fabbricati aziendali. Il loro lavoro veniva ricompensato anche in natura con grano, olio, ventresca, sigarette. La presenza della malaria rendeva obbligatoria, per tutti i residenti, la distribuzione e l’assunzione del chinino di stato. Lavoravano sia uomini che donne, suddivisi in squadre dall’alba al tramonto, dandosi il cambio. Le donne provvedevano anche all’approvvigionament0 dell’acqua e delle vivande. In ogni “squadra” c’era un suonatore che nei momenti di stanchezza rallegrava i compagni cantando stornelli ciociari, accompagnandosi con l’organetto. La preparazione dei terreni per la semina del grano veniva compiuta da aratri in ferro tirati da due o tre coppie di buoi. La funzione del bovaro era per questo tipo di attività importantissima.  In primavera e in autunno, dopo qualche grosso temporale la marrana si gonfiava ed inondava la valle di Morena. Avveniva, allora, la cosiddetta pesca miracolosa, in quanto l’acqua  trasportava a riva grosse anguille che venivano catturate con i bastoni.

Lungo il decennio degli anni Trenta iniziò gradualmente il processo di meccanizzazione e l‘utilizzo di energia elettrica consentì lo scavo dei primi pozzi e permise il conseguente sollevamento dell’acqua. Migliorarono così le coltivazioni e si cominciò ad allevare bestiame da latte, oltre che quello da lavoro. Si arrivò così alla vigilia della seconda guerra mondiale con l’incremento dei residenti e l’inizio di qualche modesta costruzione che venne realizzata principalmente nella zona di via Della Stazione di Ciampino e dei Centroni.

Come zona è sorta negli anni sessanta in lottizzazioni abusive, in aperta campagna romana, con case costruite, in gran parte, da operai occupati nell’edilizia, che a prezzi relativamente bassi, hanno acquistato il lotto di terreno su cui costruire, da soli, la loro prima abitazione.

Morena si è sviluppata poi negli anni settanta, dopo che il Piano Regolatore Generale del Comune di Roma del 1962 aveva previsto l’espansione edilizia anche nell’estrema periferia del territorio comunale, ed è stato adottato il primo piano particolareggiato per la ristrutturazione urbanistica delle zone sorte spontaneamente.

Con il primo piano particolareggiato si è sviluppata un’edilizia residenziale di palazzine e ville realizzate da costruttori professionisti, ma non si è bloccata l’espansione abusiva, ormai non più solo di necessità, anzi, è continuata con più vigore dopo l’approvazione della Legge Bucalossi del 1977, malgrado prevedesse la demolizione di case abusive.

Fino agli ottanta nella maggior parte delle zone di Morena, (Settemetri, Casal Morena, Morena Sud, Centroni), pur abitata da decine di migliaia di persone, mancavano totalmente le opere di urbanizzazione primaria: fogne, acqua, strade asfaltate, illuminazione pubblica.

Solo con l’attuazione del cosiddetto Piano Acea, ideato e avviato dal sindaco Petroselli, è stato possibile dotare la parte più consolidata del quartiere dei servizi essenziali al vivere civile.

La strada statale Anagnina, una delle strade più pericolose d’Italia, taglia e divide nettamente il quartiere, aumentando i disagi agli abitanti, che non possono usufruire facilmente dei servizi, presenti da una parte e l’altra della strada.

Oggi Morena, pur molto richiesta da chi cerca casa, è un quartiere dormitorio che ha la necessità urgente di essere ristrutturato e riqualificato; mancano scuole, piazze , parchi, centri sportivi e sociali. La viabilità è inadeguata e pericolosa.

Molti progetti già finanziati potrebbero essere realizzati, appena rimossi gli impedimenti, spesso solo burocratici, che ritardano per anni l’avvio di un’opera pubblica.

Per altre opere necessarie, occorrerà aspettare ancora molto tempo, data la scarsità di risorse finanziarie a disposizione degli enti locali, aggravata anche per l’attuale politica nazionale che sta privilegiando le grandi opere, che sicuramente toglieranno altre risorse indispensabili al risanamento urbano delle periferie delle grandi città.

L’attuale amministrazione del Comune di Roma sta per adottare il Piano Regolatore Generale, che pur riducendo di milioni di metri cubi l’espansione prevista da quello del1962, inquesto quadrante della città, soprattutto X Municipio, prevede la costruzione di grandi opere direzionali, commerciali e residenziali, che, se non supportate da adeguamenti della viabilità, soprattutto su ferro, aggraveranno il problema della mobilità.

Il Nome

La zona prende il nome dalla Torre Morena, costruita nel XIV secolo, e che a sua volta, probabilmente, lo prende dal console romano Aulus Terentius Varro Murena (23 a.C.), che fu proprietario del terreno e di una villa in questa zona.

Due, tra i membri della famiglia, ad essere ricordati: Lucio Licino Morena padre e figlio.

Il padre fu legato di Silla nella Prima Guerra Mitridica (89-85 a.C.), durante la quale si distinse nell’assedio del Pireo e nella battaglia di Cheronea (86 a.C.).

Rimasto governatore in Asia dopo la pace di Dardano (85 a.C.), desideroso di gloria, provocò di sua iniziativa,la Seconda Guerra Mitridica(83-81 a.C.) e subì una grave sconfitta, tanto che Silla gli ordinò di sospendere le ostilità. Nonostante la sconfitta, ebbe il suo trionfo (81 a.C.).

Il figlio militò, insieme al padre, nella seconda guerra Mitridica, fu legato di Lucullo nella terza guerra Mitridica  (66-63 a.c), pretore nel65 a.c. e console tre anni più tardi (62 a.c). Nelle elezioni per il consolato fu accusato di broglio, ma fu assolto nel processo nel quale ebbe come difensori Crasso, Ortensio e Cicerone. Legò il suo nome alla Lex Licinia Iunia.

Un’altra possibile ipotesi relativa  al nome di Morena  viene rintracciata in altri documenti, i quali trascrivendo il nome con le varianti Morano, Moreni, Morreni, Morene, si collegano alla radice “MAR”  e “MOR” e fanno risalire il vocabolo MARRANA. Questo rivo che ha origine nella valle di Molara scorre perla valle Marcianae Preziosa, vicina a Grottaferrata, entra a Morena, e nella zona del Casalotto, lascia il suo corso naturale presso le rovine di Centroni ed entra a Roma. Nella pianta  Bufalini  del 1951k è detto Acqua Mariana, in quanto la scorreva  sul territorio detto “ager marianus”. Popolarmente il toponimo fu corretto in Marrana, termine finito per identificare i fossati che ancora oggi circolano  sotterranei, a volte riemergendo come risorgive.

L’acqua passava per Morena sulla via Latina, dove fu costruita una torre soprannominata dell’Acqua Sotterra.

Il percorso iniziale utilizzava un fosso preesistente detto dell’acqua Crabia e prendeva le sue acque da Squarciarelli e dalla fonte La Preziosa, tra Marino e Grottaferrata , cioè dalle stesse acque che rifornivano gli antichi acquedotti romani Tepula e Julia.  Il canale seguiva gli antichi acquedotti e scendeva verso Roma. Vicino a Villa dei Centroni, a Morena, tramite una diga, l‘acqua veniva incanalata in un condotto sotterraneo appartenente all’ antico acquedotto Claudio, percorrendo il tratto della Via Latina.

Romanina

Romanina è il nome della zona urbanistica 10g del X Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XVI Torrenova.
È situata a sud-est della capitale, esternamente e a ridosso del Grande Raccordo Anulare, tra la via Tuscolana e l’A1 Autostrada del Sole, e dal quale è direttamente accessibile tramite uno svincolo.
Collega la città con gli abitati di Vermicino e Frascati.

Nata come zona rurale (zona “O” 60A-B), è oggi caratterizzata da una forte espansione urbanistica residenziale e, soprattutto, direzionale e commerciale, con un’alta concentrazione di centri commerciali.

La zona cominciò ad essere abitata dopo un po’ dalla Delibera del Comune di Frascati del 1946, la quale assegnava a cittadini frascatani Combattenti e Reduci dell’ultima guerra degli appezzamenti di terreno agricolo di 2.500 mq, al fine di promuovere lo sviluppo dei suoi abitanti.

Questi terreni pur essendo nel territorio del Comune di Roma, erano tuttavia, da tempo immemorabile, di proprietà del Comune di Frascati, come d’altronde l’area attuale del parcheggio della metropolitana, tutto Gregna di Sant’Andrea, Passolombardo, Campo Romano ecc.
Con la delibera, Frascati lottizzava quei terreni anche se,a loro dire, erano vincolati da usi civici.
Accadde però che molti beneficiari di quei terreni trovarono scomodo utilizzare il lotto a loro assegnato e così lo vendettero, anche se in modo improprio, ma a prezzi abbordabili, ad immigrati delle varie regioni italiane ed a subentranti romani espulsi dal centro dalle precarie condizioni economiche.

Questo fatto ha aperto un annoso contenzioso con Frascati sulla proprietà dei terreni, che ha spesso frenato lo sviluppo dell’allora borgata e che è stato superato solo recentemente dopo una lunga e dura lotta legale. Insomma, cominciava a popolarsi e formarsi un primo nucleo abusivo con strade di cinque metri in terra battuta, senza luce nelle case, figuriamoci sulle strade, senza scuole, ne fogne, niente di niente: una borgata come altre cento che sorgevano attorno alla cinta della città, che in quegli anni di selvaggia urbanizzazione, aumentava mediamente di 90.000 abitanti all’anno.

Cominciavano gli anni del boom economico, ma anche di sacche di miseria e di emarginazione, come le baracche del Mandrione e di Tor Fiscale; siamo già intorno al 1950, tutti conducevano una vita sobria, difficile, ma con grandi speranze di crescere e di migliorare.
La socialità, di tipo rurale, era serena e gioiosa, i bisogni semplici, i rapporti umani molto solidali.

Così arriviamo agli anni sessanta con una borgata già delineata e abbastanza popolata, ma ancora senza nome.

Di notevole da ricordare: i primi allacci di energia elettrica nel 1953 e la costruzione della prima carreggiata del Grande Raccordo Anulare nel 1954, che divise in due la borgata. Poco dopo l’inizio dell’altra lottizzazione, quella di Parmeggiani, che costituisce l’altra faccia della Romanina.
Infatti i circa 70 ettari della originaria lottizzazione del comune di Frascati erano circondati da latifondi abbastanza importanti, con nomi altisonanti e con grandi proprietà: i Gerini, nella cui area in seguito è sorto il quartiere di Cinecittà Est, quello di Viale Antonio Ciamarra per intenderci; i Parmeggiani appunto; i Picara, che diedero luogo alla lottizzazione di Giardini di Tor di Mezza Via, attorno a Via Gasperina; ed infine gli 80 ettari dell’area Italcable, fino a Ponte Linari, dove fra poco sorgerà la cosiddetta Centralità Romanina, con importanti centri direzionali, commerciali e residenziali con una nuova chiesa e grandi arterie interquartiere.

A cavallo degli anni ’50 ed i primi anni ’60 il nuovo insediamento urbano, sempre più popoloso, cominciava ad assumere un aspetto di borgata (si chiamavano così tutti gli agglomerati di edilizia abusiva e di tipo familiare che cominciarono a sorgere a decine intorno a Roma).

La borgata, le cui strade coincidevano con quelle della lottizzazione agricola di Frascati e poi di Parmeggiani ed erano larghe 5 metri di terra battuta, polverose d’estate, fangose d’inverno; cominciava a reclamare al Comune di Roma una sistemazione urbanistica e soprattutto la fornitura di servizi primari come le fogne e servizi sociali, come la scuola o la farmacia.

Il nome è nato quasi per scherzo ad opera di lavoratori abruzzesi pendolari. Tutti infatti avevano l’abitudine, quando si recavano al lavoro ed a fare la spesa nel nuovo quartiere Tuscolana, di rispondere:“Vado a Roma!” a chi avesse chiesto:“Dove vai?”. Con un pizzico d’orgoglio i pendolari in questione, quando tornavano a casa e pagavano il biglietto della Stefer, dichiaravano al bigliettaio che andavano alla Romanina, cioè alla piccola Roma. E così il nome rimase e fu adottato dal Comune e dall’Anas, che per prima piantò un cartello stradale con su scritto: Borgata Romanina.

Siamo già nel 1962, anno fondamentale per la storia della Romanina, infatti, in quell’anno il Comune di Roma approvò il Nuovo Piano Regolatore della città, che prendeva in considerazione la borgata destinandola ad una ristrutturazione e ad un recupero urbanistico. Nel contempo cominciavano i primi tentativi per il riscatto dei terreni da Frascati.

Un’altra data importante fu l’anno in cui fu promulgata la cosiddetta Legge Ponte, cioè la Legge Mancini, la quale consentiva di mettere in regola le case costruite abusivamente entro l’agosto del 1967: questo fatto diede un poderoso impulso all’edificazione ed al completamento di opere già avviate. La Romanina cominciava a farsi grande e i suoi confini già delineati entro il quadrato formato dal GRA, dall’Autostrada per Napoli, dall’Italcable e dalla Tuscolana.
Anche il 1968 è una pietra miliare per la storia della Romanina. Infatti, il Comune di Roma, anche per merito di pressioni politiche e sociali dei suoi abitanti, adottò il primo Piano Particolareggiato in esecuzione del Piano Regolatore Generale; il primo strumento urbanistico in assoluto che venne approvato in tutta la città e questo è un record di cui vantarci, poiché da quel momento iniziò la trasformazione di Romanina da borgo semi agricolo ad un grande ed importante quartiere (20 anni fa, se dicevi di abitare alla Romanina la faccia dell’interlocutore assumeva un’aria perplessa e interrogativa, oggi conoscono la Romanina anche nella Regione, per via dell’università e per i tanti, forse troppi, Centri Commerciali).

L’unica ex borgata ad avere strade decenti e dotata, per esempio, di tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dalla scuola dell’infanzia fino all’università.

Romanina A e B

L’area del Piano Particolareggiato zona “O” n.60 A-B “La Romanina” ricade nel territorio del X Municipio, nel quadrante sud-est della città, a cavallo del G.R.A., tra l’autostrada Roma-Napoli e la Via Tuscolana.

Dati

La borgata ha una superficie complessiva, pari a 29,21 ettari, per una densità territoriale pari a 72,88 ab/ha.

San Vittorino

San Vittorino è il nome della undicesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XI.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8h del VIII Municipio.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso del confine con i comuni di Tivoli, San Gregorio da Sassola, Poli, Castel San Pietro Romano, Palestrina, Gallicano nel Lazio, Zagarolo e Monte Compatri.

Storia

La zona presenta numerose testimonianze di insediamenti umani fin dal periodo eneolitico.

Il borgo di San Vittorino può essere considerato un classico esempio di borgo feudale.

E’ appartenuto al vescovo di Tivoli, nel X secolo, Nel 1411 fu consesso in feudo a Giovanni Colonna dai monaci di San Paolo, i quali lo vendettero nel 1411.

Nel 1430 era di proprietà di Stefano Colonna, per poi passarre, nel1448, inproprietà ai Barberini e successivamente alla famiglia Schiarra.

Geografia

La borgata di San Vittorino, che prende il nome dal santo omonimo vescovo e martire, sorge su un costone tufaceo delimitato da due valli adiacenti sorte dalla perenne erosione di due piccoli torrenti; è un’area di olivi e boschi selvatici, situata a circa 30 km dalla capitale, a 150 metri s.l.m.

L’ingresso del sito è costituito da un suggestivo arco di tufo.

Morfologicamente, in modo analogo a molti comuni del Lazio,  è collocato su di un  pianoro roccioso, con un perimetro caratterizzato da pareti a strapiombo. Quasi un’isola di roccia collegata alla “terraferma” tramite un’unica via, il cui accesso, è difeso da un ponte levatoio, da due torri e dal castello.

Il borgo è caratterizzato e costituito da un giro chiuso di case che in un unico punto si affaccia sulle valli circostanti, sorte dalla perenne erosione di due piccoli torrenti, e circoscrive una piazza interna interrotta da due file quasi ortogonali di case.

La borgata presenta tutte le caratteristiche sociologiche, culturali e storiche di un antico borgo o di un paese della campagna romana. Tutt’oggi sopravvivono gli elementi strutturanti la comunità medievale, quali il palazzo baronale, la chiesa, la fontana, la prigione.

Importante centro religioso della zona è il Santuario di Nostra Signora di Fatima a San Vittorino, che dipende dalla diocesi di Tivoli.

Castello di S.Vittorino

E’ un Castello Medievale situato in Via di Poli, dal Km. 27,500. La notizia più antica risale al 979, quando il castello è ricordato tra i beni confermati da Benedetto VII al vescovo di Tivoli. Segue un diploma di Ottone III (980-1002), per S. Alessio, in cui è ricordato come casale. In seguito fece parte dei possedimenti del Monastero di S. Paolo, mentre fra XII e XVI secolo seguì le sorti dei vicini Castelli di Corcolle e di Passerano. Nel 1630 fu acquisito dai Barberini.

L’accesso si trovava e si trova ancora tuttora sul lato orientale attraverso un ingresso che sembra risalire al XVII secolo, per un ponte costruito sull’antico fossato; è fiancheggiato da una torre a pianta quadrata. Sul lato SO era un portale in tufo del XVI secolo incastrato in seguito tra case. La porta aveva arco a tutto sesto bugnato, e pilastri dorici. Molto rimodernato poco rimane delle pareti e delle torrette in blocchetti di tufo (XIII sec.) del recinto, oggi appare come un piccolo villaggio.

Il santuario di Nostra Signora di Fatima a San Vittorino è una chiesa di Roma, nella zona San Vittorino, in via Degas. Sebbene sita nel comune di Roma, dal punto di vista ecclesiastico dipende dalla diocesi di Tivoli.

È stata costruita tra il 1970 (inizio dei lavori il 17 settembre) ed il 1979 su progetti dell’architetto Lorenzo Monardo e solennemente inaugurata il 13 maggio 1979 dal vescovo di Tivoli, monsignor Guglielmo Giaquinta. È stata ideata come una tenda, a pianta circolare, che innalza la sua cuspide verso il cielo, come un grande imbuto rovesciato. Le vetrate dei portali sono opera del sacerdote francescano Ugolino da Belluno, e raffigurano i simboli della passione di Cristo.

L’interno non ha navate, ma l’ambiente circolare confluisce, leggermente in discesa, verso il suo centro, ove è posto l’altare di marmo bianco, sopra una pedana, anch’essa circolare, di marmo nero. Dietro l’altare è posto un grande angelo, che sorregge il tabernacolo, ai cui piedi vi sono le statue dei tre veggenti di Fatima, Lucia, Francesco e Giacinta: il tutto è opera dello scultore milanese Montagutti. Ai lati dell’altare vi sono, da una parte una statua della Madonna di Fatima, e dall’altra un crocifisso.

Lungo le pareti è espostala Via Crucis, opera bronzea di Gabriele di Jagnocco.

La cripta è dedicata ai beati Francesco e Giacinta, i due veggenti morti prematuramente.

 

Pantano Borghese

La denominazione del luogo deve farsi risalire alla combinazione di 2 diverse sorgenti.

La prima, Pantano, trae origine dalla conformazione dei territori, la seconda, Borghese, dalla famiglia omonima che ne fu proprietaria nel XVII secolo.

La denominazione Borghese infatti, compare nel 1660 nel Catasto Alessandrino.

Anticamente la zona era conosciuta come Fundus Grifis.

Il casale

Fu acquistata nel 1613 dal Cardinale Scipione Borghese e da quell’epoca è rimasta in proprietà alla famiglia Borghese in via ereditaria. La Tenuta si trova in una zona compresa tra la Via Casilina e la Via Prenestina, distante 20 km dal centro di Roma.E’ caratterizzata dalla presenza di resti archeologici della città preromana di Gabi di cui si possono ancora ammirare il Tempio di Giunone oggi facente parte di un ampio parco archeologico.

La Tenuta

La Tenuta è attraversata dall’acquedotto Alessandrino, costruito nella prima metà del III secolo D.C. da Alessandro Severo. Attualmente nella Tenuta si allevano bovini per la produzione del latte fresco di Alta Qualità. Oltre all’attività di allevamento si coltivano foraggiere per gli animali (mais, erbai e prati) e colture estensive cerealicole (grano duro).

Nel centro aziendale, si è ricavato un grande salone per ricevimenti attrezzato di cucina e servizi, si sono ristrutturate parte delle abitazioni rurali per trasformarle in appartamenti per agriturismo completamente arredati.

Nel complesso c’è anche una Cappella privata ove si celebra regolarmente la Santa Messa nei giorni festivi ed in cui si possono celebrare funzioni religiose.

Salone

Casale di Salone 

Situata su una collinetta a sinistra della Via Collatina al km. 10,500, la tenuta di Salone formava insieme a Saloncello e Saloncino un vasto tenumento del Capitolo Liberiano corrispondente all’antico ager Lucullianus ricordato da Frontino ove erano le sorgenti dell’Acqua Vergine, che fu poi trasportata dal Urbano VIII (1623-1644) nell’attuale luogo di “acqua di Trevi” e immortalata dalla gran fontana di Nicolò Salvi.

Si ha notizia per la prima volta del “Casale de Salone cum Castello suo” nella bolla di Gregorio VII del 1074 come proprietà del Monastero di S. Paolo. Passato alla Basilica di S.Maria Maggiore nel 1123 e dato in enfiteusi agli Arcioni, venne da questi restituito nel1176 adetta Basilica, da ciò si deduce che la torre fu costruita dagli stessi Arcioni. Il castellario col monte è ricordato ancora nella bolla di Celestino III del1192 afavore di S.Maria Maggiore e nel 1198 è la conferma da parte di Bonifacio VIII della concessione del “Casale Salonis” e di altri beni al capitolo di S.Maria Maggiore cui rimase per vari secoli anche se tra controversie per il suo possesso.

Agli inizi del XVI secolo la tenuta divenne proprietà di Agostino Trivulzio,  promosso cardinale nel 1517 da Leone X, che tra il 1523-25 vi fabbricò una fastosa villa  come suo ritiro, ricordata dalla lapide tra due stemmi Trivulzio in travertino posta nella facciata tergale.

Dalla descrizione del Vasari era un grandissimo casamento. Autore della fabbrica fu Baldassarre Peruzzi che prestò vari servigi al Trivulzio. La villetta fu saccheggiata nel 1527  fu abbandonata dopo la morte del cardinale avvenuta nel 1548 ed in seguito ridotta a casale campestre. Nel 1544 la tenuta fu affittata dai canonici di S.Maria Maggiore a Costanza Farnese Sforza di Santafiora ed in seguito ritornò tra i beni di questa basilica.

Dopo il 1870 passò allo Stato come utile dominio, restando la proprietà al Capitolo S. Maria Maggiore. Acquistata da Vulpiani, venne da questi venduta alla fine dell’Ottocento al Conte Gallina, passò poi alla contessa Badini ed oggi appartiene a proprietà Borromeo.

Nella carta del Della Volpaia (1547), ha l’aspetto di un palazzo finito e munito di torre; nella zona sono disegnati anche una torre e dei ruderi. La torretta sovrastante le sorgenti dell’Acqua Vergine sono ricordata dal Nibby come “edificata forse sulle rovine dell’edicola eretta in memoria dell’apparizione, o comparsa della verginella ai soldati, che cercavano l’acqua, e che diede origine al nome dell’acqua medesima”, ed oggi è in stato di abbandono; ha pianta quadrata in tufo con scaglie di marmo e mattoni, finestre rettangolari con stipiti marmorei, mozzata ma ricoperta da tetto. Essa doveva servire, oltre che come vedetta della Via Collatina anche come posto di guardia del vicino “castellarium” e delle sorgenti acquifere.

Più fedele testimonianza dell’antica villa è la mappa catastale del “Casale detto Solone” (Archivio S.Maria Maggiore) del 1558 ove due edifici, indicati come “casale vecchio” e “casale nuovo”, sono disposti parallelamente in posizione corrispondente all’attuale. La torre, probabilmente distrutta durante il periodo di abbandono della dimora, doveva servire da belvedere o luogo di guardia e difesa. Il progetto del Peruzzi prevedeva un fabbricato con ambiente centrale e portico aperto verso il giardino e una fila di pilastri o pergolato verso il “fiume di Salone”; il giardino a ellissi concentriche con via interna, è interrotto sull’esterno alberato da quattro absidiole diagonali che creano due immaginari assi obliqui, moltiplicando i punti di vista e dilatando lo spazio al fine di una felice integrazione tra architettura e natura, tipica dello stile peruzziano e già individuabile nella loggia della Farnesina (1506-16). Inoltre non è improbabile che la forma ovata del giardino, ispirata agli antichi anfiteatri quali luoghi di giochi, fosse predisposta per consentire “naumachie” con l’acqua del vicino Salone. Sebbene realizzato con inversione d’orientamento rispetto al progetto iniziale, il complesso mantiene l’orientamento simmetrico di due fabbricati, uno ad uso signorile, l’altro per i servizi e le scuderie (anch’esso probabile progetto del Peruzzi), contrapposti su cortile, interno quadrangolare con muri di chiusura sui lati ove si aprono gli accessi alla campagna. Le facciate sono scandite da un unico ordine di arcate su lesene che chiudono i due piani, ricollegabili all’ambiente Raffaellesco, e tuttora visibili, nella volta dell’androne d’ingresso al cortile, sono gli affreschi con scene circensi, naumachie e paesaggi, alternati a riquadri in stucco con fregi e deità marine dominati al centro dallo stemma cardinalizio del Trivulzio a tre bande d’oro su campo azzurro.

Benché degradato da vari interventi il complesso mantiene l’aspetto di grande villa fortificata con cortile interno dell’Agro Romano, sul tipo della Magliana e di Lunghezza.

Tenuta di Salone

A questa immensa tenuta spettano da tempi remotissimi due appezzamenti di terra situati a sud della via Prenestina ad est ed ovest del punto detto “le quattro strade”.

Di proprietà della Basilica di S. Maria Maggiore già dal secolo XII lo rimase fino alle leggi del 1873 che disposero della tenuta per enfiteusi a favore di Domenico Vulpiani.

Nel 1906 si sostituì ai Vulpiani la ditta Brandini, Niccoli & C., che nel 1917 vendette tutta la tenuta a Enea Gallina di Milano.

Su 1187 ettari, 246 furono venduti a Antonio Gianni tra i quali la parte  a sud della Prenestina tra le Quattro Strade e l’Anulare.

Altri 219 ettari, comprendenti la pedica di Salone ad est delle Quattro Strade, furono acquistati nel 1925 da Pietro Talenti, che nel 1966 vendette detta pedica immediatamente lottizzata da Giacinto Calfapietra.

Gabii

Gabii era un’antica città del Lazio, posta probabilmente tra Roma e Preneste, lungo il tracciato della Via Prenestina. Secondo Dionigi di Alicarnasso, faceva parte dell’antica Lega Albana.

Le sue cave fornivano un’eccellente pietra da costruzione (lapis gabinus). L’ubicazione della città, in epoca moderna, fu individuata nel XVIII secolo da Pierluigi Galletti.

Storia

Secondo la tradizione fu il luogo dove Romolo e Remo sarebbero stati educati e sarebbe stata loro insegnata la scrittura.

La città accolse Tarquinio Sestio, come finto disertore in fuga dal padre Tarquinio il Superbo, e venne quindi conquistata con l’inganno.

Un trattato fra Roma e Gabii, scritto su una pelle di bue che copriva uno scudo, era conservato nel tempio di Quirino.

Già in epoca repubblicana iniziò a decadere e, nei primi anni dell’età imperiale, la città era ormai ridotta ad un semplice villaggio.

Gabii rappresenta il vertice antico di un triangolo con ai lati le cittadine di Tibur (Tivoli), Praeneste (Palestrina) e Collatia, che nel periodo antico ebbero notevole sviluppo e grande importanza nelle vicende storiche e politiche del Lazio in forza della posizione strategica sulle arterie di collegamento dei percorsi commerciali tra l’Etruria e la Campania. Le comunità erano legate tra loro da parentele, guidate da capi guerrieri e sacerdoti, vivevano in capanne ed in alcuni periodi dell’anno lavoravano la ceramica. Tra il IX secolo a.C. e VIII secolo a.C. in queste comunità egualitarie ebbero luogo delle trasformazioni sociali, che portarono alla costituzione di un sistema sociale di tipo gentilizio-clientelare con la formazione di centri protourbani, anticipatori di quelli urbani propri del territorio laziale latino.

Gabii potrebbe essere la città natale del poeta Tibullo.

Villa Verde

Villa Verde è un’area urbana del comune di Roma, situata in zona Z.XIII Torre Angela. È posta alla destra della via Casilina, a sud di Tor Bella Monaca, nel territorio dell’VIII Municipio.

Si trova lungo il percorso dell’antica via Labicana.

Dispone di luoghi di culto (chiese di Santa Maria madre d’Ospitalità, in via del Torraccio, S. Bernardino da Siena in via Degas) e di istruzione (scuola elementare “Pablo Picasso” in via Milet).

La zona è di interesse archeologico e alla via delle due Torri, fra i civici 166 e 168, si trovano i resti di un antico edificio di epoca romana ad uso di cisterna.

Torre Maura

Torre Maura è il nome della quindicesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XV.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8b dell’VIII Municipio.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso ed internamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

Il territorio oggi corrispondente a Torremaura era anticamente posto al quinto miglio della via Labicana (od.Casilina) e compreso in quell’area del  cosiddetto Lazio Antico, diviso fra le prime tribu’ dell’età Regia fra cui era la Pupinia, da molti collocata nell’area di Torrenova.

Non conosciamo il nome o i vocaboli antichi con cui erano indicati questi luoghi sebbene il geografo Stradone indichi col nome di FESTI, una  località “fra la quinta e la sesta pietra da Roma” che coincideva con il primitivo confine dell’agro romano e dove ogni anno si tenevano specifici riti detti ambarvalia.

L’antica Labicana, partendo dall’ Esquilino raggiungeva dopo XV miglia, l’antica Labico (presso Montecompatri) mantenendo un percorso pressappoco simile alla moderna via Casilina sino al Castello di Torrenova.

Nell’area fra la caserma di Torrespaccata ed il G.R.A., manteneva un percorso leggermente a Sud della consolare ancora riconoscibile in alcune foto aeree degli anni ’20.

Il tracciato, costellato da costruzioni e sepolture in piu’ tempi emerse e distrutte durante la costruzione e crescita della borgata; era pressappoco coincidente con le attuali via dei Verdoni, Piazza degli Alcioni, Via dell’Airone.

Questo spiega come mai lungo queste strade non vi sia stata famiglia o costruttore che non abbia rinvenuto nello scavo delle fondazioni della propria palazzina di elementi archeologici a carattere funerario e non, quali : sarcofagi, iscrizioni, frammenti statuari, basoli dell’antica strada, mosaici e strutture murarie.

La borgata Torre Maura, venutasi a costruire intorno al 1920, deve la sua denominazione ad un’antica costruzione i cui ruderi sono ancora visibili in via di Torre Spaccata, poco dopo l’incrocio con via Casilina. Dei resti, che consistono in un’abside orientata a sud-est compresa tra due brevi tratti di muri, si è potuta ricostruire la pianta, di tipo basilicale a tre navate, larga 17,6 metrie  lunga 14,8 metricirca, divise da archi impostati su pilastri. Nella copertura della volta sono inserite alcune anfore che, secondo l’uso già notato in altri monumenti, avevano lo scopo di alleggerire la massa del conglomerato cementizio. La muratura, in opera listata (cioè costituita da filari alternati di mattoni e tufelli) presenta alcuni elementi decorativi, eseguiti con una particolare disposizione dei laterizi, che appaiono tipici dell’età alto-medioevale e permettono di inquadrare il monumento nell’ambito del VI-V secolo d. C.

Il nome della località sembra derivare dal fundus Mauricius della massa Varvariana, ricordata nel Patrimonio  Labicano.

Sempre a Torre Maura, in località S. Maria, al centro di un complesso di case popolari, si rinvennero nel 1983 le strutture di una villa in uso dalla tarda età repubblicana fino alla tarda età imperiale. Da qui proviene un sarcofago con scene di caccia di notevole livello artistico tra il 310 ed il 330 d. C. Interventi di spoliazione e di riutilizzo sono qui testimoniati dalla costruzione di una struttura databile al XII secolo, forse identificabile con l’oratorio di S. Erasmo, ricordato al VI miglio della Labicana in un elenco  coevo di chiese sublacensi.

Poco oltre, all’incrocio di Via dell’Airone con Via dei Fagiani sorge il cosiddetto Muraccio di S. Maura, un sepolcro in laterizio, completamente decontestualizzato dalle moderne costruzioni che lo circondano. Il monumento, in origine posto sulla via Labicana, ha pianta quadrata e, sulla base dei mattoni bollati rinvenuti, è databile al 123 d.C. Un altro monumento isolato dal suo contesto originario si trova in un cortile delimitato da moderne costruzioni, su Via dell’Aquila Reale: si tratta di un sepolcro a pianta circolare, di 8,8 di diametro, con basamento in blocchi di travertino, da riferire alla fine dell’età repubblicana o ai primi anni dell’impero.

Torre Spaccata

Torre Spaccata è il nome della dodicesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XII.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8a dell’VIII Municipio.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso ed internamente al Grande Raccordo Anulare.

Luoghi d’interesse

Lo scavo di Torre Spaccata ha portato alla luce una zona abitata da uomini risalente a circa 6.000 anni fa. Il ritrovamento è stato del tutto casuale e si verificò durante la costruzione dell’Istituto tecnico Severi. Qui sono stati ritrovati pesi utilizzati per i telai, lame, punte di freccia, ossa di animali (pecora o capra) e dell’argilla cotta. I ritrovamenti hanno permesso agli studiosi di ricostruire la vita degli abitanti di questo sito, che non conoscevano il metallo, e con molta probabilità erano pastori e coltivatori poco evoluti.

Storia

Torre Spaccata occupava un’importante posizione strategica che permetteva un efficace controllo sulla Casilina (Labicana) e Tuscolana.

Il nome di Tor Spaccata compare solo dal XVII secolo come si evince dalle carte e probabilmente è da mettere in relazione allo stato di rovina in cui versavala costruzione. La base quadrangolare misura mt. 8 di lato, è costruita mediante l’impiego di tufelli o piccoli blocchi parallelepipedi di tufo alternati a file di laterizi che appartengono alla fase costruttiva delle strutture medievali relative ai sec. IX e X .

Rifacimenti  e restauri furono eseguiti nei secoli successivi (dal XII al XIV sec.) e portarono alla realizzazione delle pareti della torre in blocchetti di tufo e dove vi era bisogno, murature di contenimento eseguite con materiali di recupero antichi e scaglie di selce. Le rovine che oggi non superano i6 m. di altezza e conservano alla base i resti di un sepolcro romano in laterizio e più precisamente un colombario di età antonina (II sec. d.C.) ancora ben conservato, mentre nel terreno circostante sono sparsi i resti di una grande villa romana che si estendeva nelle vicinanze e che in parte è stata individuata nel corso di uno scavo d’emergenza effettuato dalla Soprintendenza archeologica di Roma.

Sui resti del complesso funerario romano si sono sovrapposti resti che vanno dal tardo antico all’epoca bizantina al medio evo quando nel XIV sec. e più precisamente nel 1369 la tenuta del Casale Palazzetto di cui faceva parte la torre fu venduta dal canonico Lateranense Lorenzo Angeleri al monastero di Sant’Eufemia; da allora il casale compare con il nome di Palaczectum S. Heufemie che passò alla fine del medio evo, alla famiglia degli Astalli e da questi successivamente alla famiglia dei Della Valle.

Il primo nucleo del quartiere di Torre Spaccata fu inaugurato il 15 agosto 1961.

Il quartiere, una vasta zona della periferia est di Roma, si estende a ventaglio, un chilometro e mezzo dentro il Grande Raccordo Anulare (uscita 18), ed è delimitato a Nord dal viale Palmiro Togliatti, ad Est dalla via Casilina, a Sud da via di Torre Spaccata e ad ovest dalle vie Roberto Fancelli e Pietro Sommariva.
Progettato e realizzato come un “quartiere residenziale popolare” da contrapporre all’abusivismo dilagante della periferia, per dare alla gente del ceto medio un quartiere abitabile, dignitoso, pensato con validi criteri urbanistici.

Tutte le strade del quartiere sono intitolate a personaggi che hanno legato il loro nome alla cultura romana (riassunti appunto nel viale dei Romanisti… che non sono ovviamente i tifosi della Roma!): poeti romaneschi come Adone Finardi, Giuseppe Berneri, Alessandro Barbosi, Camillo Peresio, Pietro Sommaria o personaggi della cultura popolare di Roma come Rugantino e il Sor Capanna.

Infine la popolazione: i nuclei originari erano quasi tutti immigrati del centro sud, di ceto medio impiegatizio (ferrovieri, impiegati statali, appartenenti alle Forze Armate), generalmente con un solo stipendio, le donne essenzialmente casalinghe e numerosi figli a carico.

La torre e i castelli

Tra il XII e XIII secolo, fanno la loro comparsa le torri di segnalazioni e di avvistamento, poste anche per controllare l’arrivo degli arabi. Se vogliamo avere un’idea di questo tipo di costruzione, al bivio di Tor Sapienza, sulla via Prenestina, possiamo vedere Tor Tre Teste, o meglio uno spaccato che di essa rimane, ma assai interessentante, poiché murato c’è un medaglione recante i tre volti che ad essa danno il nome.

Altra torre importante si trova all’interno dell’area archeologica di Gabii ed è la Torre di Castiglione conservata ottimamente. Il nome di questa torre compare in un documento di archivio dal 1259.

Il medioevo porta a grandi trasformazioni nella campagna romana; nascono le lotte per le investiture mentre gli enfiteuti si trasformano in feudatari. Questo porta nel Rinascimento al formarsi di notevoli possessi agrigoli gestiti da grandi famiglie romane divenute eredi delle piccole e grandi proprietà appartenute alla chiesa.

Lungo le vie miliari nascono i primi castelli e significativa testimonianza nel territorio è il castello di Lunghezza. Per apprezzarne la maestosità sarebbe sufficiente far correre il pensiero ai tanti suoi ospiti illustri.

Due nomi per tutti: MICHELANGELO BUONARROTI, che si dice abbia danzato lì, la prima ed unica volta nella sua vita tra le braccia della ancor piccola Caterina Medici, e la grande ELEONORA DUSE, che ha lasciato a testimonianza della sua visita una piccola vetrata artistica posta nella cappella all’interno del castello.

Villaggio Breda

Villaggio Breda è una frazione di Roma Capitale, situata in zona Z.XVII Torre Gaia, nel territorio del Municipio Roma VIII.

È posta sul lato sud della via Casilina, a ovest della frazione di Villa Verde.

Fondazione del Villaggio Breda

Dopo la guerra d’Africa e in previsione di un conflitto europeo ormai probabile, il Duce espresse il desiderio che sorgesse nell’Italia centrale un’officina per la produzione autonoma delle armi automatiche. Compito di realizzare questo desiderio toccò alla Breda che progettò uno stabilimento del tutto nuovo adatto alle esigenze governative.

La prima tappa fu l’acquisto del terreno da parte della Società, in vendita tra altre aree periferiche era allora una tenuta situata nella zona che veniva chiamata Torre Gaia.

Il suo proprietario, Cav. Albino Revel, era anziano e non aveva eredi maschi. Le sue quattro figlie avevano insistito affinché vendesse questa proprietà acquistata anni prima dai Conti Angelini e che era stata migliorata assai.

Il fattore Sig. Pellizzari insieme al figlio che tutti al villaggio conoscono sotto il nome di Sor Peppino avevano scavato un pozzo e bonificato il terreno che rendeva molto. Una strada campestre univa la fattoria alla tenuta Vaselli dall’altra parte della Casilina e niente faceva prevedere che su questa collina  stesse per sorgere un’imponente fabbrica  d’armi.

Dopo varie trattative,la Società Breda comprò il 1° dicembre del 1937 i 609 ettari della tenuta del Cav. Revel che erano in vendita ormai da un anno. Il prezzo fu di 1.300.000 lire il doppio di quanto aveva pagato Revel 10 anni prima. Dopo l’acquisto la Società Breda incaricò l’Ing. Fantina ad effettuare i rilievi del terreno e progettare lo stabilimento che fu costruito dall’impresa Garboli. I lavori cominciarono nei primi mesi del 1938, in estate di quell’anno il terreno dava ancora l’impressione di una tenuta di campagna in corso di trasformazioni che di un complesso industriale in via di ultimazione. Ma i lavori procedettero a ritmo rapido, infatti  all’inizio del 1939 i primi reparti cominciarono a funzionare e parte del personale che lavorava allo stabilimento di Via Flaminia  fu trasferito a quello di Torre Gaia.

Lo stabilimento fabbricava armi automatiche di medio e grosso calibro, armi antiaeree per la Marina e l’Esercito, cannoncini e mitragliatrici anticarro. Nel mese di  maggio lo stabilimento era in pieno funzionamento e il 27 maggio  il Capo del Governo, Mussolini, andò di persona a  visitare i reparti, a dare inizio ai lavori di ampliamento, e posò la prima pietra del Villaggio destinato ai lavoratori.

Costruzione del Villaggio e della Chiesa 

Dagli antichi tempi della tribù Pupinia e dei ferventi cristiani che nei primi secoli seppellivano i loro defunti nel vicino cimitero della Valle della Morte, questa piccola valle dell’agro romano non aveva più conosciuto abitanti stabili. Non era altro che un prato dove ormai stava per sorgere un nuovo centro di vita umana e sociale dove famiglie di provenienza diverse, ma unite dallo stesso lavoro e dalla convivenza, intrecciarono profondi legami la cui realtà sopravvive ancora  ai tanti cambiamenti e difficoltà e costituisce il patrimonio spirituale comune del Villaggio Breda.

Del Villaggio la necessità si era fatta sentire nel momento stesso in cui si era decisa la costruzione dello stabilimento in una zona la cui distanza da Roma imponeva di dare almeno ad una parte del personale  un alloggio vicino al posto di lavoro. A questo scopola Società Breda aveva ceduto la parte inferiore del terreno acquistato all’Istituto autonomo fascista per le Case Popolari di Roma che doveva costruire il Villaggio destinato a comprendere 480 alloggi.

La costruzione dei primi lotti iniziò nell’estate del 1939 e durò un anno e mezzo. L’architetto si è prevalentemente ispirato a criteri di economia  e di semplicità e senza voler in alcun modo fare della sua geometrica disposizione dei fabbricati un’opera d’arte. Nella sua concezione il Villaggio rappresenta tra gli altri complessi del genere quello che si può chiamare una vera riuscita. Si nota per primo il rispetto del paesaggio che sembra essere stato una delle preoccupazioni del progettista , l’altezza moderata dei suoi fabbricati, l’intonaco color terra si armonizzano con la campagna vicina. Oltre a rispettare il paesaggio il villaggio rispetta anche l’uomo, infatti la vita intima del nucleo familiare e la vita sociale sembrano essere state presenti nella progettazione. Lo spazio previsto fra loro dà a ciascuno la propria autonomia e nel frattempo favorisce incontri fra le famiglie. Infine l’esistenza di due piazze e la presenza nel centro abitato della chiesa favorisce l’unità del complesso dandogli le caratteristiche  tradizionali di un villaggio di campagna e la praticità delle costruzioni moderne adatte alle esigenze dei lavoratori  partecipano alla mentalità cittadina che la vicinanza alla Capitale viene a rafforzare.

Per questo corpo ci voleva un’anima, per queste case ci voleva una chiesa. La Soc. Breda capì questa necessità e venne incontro al desiderio del Vicariato di Roma di fare del villaggio la sede di una nuova parrocchia.

Il primo dicembre 1939 con atto notarile la Soc. Breda fece dono alla Pontificia Opera per la Preservazione della Fede di un’area di 4.077 metri quadratidestinati alla costruzione di un vasto complesso parrocchiale che fu progettato dall’Architetto Tullio Rossi e realizzato dall’impresa del Comm. Belotti, contemporaneamente alla costruzione del Villaggio stesso. Come titolo si scelse Madonna “Causae Nostrae Laetitiae”.

Nel mese di settembre 1941 veniva ultimato il complesso parrocchiale con la chiesa in stile barocco-rustico, la canonica ampia e luminosa con vaste sale adatte alle riunioni dei diversi gruppi, il terreno dell’oratorio, ma il complesso  raggiunse  la piena funzionalità e l’abbellimento con i PP. Passionisti. Fu inaugurata il 4 Ottobre.

Torre Gaia

Torre Gaia è il nome della diciassettesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XVII.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

La zona di Torre Gaia, posta al 14° km., sulla destra, della Via Casilina, tra l’antico castello dei Cenci e la Borghesiana, probabilmente appartenne anticamente alla famiglia dei Festi, come si evince dal rinvenimento di una epigrafe, relativa ad un sarcofago, dove compare il nome di una Fulvia Festa e dal toponimo di epoca tarda  “Massam Festii in territorio praenestino” . Fu poi abbandonata a seguito dell’impaludamento e del sorgere della malaria, fenomeni comuni a gran parte della Campagna Romana  conseguenti allo spopolamento e all’abbandono della campagna nei secoli post-antichi.

L’area non rientrò nelle opere di bonifica  previste dalle leggi del 1878, del 1883 e del 1905 che includevano i territori compresi in un raggio di 10 km dal centro di Roma. Solo nel 1909 ebbero inizio i lavori di risanamento nella tenuta di Torrenova, della quale facevano parte Torre Gaia e le tenute di Pantano e Corvo che appartenevano al principe Borghese, ma ancora nel 1929 il territorio risultava impraticabile.

In quello stesso anno i terreni furono in parte acquistati dalla società S.A.I.A. che si propose di farvi sorgere una moderna borgata con il nome di Torre Gaia, finalizzata allo sfruttamento agricolo; contemporaneamente sorsero i primi fabbricati.

Oggi il comprensorio di Torre Gaia costituisce una bella zona residenziale, ancora interessata dall’espansione edilizia.La moderna Via di Torre Gaia  ricalca il percorso dell’antica via Labicana tra l’VIII e il IX miglio.

Seguendo via di Grotte Celoni si raggiungono i resti di due cisterne di epoca romana.

In questa località sorgeva una torretta, ora non più visibile e nota da un documento del 1400, chiamata Il Torraccio. I ruderi di questo torre, risalente al XII secolo e visibile da Tor Bella Monaca, sono stati incorporati nell’attuale casale di Grotte Celoni.

Nella zona si rinvenne un gruppo di cinque sarcofagi, databili tutti tra il II e il III sec. d. C.: un sarcofago con la rappresentazione dei Misteri di Eleusi, uno con la raffigurazione del mito di Endimione e Selene, un altro dalla particolare forma ellissoidale, con il mito di Dioniso e Arianna, alcuni frammenti con una rappresentazione relativa alle origini di Roma ed infine un coperchio con la figura di un giovinetto giacente, probabilmente il ritratto del defunto. Inoltre, nella stessa zona, si hanno notizie di rinvenimenti di sepolcri e epigrafi.

Svoltando a destra su Via delle Due torri, che attraversa il moderno comprensorio di Fontana Candida, si giunge al cosiddetto Torraccio, il rudere di una cisterna di epoca romana relativa ad una villa che qui esisteva. Il rinvenimento di un bollo laterizio del 134 d.C. e di ceramica tardo medioevale permette di inquadrare cronologicamente il sito.

Torrenova

Torrenova è il nome della sedicesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XVI.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Tenuta di Torrenova

Proprietà successivamente dei Colonna dei Rodi di Gennazzano e dei Della Valle, la tenuta di Torrenova fu acquistata nel 1562 da Cristoforo Cenci il cui figlio Francesco vi incorporò tre altri fondi vicini: le pediche di San Matteo, delle Forme e del Torraccio.
La prima era già posseduta dalla Chiesa di S. Matteo in Merulana, la seconda doveva il suo nome alle “forme” (arcacci) dell’acquedotto alessandrino e fu venduta a Francesco Cenci dai creditori dei fratelli Bellomo che se l’erano divisa; la terza aveva preso il nome del rudere romano e medievale situato in via Rocco Pozzi e impropriamente detto “il Torraccio”.
Diventate parte della tenuta di Torrenova , le pediche seguirono la stessa sorte. la tenuta di Torrenova fu messa all’asta nel 1599 dopo l’assassinio di Francesco Cenci e l’esecuzione di Beatrice Cenci e dei suoi fratelli e fu acquistata da Giovanni Francesco Aldobrandini, la cui nipote Olimpia la lasciò per eredità nel 1681 al suo primo marito, Giambattista Borghese.
Da allora la tenuta di Torrenova rimase in mano ai Borghese fino alla fine della prima guerra mondiale. Fu divisa, infatti la pedica delle Forme fu acquistata nel 1923 con il resto dell’unità di Tor Bella Monaca da Romolo Vaselli che vendette nel 1954 e 1955 il terreno, immediatamente lottizzato, dell’attuale Arcacci.
L’unità Torraccio, fu comprata nel 1922 da Giuseppe Conforti che nel 1936 la divise tra i suoi figli. Uno di loro, Manlio, ricevette la parte ad ovest della piazza del Torraccio e cominciò a vendere già dal tempo dell’ultima guerra.
La vera lottizzazione, però, non ebbe luogo prima del 1951-1952 e da essa sono nate le vie adiacenti alla via del Torraccio, nonché Via Selene, Dionisio, ecc.
Per questa nuova borgata fu scelto dal proprietario, per motivi personali, il nome di “Andrè” sostituito in seguito da quello storico di Torre Angela. Verso gli anni dal 1950-1952 un nipote di Giuseppe Conforti, Pietro, figlio di Agostino, vendette a lotti la zona di Montesanto a nord della ferrovia (Via Toraldo, d’Ambra, Prinzivalli, Rosini).

Il Castello di Torrenova

Il castello di Torrenova di origine medioevale, sorse nel sito di una villa di età romana appartenuta alla famiglia Pupinia. L’attuale denominazione suggerisce l’esistenza di una torre più antica, forse del XIII secolo, probabilmente denominata Torre Verde e da ricollegarsi al Torianum o Turrianum attestato nell’VIII secolo ed appartenente alla massa Calciana del Patrimonio Labicano. Fu anche detta Turris Iohannis Bovis, Rocca Cenci, Giostra; assunse il nome attuale probabilmente in occasione dei restauri ed ampliamenti ordinati da Clemente VIII (1592-1605) della famiglia Aldobrandini ed effettuati da G. Fontana tra il 1600 e il 1605.
Il fondo appartenne agli inizi del XV secolo alla famiglia Palosci; nel corso del ‘400 alcune parti della tenuta furono assegnate a diversi proprietari finché nel 1562 fu riunita nel possesso dei Cenci. A seguito di vicende giudiziarie che coinvolsero quella famiglia il fondo fu acquistato nel 1600 dagli Aldobrandini; nel XVI secolo appartenne ai Borghese che la tennero fino ai primi del ‘900.
Il complesso è costituito da un palazzo con merlature di tipo ghibellino, che comprende la torre, e da una chiesa di epoca cinquecentesca. Attualmente non è visitabile, poiché adibito ad abitazioni private.
L’edificio è composto da due bracci che si incontrano ad angolo retto; lo spazio così delimitato è chiuso sugli altri due lati da una recinzione che nel tratto sud-est comprende l’ingresso e la torre. Il braccio orientato nord-est, ornato da finestre con eleganti incorniciature, doveva costituire il lato nobile, come anche suggerisce la decorazione del portico a cinque arcate che ne ritma il prospetto sulla corte.
A circa 200 metri in direzione nord-ovest dal palazzo si vedono i resati di un ninfeo detto “Bagno della Bella Cenci”. Si tratta di un piccolo ambiente a pianta rettangolare, coperto con volta a botte, il cui ingresso, costituito da un arco, si apre ad est in corrispondenza di un rivo creato artificialmente. Il vano, che sorge sull’isoletta circondata dal canale, è decorato da graffiti e pitture, già estremamente deteriorate alla fine del secolo scorso.
All’interno della tenuta di Torrenova fu scoperto nel 1834 un grande mosaico, di epoca tardo imperiale, con raffigurazione di gladiatori in lotta con bestie feroci, che ancora oggi decora il pavimento di un salone del Museo Borghese, ospitato nell’omonima villa.
Tutta la zona ha restituito testimonianze di epoca romana . oltre a numerosissimi frammenti di decorazioni architettoniche, relativi soprattutto a monumenti funerari, si rinvennero un bellissimo sarcofago con la raffigurazione del mito di Atteone, conservato al Museo del Louvre, una lastra con Artemide Kourotrophos, oggi a Villa Borghese, e una statua di Helios, anch’essa al Louvre.
Infine a nord del Castello di Torrenova fu rinvenuto un mausoleo a pianta circolare, appartenente a P. Valerio Prisco, funzionario imperiale dei primi anni del II secolo.

Tor Vergata

Tor Vergata è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.XVI Torrenova, nel territorio del Municipio VIII.

Sorge sul lato sud della via Casilina, esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Sede dell’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, nel 2000 vi si è svolta la quindicesima Giornata Mondiale della Gioventù.

Storia

L’antica tenuta ed il casale di Tor Vergata erano situati tra le vie Tuscolana e Labicana a sud del 13° km della via Casilina. Secondo lo storico Antonio Nibby il nome deriva dall’aspetto “vergato” della torre, risultante dall’impiego, a fasce alterne, di mattoni rossi e tufi cenerognoli con i quali la struttura era costruita. Dell’antica torre, risalente al XIII secolo ed eretta sul luogo di una più antica, del XII secolo, appartenuta a Magister Stephanus, della famiglia degli Stefaneschi, detta appunto Turris Magistri Stefani, non rimane alcuna traccia. Il casale sorse per volere del senatore Riccardo Annibaldi presso l’omonima torre. La torre quindi mutò il nome, tra gli anni 1301-1361, da “Turris Magisti Stephani” in “Turris Vergata”. Le prime informazioni documentate riguardo il nucleo abitativo di Tor Vergata risalgono al 1361 dove il notaio Paulus Serromani, in un rogito, perfezionava la vendita del casale da parte di Tebalduccio della nobile famiglia degli Annibaldi da Montecompatri, di un quarto dell’immobile, in favore di Andrea Oddone de Palombara.

La torre e il casale cominciarono a decadere nel XVII secolo quando, anche nel resto della campagna romana, si riaffacciò il problema dell’impaludamento.

I resti dell’antico Casalis Turris Virgate si trovano ora sotto Villa Gentile, casale settecentesco ristrutturato all’interno del comprensorio universitario.

Nei pressi di Tor Vergata si sono rinvenuti strumenti in selce e resti di fauna risalenti al Paleolitico Superiore ( 38.000-36.000 a.C.) e frammenti di ceramica databili all’età neolitica  (V-III millennio a.C.).La frequentazione in età romana è testimoniata da una villa rustica, della metà del II sec. a.C., utilizzata fino al II-III sec. d.C.

Poco oltre nella località chiamata I Caminetti si conservano i ruderi di una imponente cisterna di epoca romana e quelli del cosiddetto Torrione, un sepolcro in laterizio. La cisterna fu utilizzata in epoca medioevale come abitazione e dunque derivò l’attuale denominazione, attestata a partire dal XVIII secolo, dalla presenza di un comignolo.

Ospita l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”.

Giardinetti

Giardinetti è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.XVI Torrenova, nel territorio del Municipio VIII.

Giardinetti-Tor Vergata è il nome della zona urbanistica 8c dell’VIII Municipio del comune di Roma. Si estende sulla zona Z.XVI Torrenova.

Sorge sul lato sud della via Casilina, a ridosso del Grande Giardinetti si estende subito fuori il GRA (uscita 18), sul lato sud della via Casilina (SS6).
È racchiusa fra le zone di Torre Angela a nord, Tor Vergata, La Romanina a sud e Torre Maura a ovest.
La sua prossimità agli edifici della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali (MM.FF.NN.) dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” rende questo quartiere luogo di domicilio di molti studenti universitari fuorisede.

Storia

I primi elementi storici sicuri dei quali disponiamo risalgono al III secolo a.C. quando la zona era inclusa nell’ager Pupinius, da cui prese il nomela tribù Pupinia. Inquesto periodo  la storia di Giardinetti è strettamente , anche se indirettamente collegata a quella delle guerre puniche; infatti sia Attilio Regolo che Fabio Massimo ebbero possedimenti nell’ager pupinius e in questa zona pose il campo  Annibale quando, proveniente da Gabi, si preparava alla sua solitaria ricognizione sotto le mura di Roma.

Inoltre Fabio Massimo poté riscattare dai Cartaginesi alcuni prigionieri romani solo vendendo le sue proprietà nell’ager pupinius, poiché il senato gli rifiutò i fondi richiesti in quanto i soldati che non si erano battuti fino alla morte non meritavano il riscatto e non ne valevano il prezzo.

Sono tre i  personaggi di tutto rispetto  che tengono a battesimo Giardinetti. I personaggi  sono  due generali romani che impersonificavano ciascuno una delle qualità fondamentali di ogni buon generale: il coraggio in Attilio Regolo e la prudenza in  Fabio Massimo, e Annibale, che alle due prime qualità univa anche un’astuzia tutta fenicia.

Al II sec. a. C. risale   il primo manufatto ancora esistente in zona: un  ponte  in opera quadrata di tufo lungo un tratto abbandonato della vecchia via Casilina antichissima via Labicana. Il ponte conserva ancora parte dell’argine che fa da spalla alla via. Da questa zona proviene un bel sarcofago, conservato a Villa Borghese, presso Porta Flaminia, la cui epigrafe, inscritta in una tabella sostenuta da due personaggi alati, ci fa conoscere il nome del proprietario: M.Aurelio Prosenas, un funzionario imperiale dell’inizio del III sec. d.C.

Il complesso di maggior rilievo storico e architettonico  della zona è il Castello di Torrenova le cui origini risalgono al III sec. d.C. Al posto del castello  sorgeva allora una villa romana vasta e lussuosa metà palazzo e fattoria, appartenente con una tenuta circostante a Fabio Cilone, console e prefetto di Roma, amico intimo di Settimio Severo e istitutore dei suoi figli che dette il nome a Grotte Celoni (Cryptae Cilonis) il cui territorio era incluso nella tenuta. Fabio Cilone era colto, ricco e ottimo generale africano; in politica non si faceva condizionare da politica e morale, se sceglieva un amico  o un collaboratore lo sceglieva efficiente.

Il nome attuale venne assunto probabilmente in occasione degli ampliamenti ordinati da Clemente VIII (1592-1605) ed effettuati fra il 1600 e il 1605. I possedimenti passarono, nel corso dei secoli, dalla famiglia Palosci, agli Aldobrandini, fino ad arrivare al XVI secolo alla famiglia  Borghese che li tenne fino ai primi del ‘900.

Il complesso architettonico è composta da un palazzo con merlature, una torre e una chiesa risalente al 1500. Purtroppo attualmente non è possibile visitare il castello perché privato. All’interno dell’area della tenuta nel 1834 è stato scoperto un importante mosaico di epoca tardo imperiale con raffigurazione di gladiatori in lotta con bestie feroci, che ancora oggi decora il pavimento di un salone  del Museo Borghese, ospitato nell’omonima villa.

Dall’epoca di Fabio Cilone in poi, fino quasi ai nostri giorni, la storia di Giardinetti è caratterizzata dall’appartenenza mai interrotta alla tenuta che faceva capo alla villa, poi torre, poi castello di Torrenova e pertanto la storia di Torrenova è anche la storia di Giardinetti.

Tor Bella Monaca

Tor Bella Monaca è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.XIII Torre Angela, nel territorio del Municipio VIII.

Sorge sul lato nord della via Casilina, all’esterno del Grande Raccordo Anulare, su una zona ondulata, solcata dal “fosso (marrana) di Tor Bella Monaca”.

Storia

Dopo la caduta dell’Impero romano, progressivamente la Chiesa romana subentra in possesso dei patrimoni imperiali, ma bisognerà giungere al medioevo per vedere rifiorire  le abitazioni e le coltivazioni del territorio, favorite dalle fondazioni di papa Zaccaria (711-752), che incentivò la nascita delle domuscultae o villaggi sparsi. Nel 946 c’è il primo atto di concessione di un territorio da parte della Chiesa ad una famiglia, incaricata di costruirvi un castello e di difenderlo dagli invasori.

Nel 1115 iniziarono a sorgere nell’agro romano le caratteristiche torri, segni della giurisdizione dei baroni e degli enti ecclesiastici: la zona di cui ci interessiamo apparteneva all’epoca alla famiglia Monaci, che nel XIII secolo fece erigere la torre tuttora esistente.

Il 7 maggio 1319 Maria, vedova di Pietro Monaci  vendette il territorio a Landolfo Colonna. Era costume nella campagna romana che una volta venduto un bene immobiliare esso prendesse il nome del vecchio proprietario; pertanto la zona, dal giorno in cui venne venduta alla famiglia Colonna, fu denominata “Turris Pauli Monaci”. La tendenza  nella traduzione  dal latino al volgare, di femminilizzare i nomi delle cose fece si che essa venisse corretta in “Palo Monaco”, ”Pala Monaca” fino a che assunse l’attuale nome  sul quale la fantasia popolare ha costruito una leggenda legata al personaggio di Santa Rita da Cascia.

In seguito i Colonna donarono alla Basilica di S. Maria Maggiore la torre “Pala Monaca” e 100 ettari di terreno attorno; la Chiesa conserverà questo patrimonio fino all’800. Nel seicento appaiono i nomi di “Torre Bella monica” e “Torre Belle monache” ma nei secoli seguenti s’impone quello di “Tor Bella Monaca”. Poi i possedimenti, intorno al XVI secolo, furono acquistati dal cardinale Borghese, già proprietario del latifondo di Torre Nova al quale si annettono i nuovi territori. Nel 1797 per far fronte alla crisi finanziaria dovuta all’invasione francese nello Stato Pontificio, Papa Pio VI  chiese agli enti ecclesiastici di vendere la sesta parte dei beni per venire incontro alle necessità economiche, così i canonici di S. Maria Maggiore decisero di mettere in vendita insieme alle altre tenute la tenuta di Tor Bella Monaca. La comprò Giovanni Giacomo Acquaroni  che la restituì dopo poco tempo per debiti contratti con i canonici a cui non aveva potuto far fronte.

Il 23 marzo 1869 i Borghese permutarono la loro tenuta Casa Calda con il territorio di Tor Bella Monaca, ma una crisi economica nell’ultimo decennio del secolo costrinse i Borghese a vendere le proprietà e nel 1919 furono completamente smembrate.

Nel 1923 Romolo Vaselli acquistò la tenuta di Tor Bella Monaca e fino alla seconda guerra mondiale la zona acquistò una certa stabilità anzi si ingrandì con l’acquisto di Torre Angela.

Egli fece incorporare la vecchia torre in una moderna villa sui muri della quale perpetuò la leggenda di S. Rita con una scritta ed un affresco. A lui pure è dovuta la costituzione dietro la villa di una “zona archeologica” artificiale ove sono raccolte statue e vari pezzi di antichità.

Nel 1937 la Società Ernesto Breda comprò una tenuta nell’agro adiacente a  Tor Bella Monaca e dall’anno successivo iniziò la costruzione dei primi reparti dello stabilimento Breda. La società cedette all’istituto autonomo fascista per le case popolari il terreno sul quale verrà edificato il Villaggio Breda e già nel 1941 furono stipulati i contratti di affitto con i primi inquilini.

Finita la guerra iniziarono le nuove vendite  e le lottizzazioni che dettero origine alla borgata.

Nel 1946 Romolo Vaselli vendette a Marino Giobbe e Pietro Moro 44 ettari di terreno che lottizzato negli anni successivi darà vita all’attuale borgata di Tor Bella Monaca. Il terreno venne frazionato in piccoli lotti che subito trovarono acquirenti. L’edificazione venne attuata da persone che avevano avuto rapporti con il territorio. Infatti gli abitanti della zona presenti sin dalle prime fasi dello sviluppo sono i contadini dell’azienda liquidati da Vaselli con terreni e case coloniche.

Tra i primi abitanti vi sono quelli del  vicino Villaggio Breda che  acquistarono  dei lotti per ampliamento del nucleo familiare. I primi edifici costruiti erano delle casette appena sufficienti alle esigenze della famiglia, la zona era priva non solo di servizi commerciali, sanitari, scolastici ecc, ma anche di quelli come l’acqua, l’illuminazione elettrica, le fognature, strade asfaltate.

Negli anni 50 la zona cominciò a popolarsi e i protagonisti della nuova edificazione furono gli immigrati dei castelli romani e del frusinate in quanto per essila via Casilina costituiva il collegamento ideale tra città e luogo di origine.

Molti di questi immigrati riproducevano nella nuova zona  modi di vita, tradizioni del paese di origine; altri immigrati provenivano da altre zone della città colpiti da sfratti, sgomberi, oppure privi di una sistemazione accettabile ricorsero all’autocostruzione abusiva per l’impossibilità di trovare un alloggio a basso costo.

Negli anni ’60 la zona si popolò di altri immigrati  originari delle Marche, dell’Abruzzo e delle altre regioni del centro sud. Ma il vero e proprio boom  edilizio si verificò negli anni sessanta, infatti vi è una ripresa dell’attività edilizia da parte dei vecchi abitanti con le prime sopraelevazioni ed ingrandimenti degli edifici per ampliare le abitazioni e assicurare l’alloggio alla discendenza. I costruttori non erano più autocostruttori ma si avvalsero di manodopera esterna  ed anche di ditte costruttrici. Le costruzioni vennero realizzate con una tipologia diversa: non più la casetta bassa ma le prime palazzine sorte con i criteri dell’edilizia ufficiale.

Comparvero le nuove figure sociali degli inquilini a cui vennero affittati gli appartamenti realizzati in funzione dell’ingrandimento del nucleo familiare, infatti l’ingresso in quegli anni di molti immigrati nei posti pubblici fu garanzia di stabilità economica che consentì nuovi investimenti nell’edilizia .

Negli  anni 70 si assistette ad una terza fase del fenomeno: quello dell’attività edilizia avviata da promotori esterni che  edificarono costruzioni con la tutta la caratteristica  di abitazioni di medio lusso.

Tor Bella Monaca Nuova: il piano di zona

Il quartiere di Tor Bella Monaca, nel quale era prevista la costruzione  della nuova chiesa, ha una storia antica. Alcuni scavi eseguiti nel corso della realizzazione di opere di urbanizzazione hanno messo in luce resti di ville romane del IV secolo a.C., con tracce di frequentazione fino al III secolo d.C., parti di una fattoria e trecento metri di lastricato, residuo di un probabile collegamento tra Roma e Gabii. E’ inoltre ancora visibile la torre duecentesca nella quale, secondo la leggenda, nel 1450 avrebbe pernottato con alcune compagne una bella religiosa, che sarebbe poi divenuta S. Rita da Cascia e che in quell’occasione era in viaggio verso Roma per il giubileo.

A partire dagli anni Sessanta, come già evidenziato nel precedente paragrafo quella zona dell’agro romano, rimasta per secoli più o meno inalterata e ormai alle porte della città, ha subito la spinta tumultuosa di un’espansione urbana incontrollata, che ha allargato a macchia d’olio gli insediamenti, per lo più aggravati dal vistoso fenomeno dell’abusivismo edilizio.

Al degrado ambientale le autorità comunali hanno tentato di far fronte attraverso  un piano di urbanizzazione legato alla legge che nel 1980 hastanziato mille miliardi per la costruzione di alloggi nelle aree  con elevata tensione abitativa. Di questo stanziamento, Roma ha ottenuto 175 miliardi, destinati in gran parte al finanziamento del piano di Zona di Tor Bella Monaca, che prevedeva la realizzazione  di alloggi per un insediamento previsto di circa 30.000 abitanti, edifici scolastici adeguati, servizi commerciali essenziali.

Tuttavia come spesso accade quando l’intervento pubblico giunge in ritardo ed è costretto a sovrapporsi a realtà già radicate , la fisionomia del quartiere appare caratterizzata da squilibri profondi, contrasti, problemi umani e sociali. Le nuove costruzioni che si allineano lungo i tracciati previsti con la regolarità propria dell’edilizia programmata, si contrappongono alla grigia marea delle costruzioni abusive.  

La formazione dell’insediamento e il ruolo della pianificazione urbanistica.

Per meglio comprendere le caratteristiche insediative del comprensorio di Tor Bella Monaca – Torre Angela è utile ripercorrere le tappe storiche della sua costituzione. Il primo insediamento comincia a sorgere intorno agli anni ’20-’30 aridosso della Via Casilina, asse radiale lungo il quale era da poco stata realizzata la linea ferroviaria che collegava la città con la vicina Fiuggi. Elementi di attrazione del primitivo insediamento furono il complesso industriale della Breda (molto attivo in quegli anni a causa della produzione bellica) e la stazione del Dazio posta in prossimità del Castello di Torrenova che rappresentava, dal punto di vista dei commercianti, la porta della città in quanto luogo di controllo di tutte le merci che vi accedevano.

A ridosso di quei luoghi iniziarono a stabilirsi numerose persone provenienti dalla provincia, parte dalle regioni meridionali e parte, per effetto degli sventramenti che avvenivano in quegli anni, dalla città storica. Il primo nucleo si costituì con malsani baraccamenti ai quali si sostituirono lentamente le case con orti a seguito dei frazionamenti delle grandi proprietà fondiarie. Nel 1934 un primo nucleo già consistente fu legalizzato, dall’allora governatorato nel quadro di un più generale provvedimento di riconoscimento della edilizia spontanea sorta nelle campagne e nell’Agro Romano con il nome di “Nuclei Edilizi”.

Solo con il piano regolatore del 1962 quest’area ebbe definita  una organica previsione pianificatoria. Il contiguo e vecchio nucleo edilizio di Torre Nova e quello più recente di Torre Angela divengono zone di “Ristrutturazione Urbanistica” e la parte di territorio tra essi compresa, Tor Bella Monaca, viene definita come zona di “Espansione”.

Nelle previsioni urbanistiche fu mantenuta la presenza del vicino nucleo industriale della Breda, vi fu localizzata una parte dei servizi generali per la città e fu salvaguardata dall’edificazione l’area dei casali agricoli anche al fine di tutelare il bacino idrogeologico sottostante dell’acquedotto Vergine e la zona archeologica caratterizzata dalla presenza dell’acquedotto di epoca romana. Il piano del ’62 si sarebbe attuato, secondo le prescrizioni, attraverso dei piani particolareggiati.

Tra il 1972  e il 1977 vennero redatti e adottati i Piani Particolareggiati di Torre Angela e di Torre Nova; il Piano dell’area industriale di Villaggio Breda e il Piano di Zona di Tor Bella Monaca. Attraverso l’attuazione di questi piani si sarebbe dovuto realizzare la ristrutturazione urbanistica delle varie zone e il loro collegamento. Le vicende urbanistiche degli anni ’80, la mancata sintonia tra gli organi istituzionali (Regione e Comune) preposti alla pianificazione, hanno prodotto il risultato di non far mai approvare i piani delle tre borgate, con la conseguenza di attuare l’iniziativa privata mentre tutta la parte di iniziativa pubblica rimaneva non realizzata. Questi piani hanno ora perduto efficacia giuridica essendo oramai decaduti e pertanto non più attuabili.

Diversa sorte ha invece avuto il Piano di Zona di Tor Bella Monaca che è stato interamente attuato, anche grazie alle semplificazioni procedurali previste dalla legge 167/62, e probabilmente anche a causa della pressante domanda di edilizia pubblica che negli anni ’80 costrinse l’amministrazione comunale a interventi straordinari. Lo sviluppo è stato attuato con piani di edilizia economica e popolare negli anni ottanta: in
particolare le “torri” a quindici piani, individuate con le lettere M
o R seguite da un numero.

Le aree precedentemente destinate a tutela ambientale hanno invece subito una violenta aggressione edilizia spontanea, fuori da ogni regola, vengono legalizzate dall’amministrazione comunale nel 1978 con una apposita variante urbanistica che comprendeva complessivamente 86 nuove borgate, (le zone “O” de P.R.G.)

A parere dei sociologi qualsiasi sistema urbano è distinguibile in tre sottosistemi.

Il primo è il sistema di localizzazione delle attività. Questo rappresenta lo spazio come una molteplicità di siti  per l’insediamento di soggetti ed agenti (edifici, macchine, mezzi di comunicazione ecc.);

Il secondo è un sistema di comunicazioni fisiche. Comunicazioni che danno luogo a flussi che si sovrappongono, legati alle attività umane e che richiedono infrastrutture proporzionate al numero degli interscambi;

Il terzo è un sistema di comunicazioni sociali. Cioè tutte quelle interazioni dei soggetti che operano in uno scenario urbano e che sono attribuibili alla sfera delle attività quotidiane.

Il sistema urbano di Tor Bella Monaca per quanto riguarda il primo punto risulta essere all’avanguardia per molteplicità dei siti e per le belle speranze riposte nella realizzazione di un quartiere modello. Non volendo riprendere l’annosa polemica ben descritta  da  Cervellati sulla “inutilità” dell’architettura nel mondo moderno, si sottolinea però l’incompiutezza di tale faraonico progetto che per quanto riguarda il secondo e terzo punto si è rivelata una debacle precoce.

Le comunicazioni fisiche che sono le infrastrutture di un sistema urbano, lasciano molto a desiderare. Pochissimi sono infatti i mezzi messi a disposizione per avvicinare tale quartiere al centro di Roma; per quanto riguarda invece le comunicazioni sociali l’assenza di un vero centro, di una piazza, di un punto d’incontro riconosciuto dalla popolazione rappresenta l’anello mancante di un processo che, nelle intenzioni dei progettisti, doveva ( ..e poteva..) rappresentare un grande esperimento di architettura sociourbanistica.

In teoria i vari comparti sono stati costruiti per essere autosufficienti, ma nella realtà lo sviluppo incompleto della zona (mancano cinema, teatri, fast food, discoteche ecc.) ha fatto sì che la popolazione (specie quella giovanile) avesse comunque come riferimento ludico, storico ed identificativo sempre il Centro di Roma. A onor del vero in questi ultimi anni, grazie  anche alle attività promosse dal Programma URBAN” finanziato in parte dalla Unione Europea, nel quartiere è nata una ludoteca, sono state riqualificate aree verdi e attrezzate alcune piazze (vedi ad esempio: Piazza Castano, la ristrutturazione del Teatro Municipale e dell’arena adiacente, infine la realizzazione di una sala cinema presso il Liceo Amaldi.
Un nuovo sistema di viabilità collega Tor Bella Monaca alla frazione di Tor Vergata, sede della seconda università della capitale, costituendo, di fatto, un ulteriore elemento di sviluppo dell’area.

Resti antichi e opere moderne

Durante le opere di urbanizzazione furono rinvenuti resti
di epoca romana (una villa di cui vennero scavati alcuni ambienti termali, che ebbe varie fasi di vita tra il IV secolo a.C. e il III secolo DC.; resti di un porticato aperto su un piazzale pavimentato con basoli, pertinenti ad una fattoria romana e, infine, un tratto dell’antica via Gabina, presso piazza Castano.

Recentemente vi è stata costruita la chiesa di Santa Maria Madre del Redentore, dell’architetto Pierluigi Spadolini.
Il 9 dicembre 2005 vi è stato inaugurato il “Teatro Tor Bella Monaca”, con la direzione artistica di Michele Placido.

Progetto di demolizione 2012

Nel 2012 partirà la demolizione del quartiere Tor Bella Monaca. Il progetto di abbattimento di Tor Bella Monaca, alla periferia sud-est di Roma, adiacente la ss6 Casilina, prende forma. Anche se non tutti i suoi abitanti sembrano convinti, i tempi di realizzazione del progetto, presentato il 04 novembre 2010, dell’architetto Leon Krier prevedevano due anni per risolvere l’iter burocratico. Per la fine 2012 si procederà quindi all’abbattimento delle 14 torri. Che stile avrà il nuovo quartiere?

Secondo il masterplan si elimineranno progressivamente le 14 torri, per restituire agli abitanti borghi, verde, piazze all’italiana e percorsi pedonali. Durante la presentazione si sono però sollevate le proteste, con il sindaco Gianni Alemanno contestato e Renata Polverini, presidente della Regione Lazio che – come lei stessa ha precisato – ha voluto mettere la faccia in questa operazione.

L’apertura dei cantieri delle nuove case potrebbe avviarsi per l’inizio del 2013, dando un nuovo volto alla zona delle torri in quattro anni per un’operazione che costerà 1.045.000.000,00 di euro. Quanto al reale rischio di speculazione edilizia è stato lo stesso presidente del municipio VIII le torri, Massimiliano Lorenzotti, a rassicurare i cittadini sottolineando che il progetto verrà realizzato in housing sociale.

Secondo Gianni Alemanno “Nessuno resterà senza casa perché prima di buttar giù vogliamo ricostruire”. Gli abitanti di Tor Bella Monaca potranno esprimere la loro opinione e chiarirsi i dubbi in un ufficio appositamente allestito dal comune di Roma Capitale

 

Torre Angela

Torre Angela è il nome della tredicesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XIII. Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8f dell’VIII Municipio.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

Torre Angela è situata tra le vie consolari, Prenestina a nord e Labicana a sud (attuale Casilina). La zona era collegata a queste consolari già nel periodo tra le prime relazioni tra la giovane Roma e le città latine sue vicine.

Nei primi secoli dopo Cristo essa era attraversata da una via secondaria e ciò spiega l’abbondanza di antiche ville e tombe di cui si trovava traccia su quasi tutte le sue alture.

Nell’anno 226  fu costruito il grande acquedotto alessandrino più volte rovinato e restaurato  i cui “arcacci” costituiscono i resti storici più visibili della zona. Alla fine dell’impero romano il patrimonio labicano, nel quale era situata la zona, passa alla Chiesa romana.

Nel secolo VIII Papa Gregorio II affitta la zona  alla diaconia di S. Eustachio. Altre chiese e monasteri subentrano nei secoli successivi, ma presto il possesso effettivo della terra passa nelle mani di grandi famiglie baronali. Negli ultimi secoli del medioevo appaiono le tenute che sussisteranno fino alla prima guerra mondiale.

La Tenuta di Tor Angela, la Tenuta di Casetta Mistici, la Tenuta di Torrenova e la Tenuta di Salone  interessano il territorio della Borgata.

La Tenuta di Tor Angela

Trae probabilmente  il suo nome  da un Angelo del Bufalo che potrebbe essere stato proprietario  della torre nel secolo XIV.

Dai del Bufalo la tenuta passa in seguito agli Albertoni, ai Lante, ai Ruspoli, (che  fanno costruire l’attuale casale di Tor Angela vecchia), ai Cesi, ai Sala, al collegio romano dei padri Gesuiti, a Angelo Franceschetti, ai Ludovisi-Boncompagni e finalmente ai Lanza.

Questi vendettero nel 1923 a Davide Brunetti 28 ettari, ad ovest della strada di Torrenova, e la rimanente parte fu acquistata nel 1935 da Romolo Vaselli  che l’ha conservata immune da lottizzazione fino al 1954.

Tenuta di Casetta Mistici

Dopo essere appartenuta al monastero di S. Sebastiano questa tenuta è passata nel XVI secolo ai Borghese e da loro al Capitolo di S. Giovanni in Laterano che l’ha conservata fino alle leggi del 1873.

La tenuta fu comprata dal principe Giovanni Andrea Colonna il cui figlio Fabrizio la vendette nel 1906 a Carlo Gionini. Dopo la  prima guerra essa fu acquistata da una Società di bonifica.

Da essa comprarono nel 1926 i fratelli Sbardella e nel 1935 Federici Elia.

Quest’ultimo non ha proceduto a lottizzazioni mentre i fratelli Sbardella hanno provveduto successivamente: nel 1942 la parte ad est della via di Torrenova ai Rodighiero dai quali provengono i lotti delle attuali vie Arianna, Icaro, Dedalo, Centauri, Crono, Briareo, Iperione, Teseo, Atteone; nel 1961 la parte ovest corrispondente alle vie Sterope, Coribanti, Atlante, Prometeo, Euridice, Casetta Mistici, Tifeo, Artemide, Proserpina, Naiadi, Amadriadi, Driadi.

Finocchio

Finocchio, o anche Borgata Finocchio, è una frazione (zona “O” 27) del comune di Roma, situata in zona Z.XIV Borghesiana, nel territorio del Municipio VIII.

Si estende lungo il diciottesimo km della via Casilina, all’incrocio con via di Rocca Cencia, via di Fontana Candida e via di Prataporci. Le ultime due attraversano il territorio di vitivinicoltura del vino Frascati DOC.

Storia

I primi insediamenti territoriali risalgono all’età pre-romana, più precisamente presso l’antica Gabii, (oggi Osteria della Osa); l’area sarebbe stata sulla linea di transumanza tra questa, i Piani di Annibale e il Monte Cavo (Rocca di Papa): quest’ultimo antichissimo luogo di culto e punto di confine con la potente (nel periodo preromanico) Albalonga.

Le misteriose origini del nome possono essere fatte risalire alla stessa età romana, nel territorio sarebbe stata collocata una struttura chiamata foeniculum, nome latino dell’omonimo ortaggio.
Non è escluso che l’attuale conoscenza delle proprietà officinali (per gli uomini e per gli animali) di questa pianta erbacea mediterranea della famiglia delle Apiaceae (Ombrellifere), fosse in qualche maniera nota ai villici locali; e quindi la determinazione a costruire manufatti atti alla celebrazione degli Dei negli stessi luoghi dove questa pianta cresceva spontanea.
Non bisogna dimenticare, infatti, che ancora oggi gli agricoltori sono soliti accatastare le pietre di origine vulcanica (basalto) trovate nelle zone di coltura; addirittura queste stesse pietre delimitano i confini tra le proprietà (macère e non màcere)e servono da sostegno e drenaggio tra terreni posti a differenti quote.

La zona di Foeniculum era sede di Stazioni di Posta e Avvistamento costruite in vari periodi storici, atte al controllo della strada consolare Casilina, da Casilinum l’odierna Capua. L’importanza di questa strada statale (Strada Statale 6 Via Casilina), è sempre stata nota : nell’ultima guerra mondiale fu percorsa dalle truppe americane, dopo la battaglia di Cassino, per arrivare a Roma. Da sempre zona di vitivinicoltura, ebbe un primo popolamento con la distribuzione della terre ai reduci della Prima Guerra Mondiale e la creazione di un piccolo centro commerciale, perché lontano da centri già dotati di servizi come per esempio Grotte Celoni sede dello stabilimento Breda.

La politica di immigrazione tra le due guerre contribuì ad estendere quel piccolo centro: occorre precisare che per diventare cittadino di Roma (centro urbano maggiore di 250.000 abitanti) era proibito per legge (abolita poi nel 1960) a meno di possedere un domicilio e/o un lavoro; quindi gli immigrati (italiani), che solitamente non avevano ne una casa ne tantomeno un lavoro, permanevano ai limiti dei confini comunali.

Il nucleo centrale, composto dalla chiesa e l’attigua antica torre della Posta (ora distrutta), nacque intorno ad attività commerciali di ristorazione e distribuzione (famiglie Cherubini, Colagrossi, Liverotti, Cupellini ed altre) ed anche a seguito della lottizzazione del Prof. Serafini, nel 1955, di un lotto di vigna molto ampio prospiciente la chiesa di Santa Maria della Fiducia.

Di notevole importanza era la cosiddetta Osteria del Finocchio, tra i luoghi più importanti di sosta e ristoro che, a partire dal Rinascimento, popolarono l’Agro Romano. Questo edificio risalente al secolo XVII, l’unico di valenza storica nel quartiere, posto all’incrocio tra la via Casilina, la via Prataporci e la stessa via Osteria del Finocchio, fu sciaguratamente demolito (con la dinamite) nei primi anni ’60 per far posto a nuove costruzioni private.

Altre costruzioni erano già presenti all’epoca ma la vera esplosione demografica avvenne con la vendita della proprietà Fabrizi (1969) (azienda agricola) e la conseguente lottizzazione abusiva per svariati ettari, fino alla Prenestina.
L’area era attraversata dalla linea Roma-Fiuggi detta “Linea Laziali”, costruita durante lo sforzo bellico della I guerra mondiale e nel tempo ridotta alla attuale Roma-Pantano (in parte futura Metro C).

Della vecchia proprietà (azienda agricola) Fabrizi, ancora oggi (2009), esistono la casa padronale, del mezzadro e la stalla: l’area è ora rinominata Collina della Pace. Per svariati lustri svettò anche il palazzo di sei piani fatto costruire abusivamente (per destinarlo ad albergo) da Enrico Nicoletti, noto per essere il cassiere della storica banda della Magliana.
Il palazzo, mai terminato, e confiscato nel 2001 insieme a tutta l’area circostante di 13mila mq, tra via Capaci e via Bompietro, è stato fatto demolire dal comune di Roma il 19 maggio 2004, grazie all’opera di sensibilizzazione svolta tra il 1994 ed il 2002 dall’associazione culturale Contaminazione, composta da alcuni giovani del quartiere, i quali hanno voluto che l’area fosse destinata alla collettività per il verde pubblico e le attività sociali, in ottemperanza alla legge d’iniziativa popolare 109/96 (Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati) proposta dall’associazione Libera.
Grazie a questa iniziativa la Collina della Pace è oggi l’unica area verde di Finocchio, sfuggita alle lottizzazioni cui la destinava perfino il nuovo Piano Regolatore di Roma, adottato il 20 marzo 2003 dal Consiglio comunale, nella cui fase finale di approvazione (Controdeduzioni) sono state accolte dapprima in Giunta nel dicembre 2005 (presieduta dal sindaco Veltroni) e poi in Consiglio comunale nel marzo 2006, numerose osservazioni di privati che chiedevano cambi di destinazione d’uso da verde e servizi pubblici ad edilizia residenziale privata.

Il 17 dicembre 2007 il sindaco di Roma Veltroni, ha inaugurato il nuovo parco della “Collina della Pace”.Il parco è stato intitolato a Peppino Impastato, vittima della mafia.
La Collina della Pace è stata anche scenografia di un incontro dei cittadini con il comico Beppe Grillo che ha illustrato le difficoltà delle borgate romane.

Il Parco

Il nuovo parco di Collina della Pace si trova nel cuore del quartiere Finocchio. La zona, lungo la via Casilina all’altezza del km 18.00, è stata individuata come una “centralità locale” dove è stato realizzato l’intervento di recupero ambientale e di riqualificazione urbana che ha interessato un insieme di spazi aperti e di edifici in abbandono.

Luogo tra i più significativi del quartiere dal punto di vista delle potenzialità urbanistiche, la Collina della Pace è anche un sito carico di forti valori simbolici e identitari per il territorio in questione: teatro negli Settanta di una manifestazione per la pace (da cui la collina trae il nome), nel 2001 l’intera area è stata confiscata alla malavita organizzata (Banda della Magliana) e, in base alla Legge 109 del 1996 sulla sottrazione dei beni alla mafia, è stata restituita ai cittadini e assegnata al Comune di Roma per usi sociali. Oggi il parco è intitolato alla memoria di Peppino Impastato, uno dei “testimoni” più rappresentativi della lotta contro la mafia.

L’intervento ha ricostruito il paesaggio urbano attraverso il recupero della collina: un’area di 13.000 mq precedentemente divisa in due da una strada di scorrimento e gravemente compromessa dallo sbancamento e dalla presenza di un edificio abusivo in cemento armato (un “ecomostro” demolito nel 2004 dal Comune di Roma nel corso dei lavori di riqualificazione). Il collegamento delle aree verdi ha permesso di realizzare, attraverso una soluzione di terrazzamenti, un cuore di servizi pubblici nel quartiere: la centralità della Borgata Finocchio.

Il rimodellamento e il ricongiungimento della collina e il recupero di alcuni casali rurali in abbandono, infine daranno vita ad un vero e proprio parco urbano, ispirato alla memoria dell’agro, dove saranno introdotte nuove funzioni pubbliche rappresentative delle attività culturali e sociali, quali una biblioteca di quartiere e un centro culturale polivalente: tutti quei servizi che, attraverso il processo di partecipazione e la verifica in pubbliche assemblee, sono stati identificati dai cittadini come necessità o bisogni. La realizzazione di percorsi pedonali e ciclabili, infine, migliora la mobilità attraverso la razionalizzazione dell’attuale assetto del traffico e della mobilità pedonale interna al quartiere.

Percorsi

La moderna borgata Finocchio si è sviluppata nel sito un tempo occupato dall’Osteria di Finocchio, sorta in un importante punto d’incrocio di diverse vie di comunicazione tra la Latina, la Tuscolana e la Prenestina.

A sinistra della borgata, il toponimo di Rocca Cencia conserva il ricordo di una torre del XII secolo, sorta sul luogo di una villa romana.

Poco più a nord, lungo l’attuale via di Rocca Cencia, che conduceva dalla Via Labicana alla Prenestina, presso l’Osteria dell’Osa, si trovava il Torraccio di S. Antonio, definitivamente distrutto alla fine dell’ultima guerra. La costruzione che sorgeva nella località chiamata nell’VIII secolo fundus Grifis (Pantano Borghese), fu detta Turris Mesa o Media nel XIII secolo e acquistò l’attuale nome alla fine del XIV secolo, quando tornò in possesso dell’Ospedale di S.Antonio, che già la ebbe nel XIII.

Prendendo a sinistra della Borgata Finocchio via di Cavona si può giungere all’altezza delle Catacombe di Zotico, che si trovano in corrispondenza del X miglio della via Labicana, come sappiamo da un passo del Martyrologium Hieronymianum (calendario compilato nel V sec. d.C. per la celebrazione dei martiri, erroneamente attribuito a S. Girolamo).

Il complesso difficilmente visitabile, isolato nella campagna, è scavato nel banco tufaceo di una piccola collina. Insieme a Zotico vi furono deposti i suoi compagni Ireneo, Giacinto e Amanzio, le spoglie dei quali furono traslate a S. Prassede da Pasquale I (817-824). Le iscrizioni qui rinvenute datano il complesso al IV e V secolo, poi restaurato nel V e ancora nel IX secolo da Leone III (796-816). Da una bolla di Pasquale II (1099-1118) che nomina una ecclesia S.Zotici et Amantii sappiamo che nel XII secolo s’impiantò un oratorio.

Sul lato opposto della Casilina, svoltando a sinistra per Via Siculiana, si oltrepassa un vecchio ingresso inquadrato da due pilastri sormontati da leoni. Da qui si raggiunge, percorrendo Via Villabate, la località Grotte di Pompeo dove sono conservati i ruderi di una cisterna sotterranea che serviva un’ampia villa. Sullo stesso luogo si impiantò una costruzione databile al XII secolo, forse una torre.

Il nome della località, corrotto in epoca medioevale in Mompeo e poi Monte di Pompeo, sembra derivare da un Quinto Pompeo Falcone, che ebbe dei possedimenti in zona.

Borghesiana

Borghesiana è il nome della quattordicesima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.XIV.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8g dell’VIII Municipio.

Si trova nell’area est del comune, a ridosso del confine con i comuni di Monte Compatri, Colonna, Monte Porzio Catone e Frascati.

Storia

La prima denominazione di questa borgata, fu ai tempi della Prima Repubblica, “Tor Forame”, (I sec. a.C.), nome legato al prosciugamento del lago Regillo (Foramen). Agli inizi del ‘900 fu chiamata Borghesiana in segno di gratitudine verso la famiglia Borghese, che donò le terre necessarie per la costruzione della stazione ferroviaria della linea Roma-Fiuggi (ex Ferrovie Vicinali).

Spesso, comitive scolastiche provenienti dai poveri quartieri popolari lungo la via Casilina, raggiungevano la Borghesiana per fare il “Sabato fascista”, ovvero esercizi ginnici voluti dal regime.

La storia di questa borgata risale agli anni 1950, nel periodo della bonifica, quando si crearono delle case rurali, che davano ospitalità e lavoro a decine di braccianti che scendevano dai monti Prenestini, per coltivare terreni adatti ad esserlo.

Questo piccolo centro colonico che si era formato, fu successivamente espropriato dal governo e donato al comune di Monte Porzio Catone che lo ripartì in lotti (da 5000 e 8000 m2) tra gli ex combattenti della prima guerra mondiale. Coloro che beneficiarono di questa donazione dapprima ne furono entusiasti, poi per le difficoltà dovute sia alla distanza che alla poca fertilità del terreno, lo vendettero per pochi soldi, mentre altri lo trasformarono in vigneto.

La trasformazione del terreno creò dei primi nuclei agricoli e, in determinati periodi dell’anno, la necessità di manodopera portò i braccianti dei dintorni a spostarsi per venire a lavorare nelle aziende agricole in pianura. Fu allora che alcune famiglie decisero di stabilirsi nella zona, insediandosi nella borgata di Borghesiana. Questo lavoro nella zona, portò intere famiglie di braccianti ad acquistare dei piccoli lotti di terreno dove costruire una piccola casa.

La borgata cresce in modo smisurato, senza alcun piano urbanistico di zona, rendendo successivamente difficile la realizzazione delle principali infrastrutture e servizi indispensabili, quali la rete idrica e fognature, strade asfaltate e illuminate, servizi sociali indispensabili alla vita comunitaria.

Negli anni sessanta il quadro dell’abusivismo registra un sensibile aumento e oltre a favorire gli operai nella costruzione della propria abitazione, favorisce anche una azione speculativa. Nascono tante piccole società che acquistano intere aziende agricole realizzando su di loro alcune opere d’urbanizzazione favorendo così il rialzo del costo del terreno. Ancora oggi permangono numerosi segnali di questo sviluppo rapido e ricco di contraddizioni

Del territorio della Borghesiana fa parte la zona “O” 25 Borghesiana Biancavilla e la zona “O” 27 Finocchio.

Prato Fiorito

Prato Fiorito è una frazione di Roma Capitale (zona “O” 17), situata in zona Z.XIII Torre Angela, nel territorio del Municipio Roma VIII.

Sorge all’angolo fra via Prenestina a nord e via Borghesiana a est, tra le frazioni di Colle Monfortani a ovest e Colle del Sole a est.

Il parco

Il parco di Prato Fiorito è il primo, e per ora l’unico, parco pubblico a Roma in cui è ancora presente la campagna produttiva. Infatti il parco, esteso circa 7 ettari, comprende al suo interno una vigna di un ettaro che, adeguatamente ripristinata e curata, possiede una capacità produttiva di 10.000 bottiglie all’anno di Lazio bianco IGT.

Nell’ambito del parco è stato riqualificato il fosso di Prato Lungo, un piccolo corso d’acqua che sfocia nell’Aniene, particolarmente significativo per le rete ecologica in quanto si trova in stretta connessione con le aree del parco dell’ “Acqua Vergine”, creato a protezione delle sorgenti dell’acquedotto romano.
La piazza, il parco e il corso d’acqua si integrano in un disegno paesaggistico in cui i filari della vigna si intrecciano con filari di rose. Accanto a queste aree trattate con obiettivi produttivi e di paesaggio, si sviluppano aree a carattere naturalistico come un piccolo bosco e una fascia di vegetazione umida.
L’acqua è ancora protagonista all’interno del parco; i tre piccoli bacini presenti sono alimentati dalla raccolta delle acque meteoriche e dall’acqua delle fontanelle e verranno utilizzati per la fitodepurazione delle acque reflue dell’insediamento circostante.
Il miglioramento locale della qualità della vita e della biodiversità, sarà monitorato attraverso l’utilizzo di un set di indicatori riferiti ad acqua, suolo, vegetazione, fauna. Il progetto è stato sviluppato con il coinvolgimento degli abitanti attraverso un percorso partecipativo che ha facilitato la condivisione delle decisioni. Il WWF ha lavorato con i bambini delle scuole presenti nel territorio con un progetto di educazione ambientale finalizzato a seguire tutte le fasi di costruzione del parco. Alla definizione di alcune scelte progettuali sulla vegetazione ha collaborato il Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università “La Sapienza” di Roma.

 

Colle Prenestino

Colle Prenestino, già Colle Mentuccia, è una frazione (zona “O” 15) del comune di Roma, situata sulle zone Z.IX Acqua Vergine e Z.XIII Torre Angela, nel territorio del Municipio VIII.

Sorge a cavallo della via Prenestina, oltre l’incrocio con via dell’Acqua Vergine a nord e via di Torrenova a sud.

Storia

Sorge come borgata spontanea nei primi anni sessanta-settanta, inizialmente come zona agro-industriale, poi come zona abitata.
Il suo primo nome fu “Colle Mentuccia”, per l’allora abbondante presenza della mentuccia, un’erba aromatica.
Con il piano regolatore generale, la borgata crebbe demograficamente in maniera vertiginosa, abusivamente, con un’edilizia disordinata ai lati della via Prenestina, che taglia in due la frazione.

Con il piano regolatore generale, la borgata crebbe demograficamente in maniera vertiginosa, con un edilizia disordinata ai lati dell’arteria principale,la via Prenestina, che taglia in due il quartiere.

Reperti storici

Oltre ai resti romani dell’acquedotto dell’Acqua Vergine, che ha sorgente proprio in zona, dagli scavi per la costruzione della chiesa di San Patrizio, sono state portate alla luce alcune tombe etrusche, attualmente site sotto il basamento della chiesa e visibili da un’apertura vetrata posta sul pavimento a destra all’entrata.
Una villa Romana, ancora interrata, si trova vicino al comprensorio scolastico “Maria Grazia Cutuli”.

Acqua Vergine

Acqua Vergine è il nome della nona zona di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.IX.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8d dell’VIII Municipio.

Confini

Si trova nell’area est del comune, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare.

Storia

La presenza delle sorgenti dell’Aqua Virgo, da cui da Marco Vipsanio Agrippa, nel 19 a.C. fece raccogliere le acque per l’acquedotto omonimo, giustifica il nome della zona.

L’acquedotto

L’acquedotto dell’Aqua Virgo, l’unico ad essere tuttora funzionante, è stato il sesto acquedotto romano.

Come quello dell’Aqua Iulia, fu costruito da Marco Vipsanio Agrippa, fedele amico, collaboratore, generale e genero di Augusto, e venne inaugurato il 9 giugno del 19 a.C. La sua principale funzione doveva essere quella di rifornire le Terme di Agrippa, nella zona del Campo Marzio.

Capta acqua da sorgenti nei pressi del corso dell’Aniene, al km 10,5 (VIII miglio) della via Collatina (nella località attualmente chiamata “Salone”). Non si tratta di una vera e propria sorgente, ma di un sistema piuttosto vasto (tuttora funzionante ed ispezionabile) di vene acquifere e polle le cui acque, grazie ad una serie di cunicoli sotterranei con funzione di affluenti, vengono convogliate nel condotto principale, o in un bacino artificiale, esistente fino al XIX secolo, che alimentava il canale regolando l’afflusso con una diga. Durante il tragitto l’acquedotto acquisiva poi altre acque provenienti da vari bacini secondari.

L’intero percorso misurava 14,105 miglia romane(20,471 km), ed era quasi completamente sotterraneo tranne l’ultimo tratto di 1.835 m. che correva all’aperto o su arcuazioni nella zona del Campo Marzio.

Il tragitto compiva un arco molto ampio che, partendo da est, entrava in città da nord. Costeggiava infatti la via Collatina fino alla zona di Portonaccio, poi fino a Pietralata e da lì raggiungeva la via Nomentana e poi la via Salaria, per piegare quindi a sud ed attraversare le aree dell’attuale Villa Ada, del quartiere dei Parioli, di Villa Borghese, del Pincio e di Villa Medici, dove una scala a chiocciola in perfetto stato di conservazione conduce tuttora al condotto sotterraneo.

Un giro così lungo è giustificato sia dal fatto che l’acquedotto doveva servire la zona del suburbio nord della città, fino ad allora priva di approvvigionamento idrico, sia dal fatto che trovandosi la sorgente ad un livello piuttosto basso (solo 24 metri s.l.m.) era necessario evitare quei forti dislivelli che l’ingresso per la via più breve avrebbe incontrato. Probabilmente l’ingresso in città da quel lato consentiva anche di raggiungere il Campo Marzio senza attraversare zone cittadine densamente popolate.

Dopo la piscina limaria (bacino di decantazione) nei pressi del Pincio, iniziava il tratto urbano vero e proprio, su arcuazioni parzialmente ancora visibili, importanti resti delle quali (tre arcate in travertino) rimangono in via del Nazareno, dove è anche conservata un’iscrizione relativa al restauro dell’imperatore Claudio. La struttura passava poi per la zona di Fontana di Trevi e quindi scavalcava l’attuale via del Corso con un’arcata che fu successivamente trasformata in un arco di trionfo per celebrare i successi militari di Claudio in Britannia. Proseguiva poi per via del Caravita, piazza di Sant’Ignazio e via del Seminario, dov’era l’ultimo castello, per terminare, nei pressi del Pantheon, alle Terme di Agrippa. Un ramo secondario raggiungeva la zona di Trastevere.

Il condotto sotterraneo è largo in media 1,50 metri, ed è in diversi tratti navigabile. Poiché le sorgenti si trovano ad un livello basso, la profondità della galleria, nella zona extraurbana, era di circa 30-40 metri (ma in corrispondenza di viale Romania raggiunge i 43 m). Scavato direttamente nella roccia di tufo quando attraversava terreni compatti, in zone meno consistenti il condotto era costruito in muratura.

Aveva una portata giornaliera di 2.504 quinarie, pari a 103.916 m3 e 1.202 litri al secondo. La distribuzione era abbastanza capillare: secondo Sesto Giulio Frontino, 200 quinarie erano riservate al suburbio, 1.457 erano riservate alle opere pubbliche, 509 alla casa imperiale, e le restanti 338 alle concessioni private, il tutto distribuito attraverso una rete di 18 castella (centri di distribuzione secondari), sparsi lungo il percorso.

Il nome deriva probabilmente dalla purezza e leggerezza delle acque che, in quanto prive di calcare, hanno consentito la conservazione dell’acquedotto per 20 secoli. Varie fonti forniscono altre spiegazioni: lo stesso Frontino riferisce che nei pressi della diga del bacino iniziale fosse presente un’edicola con l’immagine della ninfa delle sorgenti, da cui il nome, mentre un’altra leggenda narra di una fanciulla che avrebbe indicato ai soldati di Agrippa il luogo dove si trovavano le sorgenti, fino ad allora sconosciute.

Numerosi furono ovviamente gli interventi di manutenzione succedutisi nel tempo: Tiberio nel 37, Claudio tra il 45 e il 46, poi Costantino I e Teodorico. Dopo i danni arrecati dai Goti di Vitige nel 537 venne restaurata da papa Adriano I nell’VIII secolo e poi dal Comune nel XII secolo; in tempi più recenti diversi papi provvidero ad operazioni di rifacimento e restauro: Niccolò V, che oltre ad aver incrementato la portata con la captazione di nuove sorgenti affidò l’incarico del restauro a Leon Battista Alberti, Paolo IV, Sisto IV, Pio IV, Pio V, Benedetto XIV e Pio VI. Un ampliamento si ebbe nel 1840, e nel 1936 venne prolungato fino al Pincio.

Attualmente una buona parte delle antiche strutture è stata sostituita da tubazioni in cemento, mentre l’elevata urbanizzazione ha gravemente inquinato sia il canale originario che le falde. Di conseguenza l'”Acqua Vergine” può essere utilizzata solo a fini irrigativi o per l’alimentazione di importanti monumenti romani: la Fontana della Barcaccia, la Fontana di Trevi, la Fontana dei Quattro Fiumi e la Fontana del Nicchione, sotto al Pincio, mostra terminale del prolungamento del 1936.

Di proprietà dell’ACEA, l’area verde, recintata, è molto ben tenuta ed è possibile visitare le sorgenti ancora in funzione.

Villaggio Falcone

Villaggio Falcone è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.X Lunghezza, nel territorio del Municipio VIII.

Sorge sul lato nord della via Prenestina, tra le frazioni di Colle del Sole a sud e Villaggio Prenestino a est.

Storia

Sorge come borgata spontanea con il nome Ponte di Nona, dall’omonimo ponte, eretto intorno al II secolo a.C., sito al nono miglio (miglio romano) della via Prenestina (il nome sta per “ponte della nona miglia”).
Già piano di zona 20, l’attuale denominazione, proposta dal sindaco di Roma Walter Veltroni in onore di Giovanni Falcone, è stata assegnata il 23 gennaio 2008 con una risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio dell’VIII Municipio.
Gli abitanti sono comunemente chiamati pontenonini, dal vecchio nome della frazione.

Durante i lavori di edificazione sono stati rinvenuti numerosi
reperti archeologici che testimoniano la presenza di ville di epoca romana.
Nelle vicinanze erano inoltre ubicati un santuario ed un centro abitato di età romana.

Ponte di Nona

Ponte di Nona, conosciuta anche come Nuova Ponte di Nona, è un nuovo agglomerato urbano del comune di Roma, situato nel territorio dell’VIII Municipio. Si estende a ridosso della via del Ponte di Nona a sud di via Collatina.

Storia

Alla parte storica del quartiere, comprendente palazzine e case popolari, si è aggiunta nel 2002 una zona di nuova costruzione, situata tra la vecchia zona e la via Collatina, definita Nuova Ponte di Nona (da alcuni chiamata imprecisamente “quartiere Caltagirone”, dal nome della strada principale del quartiere).
Dove prima c’era solo via Ponte di Nona, stretta stradina di collegamento tra la via Prenestina e la via Collatina, ora è cresciuto un complesso abitativo che conta, al dicembre 2007, circa 20.000 abitanti (previsti 40.000/50.000 al completamento dei lavori).

Ponte di Nona è uno tra i primi quartieri ad essere stati progettati a partire da zero, secondo una nuova tipologia di convenzione tra l’ente locale e i costruttori, stipulata nel 1995, ed entrata nel vivo a partire dal 2002.
Gli edifici sono costruiti da un gruppo di società edilizie consorziate, che hanno acquistato gli appezzamenti di terreno, adibiti ad uso agricolo fino all’inizio degli anni novanta, quindi hanno suddiviso l’area in gruppi di costruzioni. Ogni gruppo è caratteristico per lo stile e l’architettura degli edifici.

Il 31 marzo 2007 è stato inaugurato uno tra i più grandi centri commerciali retail d’Europa, denominato “Roma Est”.
Durante i lavori di edificazione sono stati rinvenuti numerosi reperti archeologici che testimoniano la presenza di ville di epoca romana. Nelle vicinanze erano inoltre ubicati un santuario ed un centro abitato di età romana.

Il 17 marzo 2010 è stata aperta alla viabilità la prima strada di collegamento interno fra Ponte di Nona e la zona di Colle degli Abeti, intitolata informalmente “via Mejo de gnente”.

Lunghezza

Lunghezza è il nome della decima zona del comune di Roma nell’Agro Romano, indicata con Z.X.

Il toponimo indica anche la zona urbanistica 8e del VIII Municipio.

Si trova nell’area est del comune, esternamente al Grande Raccordo Anulare.

La località di Lunghezza

La località conta circa 4000 abitanti e la si può raggiungere percorrendo la via Collatina o, dalla via Tiburtina, percorrendo via della Tenuta del Cavaliere, che terminano nella piazza di Lunghezza. L’uscita autostradale della A24 Lunghezza/barriera Roma est è a2,6 km dalla piazza di Lunghezza. All’interno del quartiere si trova la stazione ferroviaria FS che collega Lunghezza alla stazione di Roma Tiburtina con la linea FR2.
Tra i monumenti, il più importante è il castello di Lunghezza, mentre nella piazza centrale del quartiere si trova un monumento in ricordo dei caduti della seconda guerra mondiale.

È presente una scuola elementare (F.Martelli) costruita negli anni trenta.

Il Castello di Lunghezza è un castello medievale che dà il nome alla località di Lunghezza, nel comune di Roma. Il castello è classificato “monumento nazionale”.

Storia del Castello

Le fondamenta del Castello di Lunghezza si perdono nella notte dei tempi. I primi insediamenti umani nella zona ove ora sorge il castello risalgono all’età Paleolitica e a quella del Bronzo. Successivamente questa rupe di Tufo divenne sito di una gloriosa cittadella detta Collazia antica città di remote origine etrusche già scomparsa ai tempi della Roma imperiale, è individuata a Lunghezza da studiosi come l’Ashby e Tommasetti.

Nel sottosuolo del castello vi sono ancora, parzialmente visibili, resti dei luoghi in cui si svolsero avvenimenti che determinarono la cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma da parte di Bruto Collatino, signore della cittadella e marito della dolce Lucrezia che si uccise dopo essere stata oltraggiata dal vile Sextius, figlio o nipote del superbo. Nacque allora la Repubblica Romana.

Le notizie più antiche del maniero risalgono al 752 d.c.quando Tedone, monaco di San Salvatore in Sabina, vendette alla Badia di Farfa, per venti libbre d’argento il ” Casalem qui dicitur Longitia “. Lentamente la Badia si trasformò in monastero fortificato e abitato da monaci Benedettini che lavoravano la terra (circa 28.000 ettari) per conto dell’Abbazia di S.Paolo.

Questo feudo fu protetto dal 1242 dalla potente famiglia Conti di Poli alleati con la chiesa. Questa alleanza però terminò traumaticamente nel 1297 quando i Conti, alleatisi con i Colonna, decisero di appropriarsi di tutta la terra. Nella disputa si inserì Papa Bonifacio VIII° con il suo alleato Raimondo Orsini. Tutto terminò ad Anagni nel 1303 quando Sciarra Colonna offese il Papa con il famoso schiaffo. La guerra si accese e gli Orsini, insieme al Papa scacciarono i Conti da Lunghezza. Il feudo rimase di loro proprietà fino a quando non fu dato in dote ad Alfonsina Orsini sposa di Piero de’Medici. Nel XVI° secolo il feudo fece parte della dote di Clarice Medici, zia di Caterina, futura regina di Francia, e protettrice del grande Michelangelo Buonarroti, che sposò Filippo Strozzi. La fortezza subì grandi trasformazioni affinché diventasse una lussuosa dimora nobiliare nel cuore della campagna romana. Gli Strozzi ne conservarono la proprietà fino al XIX secolo e a quest’epoca il vecchio maniero era praticamente abbandonato

Nel 1881 si inserì nella storia il giovane medico e scrittore svedese Axel Munthe, il quale, con la sorella dell’ultimo erede del castello Piero Strozzi, trasformò l’ala più medievale del castello in una clinica di convalescenza. In seguito Munthe sposò una nobile scozzese di nome Hilda Pennington Mellor, che dal padre ebbe in dono il castello di Lunghezza. Poco prima della seconda guerra mondiale Hilda dovette abbandonare il castello che divenne Comando Generale dell’esercito tedesco. Dopo la
liberazione fu occupato per dieci anni da 400 sfollati italiani. Dopo questo lungo periodo di tempo Hilda, riavuta la proprietà, iniziò a sue spese il restauro del Castello, e una volta finito ( ci vollero circa vent’anni ), rimise in loco tutti i mobili d’epoca oggi visibili ai visitatori.

Il governo italiano ha dichiarato il castello ” Monumento Storico “.  Sede dellaFondazione Hilda Munthe è lasciato in eredità ai giovani europei a cui sono offerte gratuitamente visite guidate da esperti di storia dell’arte.

Il resto è storia recente; triste pensando al lento, costante degrado della struttura; curiosa ricordando episodi come la festa in onore di Carlo di Inghilterra negli anni novanta; positiva pensando che il vero, grande recupero del castello sta avvenendo grazie all’iniziativa de  IL FANTASTICO MONDO DEL FANTASTICO. . Il castello è stato finalmente riaperto al pubblico e specialmente ai bambini; è tornato a vivere, per tutti, e non per pochi; giorno dopo giorno ritrova il suo antico splendore.

 

Osa

Osa è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.X Lunghezza, nel territorio del Municipio VIII.

Si tratta di una zona pianeggiante ai margini del Vulcano Laziale, solcata da fossi (Fosso dell’Osa, Fosso di Volpignola) e tendenzialmente paludosa, un tempo dedicata a latifondo e pascolo, ora in corso di disordinata urbanizzazione.

Storia

Qui, in località Osteria dell’Osa, lungo la via Prenestina, è stata scavata alla fine degli anni settanta e pubblicata nel 1992, una vasta necropoli italica. Si tratta di un sito usato per più di tre secoli dal IX al VI secolo a.C. e costituito da circa 800 sepolture sia a inumazione che (in minor numero) a incinerazione. I suoi corredi e l’organizzazione delle tombe hanno fornito importanti notizie sull’organizzazione delle popolazioni preromane del Lazio. Reperti del sito, legato alla formazione della città di Gabii, sono esposti nella nuova sezione Protostoria del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano. Tra questi un’iscrizione in lingua greca (“EUOIN”, interpretata come il grido delle baccanti), più antica del primo testo alfabetico finora noto in Grecia, e una in lingua latina (“SALUETOD TITA”) datate all’VIII secolo a.C.

Necropoli di Osteria dell’Osa

La necropoli dell’età del ferro di Osteria dell’Osa è legata con la fiorente Gabii, antica città colonia di Alba Longa; essa è posta al 17º chilometro della Via Prenestina nel Comune di Monte Compatri. Le datazioni dei ritrovamenti si situano nel periodo compreso tra il IX secolo a.C. ed il VI secolo a.C.; la necropoli ed è composta da circa 700 tombe e sepolture. Nei ritrovamenti vi sono iscrizioni in lingua greca del 650 a.C., le più antiche in Italia in questa lingua (dopo la coppa di Nestore), ed iscrizioni in lingua latina del 750 a.C., che sono le più antiche del mondo in questa lingua. Presso la sezione della protostoria dei popoli latini del Museo Nazionale Romano sono raccolti i materiali scavati negli ultimi decenni

Castelverde

Castelverde è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.X Lunghezza, nel territorio del Municipio VIII.

Sorge fra la via Prenestina a sud e la via di Lunghezza (via Collatina) a nord, lungo la dorsale via Massa di San Giuliano, tra le frazioni di Villaggio Prenestino a ovest, Lunghezzina a nord, Fosso San Giuliano a est e Osa a sud.

Storia

Nel 1950 si stabilì qui un gruppo di migranti marchigiani, che diedero il nome di “Castellaccio” alla zona per la presenza della torre di un vecchio castello. Bonificata l’area per la coltura, iniziarono a costruire le prime case e una chiesa.
Il 30 settembre 1966, su richiesta del parroco don Alfredo Maria Sipione al sindaco di Roma Americo Petrucci, il quartiere cambiò nome in “Castelverde”, ufficializzandolo in occasione della visita pastorale di papa Paolo VI.

A partire dagli anni duemila il quartiere ha conosciuto una forte impronta edilizia che ha portato alla realizzazione di una zona completamente nuova denominata in gergo “Lunghezzina 2”. Si tratta di una zona che si dirama da via Ortona dei Marsi, nella quale il comune ha dato la possibilità di costruire sul proprio terreno.

Corcolle

Giardini di Corcolle è una frazione del comune di Roma, situata in zona Z.XI San Vittorino, nel territorio del Municipio VIII.

Sorge sul lato nord del ventiduesimo km della via Polense e il lato est della via di Lunghezzina, a est della frazione di Fosso San Giuliano.

Castello di Corcolle

Situato su una sporgenza alla confluenza di due valli, il castello di Corcolle è raggiungibile lungo la strada che dalla Polense gira verso destra  in direzione Gallicano-Zagarolo fatte poche centinaia di metri presso un pino a sinistra c’è una stradina sterrata, che porta al castello dopo un paio di chilometri di tornanti.

La posizione della struttura sembra sia posta sui resti dell’antica città di Querquetula, prima casale ricordato nel 967 tra le proprietà del monastero di Subiaco, passò successivamente nel 1014 sotto i beni del monastero di S. Paolo.

Il castello aveva una pianta trapezoidale, oggi rimane ben poco dell’antica struttura; nella parte antistante all’edificio tra un tratto di merlatura e la parte più alta dell’arco di un portale   c’è lo stemma marmoreo dei Colonna. Verso sud visibili sono i resti di una cappe.

Tenuta di Corcolle

Il nome  sarebbe giunto all’attuale Corcolle  attraverso la forma medioevale Corcurulum. Successivamente il luogo fu dedicato ad un santo cristiano, S. Angelo, nome rimasto al colle.

L’abitato di Corcolle, fiorito nell’età del ferro e durante i primi secoli della repubblica era stanziato sul colle S. Angeletto, la cui ampia spianata, compresa fra il casale di Corcolle inferiore ed il colle Campoli e delimitata da 2 fossi, ben si prestava all’impianto di capanne.

Alcuni identificano il sito con Querquetola, città ricordata dagli antichi scrittori negli elenchi dei villaggi scomparsi, nel luogo furono individuate le fondazioni di un tempio e nel 1975 furono recuperati alcuni frammenti di un’ara di peperino con resti di iscrizioni latine arcaiche.

Le fondazioni del tempio andarono distrutte dai lavori agricoli, ora vi sono solo resti sparsi sul terreno.

Ponte Mammolo

Ponte Mammolo è il nome del ventinovesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XXIX.
Si trova nell’area nord-est della città.
Il quartiere di Ponte Mammolo (per alcuni denominato quartiere Rebibbia in relazione alla Torre di Rebibbia e non tanto all’omonimo carcere) sorge a partire degli anni ’20 senza seguire piani preordinati dal punto di vista urbanistico.

La zona di Ponte Mammolo risulta importante per la presenza dei resti dell’antico ponte romano e del ponte moderno costruito da Pio IX come viene testimoniato dalle colonnine poste sul ponte. In questo quadrante bisogna segnalare anche la presenza del Casale de La Vannina o di Rebibbia e le contigue cave di tufo (Via di Ponte Mammolo).

Storia

Prende il nome dal ponte romano del V secolo, chiamato pons mammeus, forse da marmoreus. Altra ipotesi è che mammeus si riferisca a Giulia Mamea, la madre di Alessandro Severo.

I resti del ponte si trovano sull’Aniene, al IV miglio della via Tiburtina, lungo il vecchio percorso. Durante i periodi di magra del fiume sono ancora visibili i resti in tufo dei piloni che sostenevano il ponte, fatto saltare nel 1849, ma fu poi ricostruito, come lo conosciamo oggi, nel 1871 nel sito che si trova a 400 m. più a sud rispetto al vecchio ponte di epoca romana.
Sui piloni del ponte passa oggi l’acquedotto dell’Acqua Marcia. Sarebbero necessari interventi di recupero e una migliore gestione da parte della società che cura la distribuzione dell’acqua a Roma (ACEA) per permetterne la conservazione. Recentemente (2009) sono cominciati lavori di valorizzazione da parte della Riserva Naturale Valle dell’Aniene, nel territorio della quale il Ponte è situato.

Il tratto di strada oggi si chiama via degli Alberini, mentre la via Tiburtina attuale utilizza un ponte ottocentesco.
In un documento medioevale del 1244 apprendiamo che il ponte fu fortificato con l’aggiunta di torri che svolgevano anche il ruolo di posti di vedetta. Fu quindi occupato dagli Orsini i quali lo restituirono solo nel 1388.

In seguito si sviluppò intorno al nucleo del Carcere di Rebibbia, edificio penitenziario i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1938. L’espansione proseguì negli anni successivi per raggiungere le dimensioni attuali. L’ampliamento portò alla nascita del nuovo quartiere denominato “Casal de’ Pazzi “ o “Nuovo Rebibbia” lungo l’asse viale Kant- via Marx.

Altri quartieri gravitano nelle vicinanze di questa zona se ci spostiamo verso la contigua via Nomentana dirigendoci verso l’esterno di Roma: Talenti (asse Ugo Ojetti), Podere Rosa (via Podere Rosa), San Cleto e San Basilio (via Casale di San Basilio).

Il quartiere Podere Rosa sorge intorno agli anni ’40 come un insieme di case sparse. I quartieri di San Cleto e San Basilio risultano più periferici rispetto a Ponte Mammolo – Rebibbia.

I primi nuclei del quartiere di San Basilio, considerata borgata semirurale, risalgono agli anni 1928-1930, mentre quello di San Cleto è più recente (anni ’40)

Da via Casal de’ Pazzi verso il centro del quartiere, si ha notizia , in questo primo tratto della strada, della presenza di un antico mausoleo circolare romano ancora visibile nelle foto aeree del 1934 per poi essere demolito.

Da via di Ripa Mammea possiamo scorgere una Torre Medioevale a pianta rettangolare, in seguito riutilizzata come casale.

Su via Casal de’Pazzi possiamo prendere una strada sulla sinistra (via Ciciliano) che in confluenza con via Boroli ci porta all’importante giacimento pleistocenico collocato sulla sponda destra dell’Aniene.

Per via Bartolo Longo  ci porta al Carcere di Rebibbia e poi via Paternò di Sessa che ci conduce ad una delle entrate al Parco Regionale di Aguzzano dove proprio in coincidenza della fine di questa strada sono stati trovati i resti di una villa romana.

Tuttavia il parco risulta importante anche per la presenza dei casali. Superata via Paternò di Sessa prendendo via Galbani possiamo vedere, poco oltre via Benigni, l’antica Torre di Rebibbia nelle cui vicinanze è stata costruita un’isola ecologica con lago artificiale, dove è stato insediato un centro culturale.

Tra via Zanardini e la Nomentana si colloca il Casale de’ Pazzi che dà il nome alla strada in questione. Nelle vicinanze del casale sono state individuate alcune tombe a camera di epoca romana che sono state scavate all’interno di un banco di tufo.

Una necropoli più estesa è stata trovata a circa 300 metri ad est della torre di Rebibbia. Nel sito in questione è stato rinvenuto un colombario che risale all’età augustea, un sarcofago fittile e altre sepolture alla cappuccina che si collocano, invece, nel I-II secolo d.C.

Non lontani da questa area si trovano altre due ville romane poste nell’area del Parco fluviale dell’Aniene. La prima è visibile alla fine di via Tilli, mentre la seconda denominata villa di “Ripa Mammea” si colloca nel tratto finale di via Benigni nelle vicinanze del fiume Aniene e non lontani dalla via Tiburtina.

La villa di via Tilli si colloca in epoca tardo repubblicana. L’apertura di questa strada ha distrutto alcuni settori del complesso in questione. Attualmente sono visibili dei blocchi di tufo e i resti di un cunicolo appartenente ad una cisterna che si apre sul fianco della collina dove si colloca la villa. Nelle vicinanze del cunicolo sono visibili, al di sotto della vegetazione, i resti di una conduttura che doveva alimentare alcune settori della villa. La villa fu utilizzata fino al IV secolo d.C. , ma le strutture di epoca imperiale non sono più visibili. Gli scavi hanno permesso di mettere in evidenza non solo gli ambienti della villa, ma anche il reperimento di diverso materiale in ceramica.
La Villa di Ripa Mammea si colloca nello spiazzo sottostante alla confluenza di via Benigni e via Rech. I nuclei sono posti all’interno di una residenza privata ed attualmente sono visibili solo alcuni resti in opera reticolata. Si tratta di un complesso che risale al II secolo a.C. nel nucleo originario, ma che in seguito conobbe dei notevoli ampliamenti negli anni successivi. Sono stati rinvenuti nuclei a livello residenziale ed altri ad uso produttivo. Gli scavi hanno permesso di rinvenire mosaici, cisterne, e ambienti sotterranei. Sembra che la villa sia stata utilizzata fin oltre il III secolo d.C.

Casal Bertone

Casal Bertone è il nome della zona urbanistica 5a del V Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.VI Tiburtino.

Storia

Il quartiere nacque sul finire degli anni ’20 del XX secolo in una zona dell’allora Agro Romano caratterizzata da un’ampia collina, facente parte dei colli del Portonaccio, sulla quale sorgeva l’antico Casale o Vaccheria Bertone, che prendeva il nome forse dagli antichi proprietari o forse dal manto, detto bertone, dei cavalli che vi venivano allevati.

Nelle vicinanze era ancora tracciata una via risalente almeno al primo medioevo, il vicolo di Malabarba, che doveva il suo nome alla presenza di un oratorio con annesso un molino, la Mola di Santa Barbara.

Questa strada costituiva ciò che rimaneva del tratto suburbano della via Collatina, strada romana che collegava Roma con Collatia, cittadina che sorgeva nei pressi dell’attuale Lunghezza.

Nella zona inoltre era stata tracciata una via Militare, prevista dal Piano Regolatore del 1883, che prese il nome di via di Casal Bertone, e che avrebbe dovuto far parte di un complesso di strutture di difesa della città. La via Militare collegava la via Tiburtina a via Casilina percorrendo la valle della Marranella che in questa zona prendeva il nome di Fosso dell’Acqua Bullicante.

L’area era già delimitata dai tracciati ferroviari delle linee Roma – Ancona, Roma – Tivoli e Roma – Orte, e dalla Stazione Ferroviaria Prenestina a sud e Tiburtina a nord, costruite nell’ultimo ventennio dell’Ottocento a seguito dei lavori di ammodernamento della neo capitale del Regno d’Italia.

Inoltre vi erano sorti nello stesso periodo significativi impianti industriali.

Le prime costruzioni degli edifici avvennero a seguito dell’approvazione, nel 1926, di una variante al Piano Regolatore del 1909 di Edmondo Sanjust di Teulada, che prevedeva l’edificazione di case popolari, e vennero realizzate da privati o società statali quali le Ferrovie o la Società dei Tranvieri.

Le strade del nuovo quartiere, indicato inizialmente come Suburbio Tiburtino, presero il nome dai personaggi del Risorgimento e dell’Italia unita.

Nel marzo del 1944, durante la seconda guerra mondiale Casal Bertone venne colpito dai massicci bombardamenti alleati che interessarono molti quartieri popolari della città. Sebbene non vi furono vittime civili, il quartiere subì numerosi danni agli edifici. Uno di questi, parzialmente crollato, è stato visibile in via Baldissera fino al 2006 quando iniziarono i lavori di restauro e ricostruzione.

Ritrovamenti archeologici
Durante le indagini archeologiche preventive per la costruzione della TAV Roma-Napoli, avvenute tra il 21 maggio e il 22 giugno 2007, sono stati rinvenuti, a circa dieci metri sotto il livello stradale, i resti di una fullonica (conceria) del II-III secolo, estesi su un’area di circa 1000 m2, con 97 catini e 3 gigantesche vasche in cocciopesto per il contenimento di liquidi organici.
Sempre nei pressi, sono stati trovati anche i resti di un basolato largo circa 4 m, probabilmente appartenenti all’antica via Collatina, e una serie di 5 colombari, ossia tombe della tarda età repubblicana, due dei quali sono già stati portati alla luce evidenziando la presenza di cippi marmorei.

Portonaccio

Attualmente con il toponimo di Portonaccio si intende, la porzione di territorio che si estende dal vallo ferroviario (fosso della Marranella),  fino a via dei Cluniacensi e via dei Durantini, confinando a sud-est con Casal Bruciato e a nord-est con Pietralata.

In realtà, quando il territorio era diviso in tenute (dal tardo medioevo fino agli inizi del secolo scorso), il settore sia a nord della via Tiburtina sia quello a sud rientravano nelle tenute di Pietralata.

Quella a sud della via Tiburtina, Pietralata dei Vittori poi dei d’Aste dalla metà del settecento prende il nome anche di Portonaccio, per la presenza di un antico grande arco diruto, di cui poteva vedersi un pilastro ancora negli anni settanta del secolo scorso addossato all’osteria detta appunto di Portonaccio.
Il nome di Portonaccio si conserva nel tratto di strada di collegamento con la via Prenestina, via di Portonaccio appunto, costruita nel 1891 come strada militare di raccordo delle vie consolari del settore orientale di Roma dall’Appia antica fino alla Batteria Nomentana. Il moderno quartiere è costituito da edifici intensivi che caratterizzano negativamente l’edilizia abitativa di questa parte della città. L’urbanizzazione selvaggia non tenne conto assolutamente delle numerosissime preesistenze archeologiche. Della vasta necropoli ai lati della consolare furono recuperati, presso via cave di Pietralata, soltanto tre sarcofagi di marmo ora al Museo Nazionale Romano. Lungo la via Tiburtina, già a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo, particolarmente fiorente fu l’attività estrattiva della pozzolana, dovuta soprattutto all’impulso urbanistico per Roma capitale: la pozzolana della vasta cava in galleria di Portonaccio del principe Torlonia raggiunse per ferrovia con partenza dalla stazione allora di Portonaccio ora Tiburtina addirittura anche altre regioni.

Già a partire dagli anni trenta del secolo scorso, sotto la spinta del governo Mussolini, la Tiburtina, dove era già presente la Chimica Aniene, si caratterizza come area industriale, vocazione che tuttora perdura. Vengono costruiti nel 1938 da Angelo De Paolis capannoni industriali per la lavorazione dell’acciaio, subito però trasformati in teatri di posa a seguito di una legge che vietava l’accentramento dell’industria pesante nella capitale.

Colpiti durante i bombardamenti aerei del 1943 furono ricostruiti e nel 1948 nasceva la De Paolis Industria Cinematografica Romana.

Nel 2004, in largo Beltramelli, è stato collocato un piccolo monumento in ricordo delle vittime del bombardamento dell’ultimo conflitto mondiale che colpì duramente, proprio per la presenza della De Paolis e della Stazione Tiburtina, il quartiere.
Tra via Ottoboni e via dei Cluniacensi ci concentrano resti monumentali di età romana ed edifici storici, mentre ormai non rimane quasi più nulla degli altri sepolcri che si disponevano lungo il lato meridionale della Tiburtina antica.

Una vasta villa il cui primo impianto di età tardo repubblicana (II-I sec. a.C.) raggiunse un particolare splendore, soprattutto nella prima età imperiale, si estende tra via Galla Placidia e via dei Cluniacensi. Da Marziale sappiamo dell’esistenza di una grande villa, posta tra il terzo e il quarto miglio della via Tiburtina, appartenuta al suo amico M. Aquilio Regolo. L’ubicazione, la particolare ricchezza e vastità della villa rendono plausibile la sua identificazione con quella ricordata da Marziale.

Il monumento, databile agli inizi del II secolo d. C., dopo anni di totale abbandono e uso improprio, è stato in parte restaurato e protetto con tettoie. Questi resti insieme allo scavo della via Tiburtina antica tra via Ottoboni e via Galla Placidia con la realizzazione del cosidetto Parco archeologico Tiburtino a partire proprio dalla Tiburtina avrebbero potuto e possono ancora, malgrado i dissennati interventi urbanistici, riqualificare un quartiere cresciuto nel segno della speculazione edilizia.

Casal Bruciato

Casal Bruciato è il nome della zona urbanistica 5b del V Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXII Collatino.

Storia

Negli anni dal 1950 a 1954 fu costruito il quartiere dell’INA-Casa che prese l’omonimo nome di Tiburtino, tra la via Tiburtina km 7, via D. Angeli, Via E. Arbib, via L. Cesana, Via dei Crispolti, via Lucatelli. Questa opera realizzata fu un progetto di un gruppo di architetti; è considerata uno degli interventi più significativi del Razionalismo italiano del dopo guerra, nella sua corrente detta del Neorealismo architettonico, una delle diverse espressioni del Movimento Moderno in Italia.
La zona è sorta negli anni ’60-’70 su terreni lasciati a prato, eccezion fatta per alcuni nuclei preesistenti, ed è oggi compresa tra la via Tiburtina a nord e il tratto urbano dell’autostrada Roma-L’Aquila a sud, e tra le zone di Casal Bertone a ovest e Verderocca a est.
Via di Galla Placidia ne costituisce il confine occidentale, mentre ad est via Filippo Fiorentini lo separa da Verderocca.

La zona gravita intorno a piazza Riccardo Balsamo Crivelli, situata sul punto più elevato dell’area.

Interessanti sono la villa Fassini, oggi sede delle Società Autostrade, il casale della Cacciarella (il “Casale Bruciato”) e gli scavi archeologici romani di via di Casalbruciato.
Interessante la riscoperta di grotte adibite a fungaie durante gli scavi sotto un campetto da calcio per la realizzazione di parcheggi coperti in via Bergamini. La presenza di queste grotte non era comunque mai stata del tutto dimenticata, come dimostrato da racconti circolanti tra i ragazzi del quartiere riguardo a “gallerie segrete” che avrebbero collegato il campo alla villa Fassini (detta “del Barone”).

Rebibbia

Rebibbia è un’area urbana di Roma sita sulla via Tiburtina prima del Casale di San Basilio nella periferia nord-est della città.
Fa parte del quartiere Q.XXIX Ponte Mammolo.
Il nome richiama il casato del cardinale Scipione Rebiba, proprietario di una grande tenuta che costituiva l’attuale quartiere attorno a Ponte Mammolo.

Cominciata a costruire agli inizi del XX secolo, è costituita da case quasi completamente familiari composte principalmente da pochi piani e piccoli giardini, in stile quasi rurale.

Il Carcere
L’omonimo carcere è a forma pressoché quadrangolare con accesso da via Bartolo Longo e dalla via Tiburtina. È stato consegnato nel 1972, si tratta di un vero e proprio complesso, una piccola città. Dalla prima cinta, entro cui si trovano una mensa, un bar, uno spaccio alimentare, uno sportello bancario, un campo sportivo per gli agenti, palazzine di alloggi per il personale e al centro la palazzina centrale per gli uffici, si passa alla seconda cinta, quella dell’area della reclusione.
Rappresenta uno dei principali carceri italiani a livello di sicurezza e di reintegrazione nel sociale dei detenuti, grazie a piani di recupero molto specifici e accurati.

Archeologia

Sepolcri e magazzini di Via Tiburtina. Dei ruderi di un sepolcro sono siti presso un ristorante, mentre al chilometro 10,300 vi sono dei sepolcri di età imperiale al lato settentrionale e dei magazzini di età tardo repubblicana al lato meridionale della via stessa.

Casale di Rebibbia o de la Vannina.

È sito in via di Ponte Mammolo. È documentato dal VI secolo è posto su una rupe alla destra dell’Aniene. È composto di due edifici delimitati da un recinto con un cortile interno su cui si appoggiano degli edifici moderni. Una cornice marcapiano era una separatrice fra il corpo principale ed una torre ora inglobata in una struttura. Al recinto si addossa la cappella di San Giuseppe. Presso il casale vi sono delle cave di tufo sfruttate fino ai primi decenni del XX secolo.
Strutture antiche via Tiburtina. Delle strutture di servizio per la Via Tiburtina sono state trovate a Via Cannizzaro

Torre di Rebibbia

Torre di vedetta medioevale costruita sopra antiche sostruzioni di origine romana. Si trovava posta sulla confluenza del fiume Aniene e di una antica strada che da Ponte Mammolo raccordava la via Tiburtina con la Nomentana.

Colli Aniene

Colli Aniene è un’area urbana del V Municipio compresa fra via Tiburtina e il tratto urbano dell’autostrada A24, a cavallo di viale Palmiro Togliatti.

Si estende nel quartiere Collatino a ovest e nella zona Tor Cervara a est.

È delimitata a ovest dalla vecchia borgata di Tiburtino III, a nord dal nodo di scambio di Ponte Mammolo e dal fiume Aniene, a est dal parco della Cervelletta, a sud dall’autostrada A24 e dalla ferrovia Roma-Pescara.

Storia

La storia del quartiere comincia nel 1970, quando l’Associazione Italiana Case (AIC) usufruendo delle facoltà previste dalla legge 167/1962 sull’edilizia economica e popolare acquista una vasta area nel Piano di zona Tiburtino Sud.

Negli anni ’70 e ’80, l’AIC e altre cooperative urbanizzarono, lasciando largo spazio al verde pubblico, un territorio fino ad allora ondulato (da cui il nome “Colli Aniene”, sebbene oggi il quartiere sia pianeggiante) e in parte paludoso per la vicinanza del fiume.

Nell’ambito del nuovo Piano regolatore generale romano, è ancora da pianificare la centralità urbana prevista nei pressi del nodo di scambio di Ponte Mammolo e del fiume Aniene.

Le realtà storico-archeologiche del territorio sono quindi poche, a causa dell’urbanizzazione recente:

• Resti del vecchio Ponte Mammolo romano, ricostruito più a valle da papa Pio IX nel 1853.
• Casale della Cervelletta, realizzato come fortificazione medievale su rovine romane, costituito da una torre circondata da edifici di tipo residenziale e agricolo, di proprietà della famiglia Borghese dal 1629.
• Casale Bocca di Leone, con torre ghibellina del XVII secolo.
• Casale Nardi, costruito a cavallo del 1900 su strutture di epoca romana, e dalla fine del 2009 sede di una biblioteca del circuito Biblioteche di Roma.

Fontanile di Benedetto XIV lungo la via Collatina antica, alimentato dall’acquedotto dell’Acqua Vergine e restaurato nel 1753.

Tiburtino Sud

Tiburtino Sud è il nome della zona urbanistica 5d del V Municipio del comune di Roma. Si estende sul quartiere Q.XXII Collatino.
La parte edificata del Tiburtino Sud, a nord del tratto urbano della A24, è chiamata “Colli Aniene”.

altri XIX

San Giusto-Podere Zara

L’area del Piano Particolareggiato zona “O” n.68 “San Giusto – Podere Zara” ricade nel territorio del XIX Municipio, al margine settentrionale della Via Boccea, in prossimità dell’innesto della medesima strada sul G.R.A.

Casalotti-Mazzalupo

L’area del Piano Particolareggiato zona “O” n.12 “Casalotti – Mazzalupo” ricade nel territorio del XVIII e XIX Municipio, nel settore nord – occidentale della città, appena fuori del G.R.A.

Trionfale

Trionfale è il nome del quattordicesimo quartiere di Roma, indicato con Q.XIV. Il toponimo indica anche la zona urbanistica 19edel XIX Municipio. Si trova nell’area ovest della città, a ridosso delle Mura Vaticane

Trionfale è il nome del decimo suburbio di Roma, indicato con S.X, ed è omonimo del quartiere Q.XIV.

Fra i sei suburbi rimasti, il Trionfale è l’unico che non è più contiguo al suo quartiere omonimo, in quanto, nel secondo dopoguerra, la porzione ad esso confinante venne a formare il quartiere Q.XXVII Primavalle. Ancora molte strade del nucleo storico riportano le targhe stradali originali con l’indicazione del suburbio S.X, invece di quella del quartiere di pertinenza, Q.XXVII.

Prende il nome dalla via Trionfale, sulla quale passavano i guerrieri romani, a seguito di una vittoria sul nemico, per riscuotere gli onori del popolo.

Storia

Il Trionfale è fra i primi 15 quartieri nati nel 1911, ufficialmente istituiti nel 1921. Prende il nome dalla via Trionfale, che lo attraversa. Questa era la strada attraverso la quale, i generali romani vincitori, entravano a Roma dopo le loro battaglie.

Durante tutto il Medio Evo, attraverso questa stessa via, i pellegrini provenienti dalla via Francigena arrivavano nella città eterna. A testimonianza di questo passato è rimasta la piccola chiesa rettoria di San Lazzaro in Borgo del XII secolo dove i pellegrini dovevano sostare prima di essere ammessi nella città.

I palazzi popolari di via Andrea Doria furono teatro di un’accesa lotta partigiana comunista, azionista e soprattutto anarchica. Già da prima dell’avvento del fascismo in zona si era formata una banda degli Arditi del Popolo, gruppi di difesa proletaria, che avevano il compito di contrastare le azioni squadriste.

Parco di Monte Ciocci

 Il “Parco Urbano attrezzato di Monte Ciocci” è un’area demaniale compresa tra via delle Medaglie d’Oro, via Simone Simoni, via Anastasio II, via Baldo degli Ubaldi, via di Valle Aurelia, Ferrovia Roma Viterbo. Il Parco prende il nome dall’omonimo colle il cui toponimo è con ogni probabilità derivante dal Casal Ciocci, appartenuto alla famiglia Ciocchi Del Monte. Monte Ciocci è legato, nell’immaginario collettivo, alle scene della baraccopoli del film di Ettore Scola “Brutti, sporchi e cattivi”. In questa area è previsto un importante intervento di riqualificazione di verde urbano, che dovrà portare ad un “continuum” di aree verdi fino al Pineto.

Nel parco è presente un trasmettitore della RAI.

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